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San
Marino. 11/11/2006 Tradizionale appuntamento annuale organizzato dal Cirpet (Coordinamento Interdisciplinare Ricerche Protostoriche e Tradizionali) nel capiente e funzionale teatro Titano di piazza Sant’Agata. Giornata ricca di relatori, che si sono alternati con tempi espositivi piuttosto eterogenei, e di pubblico, che ha riempito quasi completamente la spaziosa sala della struttura. E si è iniziato subito con il “botto”. Alzi la mano chi è conoscenza che gli autori de “Il Santo Graal” hanno dichiarato sotto giuramento che una parte non secondaria del contenuto del loro libro è…inventata. Questo è accaduto, e lo comprova la sentenza pubblica del giudice, nel processo da loro intentato contro Dan Brown (autore de “Il codice da Vinci”) per l’accusa di plagio. E’ quanto hanno affermato Enrico Baccarini (ricercatore e saggista) e Patrizio Caini (biologo) in quelle che sono state fra le più interessanti relazioni del convegno. Ed un pubblico ammutolito e sconcertato ha ben realizzato l’ “effetto valanga” di tali affermazioni. Perché ciò significa che il fiume di inchiostro che è stato scritto in seguito relativo alla presunta discendenza reale di Gesù, al Priorato di Sion, ai Templari, a Rennes Le Chateau etc rischia di sfaldarsi come neve al sole. In altre parole tali misteri non sarebbero più tali perché la loro matrice è clamorosamente falsa. Non per nulla tale notizia “bomba” è praticamente passata sotto silenzio sia fra gli addetti ai lavori sia presso il grande pubblico, probabilmente per gli enormi interessi commerciali, e non solo, legati alle vicende ad essa collegate. Ma di “falsi misteri”, in particolar modo a Rennes Le Chateau ve ne sarebbero diversi. Così almeno, la pensano di due relatori che hanno costituito all’interno del Cirpet, in collaborazione con altri studiosi, una speciale commissione allo scopo di fare chiarezza, una volta per tutte, sui troppi “enigmi” che circolano sulla piccola cittadina francese. Ed è grazie ad indagini in loco che hanno sentito l’improrogabile esigenza di scremare l’argomento di tutte quelle fantasie che circolano sull’argomento. Con immagini appropriate hanno, allo scopo, dimostrato come, all’interno della chiesa di Rennes Le Chateau e nei suoi giardini, non abbia alcun significato esoterico la disposizione delle statue dei santi, le immagini sacre non possano suggerire una maternità nella Madonna, non abbia senso parlare di fratelli di Gesù, il tesoro dell’abate Sauniere sia solo negli occhi di chi lo voglia vedere e le grafie su alcuni manufatti di pietra non possano avere particolari valenze arcane. E neppure il Priorato di Sion, supposta società segreta che si perde nella notte dei tempi, sarebbe gravido di tuttI quei significati esoterico – massonici che tanti studiosi gli anno attribuito. Esiste, questo per davvero, un ordine monastico fondato da Goffredo di Buglione nel XII secolo ma esso non ha nulla a che fare con tutto quanto è stato scritto sull’argomento. In altre parole esso ha una concreta base storica ma si è sviluppato su una costruzione di pura fantasia. Ciò che si può legittimamente considerare tangibile e concreto è la presenza di una fitta rete di gallerie sotterranee, attestate da una vecchia planimetria di proprietà privata e da un documento del 1694, chiamato “Marcot” che ne suggerisce l’utilizzo come via di fuga in caso di guerra, che percorre, come un intricato labirinto, tutto il sottosuolo della cittadina francese. L’accesso è, ovviamente, “off limits” in parte giustificato dal suo parziale crollo e dalla pericolosità nella percorrenza. Così come, pure, sondaggi con apposite apparecchiature hanno attestato la presenza di una struttura artificiale al di sotto della chiesa principale, ma anche questa interdetta (ufficialmente) per non compromettere la stabilità dell’antico edificio. Insomma, ci suggeriscono i due relatori, dobbiamo imparare, se vogliamo migliorare le nostre conoscenze a discernere fra i veri misteri e quelli falsi. A seguire l’esposizione di Michele Manher (ricercatore) a dimostrare come la Scienza segua dei percorsi logici che tali non sono. Un esempio è come essa interpreti la presenza di animali, apparentemente fantastici, nell’arte figurativa e scultorea dell’antichità. Il ragionamento è questo: se una determinata immagine è falsa (ad esempio quella di un animale che non è attribuibile a nessuna famiglia zoologica conosciuta) allora è, probabilmente, artefatto il documento stesso che la contiene. Oltre a sottolineare una evidente incongruenza concettuale questo “modus operandi” indica una precisa volontà della classe accademica di non considerare quanto può costituire un pericolo per l’ordine costituito. Ed invece esiste tutta una serie di testimonianze documentate che attesta la concretezza di incongruenze (Charles Fort li chiamerebbe di “dannati”) che ci dicono a chiare lettere che il castello evoluzionista, riferibile non solo al mondo animale ma anche allo svilupparsi della civiltà, non è in grado di spiegare la complessità della realtà. Un chiaro esempio è la presenza in documenti egiziani, greci, asiatici, religiosi, e in epoche molto diverse, di animali dal collo allungato inequivocabilmente simili agli antichi dinosauri. Troppe sono le testimonianze che si confermano vicendevolmente per archiviare il tutto come semplici fantasie. Come il ritrovamento di vasellame chiaramente africano, per stile e fattura, ritrovato in Italia all’interno di tombe del preistorico periodo Villanoviano, quando, ufficialmente, dovevano essere impossibili i contatti fra culture così geograficamente distanti. Ha proseguito, poi, Massimo Barbetta (medico e saggista) esponendo in modo articolato i connotati del Mitraismo, con una particolare attenzione a quello dell’antica Roma. In essa, infatti, l’originaria religione iranico–persiana del dio Mitra portata nella capitale da prigionieri di guerra indiani, ha in parte alterato i suoi connotati originari per i decisi influssi della cultura greca. Un esempio è la dottrina delle “catastrofi” cioè la convinzione che esista dalla notte dei tempi una ciclica distruzione e rinascita del Cosmo. E questo ci porta ad una sottolineatura del relatore che non ha mancato di sorprendere l’attenta platea. Esistono, infatti, tantissime raffigurazioni, nella tradizione antica ma anche nella più recente massonica ed esoterica (che presenta, tra l’altro, variegati richiami alla fede mitraica), di un sole doppio. In altre parole accanto al classico e riconoscibile astro del giorno viene posto un secondo e gemello corpo celeste. Si riteneva, dunque, che, parallelamente al sole visibile, ve ne fosse un secondo “intellegibile” cioè invisibile ma in grado di far sentire i propri (infausti) influssi (le periodiche catastrofi che sconvolgevano il pianeta Terra). Ricordiamo che la presenza di un corpo celeste di notevoli dimensioni nel nostro sistema solare, pianeta gigantesco o piccolo sole che sia, è da anni una concreta ipotesi scientifica. Resta, ovviamente, da capire come gli antichi potessero essere consci di una tale possibilità astronomica. Di taglio estremamente tecnico e scientifico (con tanto di astruse, anche se poi esplicate in termini comprensibili, formule matematiche) il contributo di Francesco Catalano (fisico) che ha lanciato un messaggio a chiare lettere: “Diffidate della datazione dei reperti storici con il metodo del radiocarbonio”. Come tutti sappiamo tale approccio fonda i propri assunti sul periodo di “decadimento” di determinati elementi chimici. In altre parole conoscendo in quanto tempo una sostanza si trasforma spontaneamente in una altra (con relativa emissione di particelle elementari) ed avendo la sicurezza che un organismo biologico contenga alla sua morte una precisa percentuale dell’elemento di partenza, se ne può, allora, stimare l’età. Il problema è proprio che la sopraccitata “sicurezza” in realtà non esiste. Questo perché la produzione dei radionuclidi originari (poi assorbiti dagli organismi viventi, ad esempio tramite l’assunzione di cibo) che avviene nell’atmosfera è soggetta a talmente tante variabili (cicli magnetici del sole, raggi gamma, impatti meteorici, “costanti” fisiche che costanti non sono) che è impossibile misurarne la portata nell’ambiente (e quindi all’interno del materiale biologico). La Scienza, invece, ritiene (erroneamente) che non esistano anomalie tali da giustificare una rottura della tranquilla sequenzialità degli avvenimenti. Un clamoroso esempio, invece, di come un tale sistema di rilevazione sia fallace viene dalla datazione, avvenuta alcuni anni or sono, di un Bue Muschiato (bovide della tundra artica così chiamato perché emana un forte odore di muschio). E’ risultata, infatti, una differente età a seconda che si analizzasse la chioma (17.200 anni fa) o i tessuti ossei ( 24.000 anni fa). Ed è per questo che solo una serie di metodologie concertate fra loro e l’attenzione per le anomalie che immancabilmente e da sempre percorrono il nostro pianeta si può arrivare a dei valori temporali attendibili. A fare da apripista ai relatori del gentil sesso ci ha pensato Lia Mangolini (ricercatrice) con interessanti ed inspiegabili collegamenti fra le cultura precolombiana Huaca in Perù e quella Sumerica, così lontane nel tempo e nello spazio. Sono, infatti, stati rilevati, all’interno di mura da costruzione, degli strani manufatti conici con la grafia cuneiforme. Come è possibile giustificare questa sovrapposizione di tecnica artigianale? E’ esistito, in un lontano passato, un contatto? Oppure è stata una fonte esterna a fare da comune denominatore? A riportarci nei misteri di casa nostra ci ha pensato Domenico Raso (filologo e saggista) con la misconosciuta e antica civiltà mediterranea dei Pelasgi. Questi “popoli del mare”, che espansero la propria influenza in una estesa geografia di terre bagnate dalle acque, sono stati quasi completamente dimenticati dalla Storia perché la loro lingua e scrittura (o meglio, come vedremo, prescrittura) risultarono, ai greci e romani che li seguirono, completamente indecifrabile. Ma in Italia, specialmente in Calabria, ne esistono importanti testimonianze figurative, linguistiche e monumentali. Il problema è, però, che l’archeologia ufficiale tende a non riconoscerne la paternità (in un caso, addirittura, di fronte ad una inequivocabile, ma apparentemente incomprensibile, grafia rupestre si è pensato di attribuirne la paternità ad una scolaresca in vena di goliardia). Questo perché attestare l’esistenza di una tale civiltà (in altre parole una precisa organizzazione sociale, compiute espressioni artistiche, forme di comunicazione codificate) significherebbe retrodatare ad un periodo antecedente alla cultura dei sumeri (3.500 a.C.) la nascita della civiltà (alcuni parlano addirittura del 10.000 a.C.). Certamente la cultura pelasgica non presentava una scrittura vera e propria ma piuttosto una “prescrittura”. In altre parole i “segni” ritrovati in numerose stele di terracotta non possono essere tradotti letteralmente ma vanno interpretati nel loro insieme al fine di coglierne il significato complessivo. Le forme comunicative sono, poi, completate dai cosiddetti “falsi figurativi” dove le immagini rappresentate (animali, oggetti, uomini) vanno lette in chiave simbolica e nella consapevolezza di una molteplicità di significati. Ecco che, dunque, grafia e figura diventano un complesso palcoscenico informativo che ci ha permesso di conoscere la quotidianità, la religione e la cultura di questo popolo ormai così lontano nel tempo. Particolarmente toccante è stato, per quei pochi fortunati (compreso lo scrivente) che ne hanno avuto la possibilità, osservare e toccare con mano un frammento di terracotta, arricchito da alcuni tratti alfabetici, risalente al 5.000 a.C. Ma appare subito evidente che la Scienza ufficiale non ha nessuna intenzione di riscrivere i libri di Storia ne gli accademici di sconfessare quanto hanno sempre insegnato fino ad ora. Con un ideale “teletrasporto”, ed accompagnati da Diego Baratono e Claudio Piani (ricercatori) siamo, in un attimo, piombati in pieno medioevo e, precisamente, a Saint Bertin, nelle Fiandre. Ed è in una delle tante abbazie di questa terra rigogliosa che ebbe vita, agli inizi del XII° secolo, l’incredibile vicenda del monaco Lamberto di Saint Omer. Egli riuscì con certosina pazienza ed un profondo amore per la conoscenza a raccogliere e custodire centinaia di pergamene e manoscritti di inestimabile valore. Ma il suo contributo più importante alla cultura del tempo, e non solo, fu la composizione del “Liber Floridus”, un’opera enciclopedica che raccoglieva, in un confronto continuo di idee e tesi spesso contrastanti, tutta la “conoscenza” dell’epoca. Particolarmente affascinanti e, per certi versi sconcertanti, sono alcune mappe medioevali della Terra perché, in modo velatamente criptato, divulgavano conoscenze geografiche ed astronomiche scientificamente corrette ma considerate a quel tempo erronee se non eretiche (l’Europa come quarta parte del mondo, l’esistenza di una terra australe, la sfericità del pianeta etc). Una persona illuminata ma ingiustamente dimenticata. Particolarmente soddisfatti, poi, della relazione dei coniugi Luca Bianchi e Anna Trombetta (ricercatori), devono essere stati i cultori di musica classica presenti in sala. In una dotta esposizione a due voci, e con continui e precisi riferimenti alla tradizione massonica nord europea, hanno cercato di dimostrare come la figura di Mozart presenti tante e concrete valenze ambigue tali da velarne il valore artistico ed umano. Emilio Spedicato (docente all’Università di Bergamo), a seguire, ci ha, invece, riportato, ai tempi della Bibbia e precisamente al momento dell’attraversamento del Mar Rosso da parte di Mosè e dei suoi ebrei in fuga dall’Egitto. E’ sua convinzione che tutti i grandi avvenimenti di tipo catastrofico narrati dal testo sacro (come il Diluvio) possano avere una giustificazione di natura astronomica. Nel caso specifico il ritirarsi delle acque e l’apertura di una lunga e percorribile striscia di terra sul fondo del mare è imputabile all’incontro ravvicinato con un corpo celeste (ricordato dalla mitologia con il nome di Fetonte).La sua esplosione, preceduta da immani onde di calore causate dal contatto con l’atmosfera, scatenò uno tsunami di vento caldo che, unitamente ad un devastante terremoto, sconvolse le tranquille acque marine.A chiudere i lavori l’esposizione di Margherita Detomas (giornalista) con suggestivi accenni alla vita avventurosa di Percy Harrison Fawcett, esploratore britannico scomparso una ottantina di anni fa in circostanze misteriose nel Mato Grosso. Geografo, ricercatore, avventuriero, un uomo impavido e appassionato di antiche civiltà, ma soprattutto un individuo fuori dalle regole e contro le regole qualora queste fossero di ostacolo alla sua ricerca di verità e conoscenza. E forse, non a caso, si è voluto terminare la giornata con un personaggio che, a suo modo, ha personificato quanto il cammino verso la conoscenza del mistero richiede: preparazione, abnegazione e coraggio. |
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