Credo quia obtineam - Sugli effetti della preghiera
di Mariano Tomatis [Tratto da - http://www.marianotomatis.it/index.php?id=17&r=10]

Skeptic: Tu non preghi, vero?
Martin Gardner: E invece sì!
Skeptic: Cosa? Tutti i giorni?
Martin Gardner: Beh, non tutti i giorni. Ma se credi in un creatore dalla mente in qualche modo analoga a quella umana, l'impulso a pregare è molto forte. Ovviamente non gli chiedi di cambiare il tempo atmosferico o di far vincere la tua squadra di calcio. Ma se credi in Dio percepisci un forte impulso ad adorarlo ringraziandolo e chiedendogli perdono. (Tratto da Skeptic, Vol.5, n.2, 1997)

Questo frammento è tratto da un'intervista che la rivista americana Skeptic fece al fondatore del movimento scettico moderno, Martin Gardner. L'intervista suscitò scalpore per le affermazioni fideiste di Gardner, che così difendeva la possibilità di credere in Dio: "Il saggio che cito più spesso a difesa del fideismo è La volontà di credere di William James. In sostanza, James afferma che, se si hanno forti ragioni emotive a credere ad un'affermazione metafisica, e la stessa non è definitivamente contraddetta dalla scienza o da qualche argomentazione logica, allora si ha il diritto di compiere il cosiddetto salto della fede se questo procura una sufficiente sodisfazione. Questa posizione fa imbestialire gli atei perché non possono più discutere con te, così come non possono discutere del fatto che ti piaccia o meno la birra. Per me è tutta una questione emotiva".

In questa sede ci limiteremo ad affrontare l'argomento della preghiera: pregare è necessariamente irrazionale?

Supponiamo che esistano due popolazioni che credono in due divinità distinte; entrambe le religioni sono rigidamente monoteiste, per cui ognuno dei due popoli non può assolutamente accettare l'esistenza del Dio nemico. Per stabilire quale sia la divinità "vera", i capi dei due popoli si accordano per mettere alla prova ognuna il rispettivo Dio: dopo aver ucciso due tori, li deporranno sopra altrettanti altari, ma senza accendere alcun fuoco. Il vero Dio sarà quello che risponderà mandando il fuoco sul suo altare. Dopo una serie di invocazioni, uno dei due altari si infiamma, al punto che il fuoco consuma non soltanto l'offerta, ma anche la legna, le pietre e la terra circostante: il Dio autentico ha risposto, e i quattrocentocinquanta sacerdoti seguaci del Dio fasullo vengono sgozzati in massa.

Ho citato questo racconto perché contiene diversi interessanti spunti di riflessione. Innanzitutto il racconto non è originale. Questo episodio è tratto dalla Bibbia: il Dio vincitore non è altri che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, mentre il Dio fasullo è Baal. L'artefice dello sterminio dei 450 sacerdoti è il profeta Elia:

Al di là del cruento finale, la proposta di Elia è ammirevole: per verificare una volta per tutte l'esistenza di una o dell'altra divinità, egli propone un esperimento pratico. Esperimento che, nel racconto, funziona alla perfezione: il vero Dio si rivela, l'altro sonnecchia (ma può sonnecchiare un Dio inesistente?). Memorabili gli sfottò di Elia, che così prende in giro i poveri sacerdoti Baaliani: "Gridate più forte, perché Baal è un dio! E' occupato! oppure ha dovuto assentarsi un momento! si è messo in viaggio! dorme! svegliatelo!" (I Re 18,27).
Secondo un proverbio, non si deve chiedere all'oste se il suo vino è buono. Dal momento che il racconto è tratto dalla Bibbia, Parola del Dio giudaico-cristiano, non sappiamo se il fatto avvenne davvero in quei termini o se si tratta di una narrazione nata con delle finalità didattiche. Sarebbe interessante leggere un resoconto dello stesso fatto, tratto dalla Bibbia scritta dai sacerdoti di Baal, ma, se Elia fece bene il suo dovere, le speranze di ritrovarne una copia sono poche...
Purtroppo (?) l'esperimento è rimasto un unicum: non è caratterizzato, infatti, dalla "ripetibilità" tipica di tutti gli esperimenti scientifici che si possano definire tali. Escludo che qualcuno abbia provato a ripeterlo, ed io stesso accetterei di realizzarlo soltanto se la controparte fosse d'accordo nell'abrogare quell'antipatica mattanza finale...

L'idea dell'esperimento alla base del racconto è, comunque, molto affascinante, e lo schema proposto da Elia potrebbe essere ulteriormente semplificato: supponiamo di avere una sola divinità di cui vogliamo testare l'esistenza. Potremmo rivolgerci a lei con una serie di preghiere di richiesta, e verificare se ci esaudisce o meno. Ma la cosa non sarebbe così semplice. Vediamo perché...

In definitiva, in cosa si può credere senza contraddirsi o finire in circoli paradossali? Per analizzare il complesso argomento della preghiera, voglio citare un episodio che mi è accaduto di recente.
Avendo portato l'auto dal carrozziere, mi trovavo su un pullman, comodamente seduto. Avendo un po' di raffreddore, mi avrebbe fatto molto piacere avere un fazzoletto per soffiarmi il naso, ma mi ricordai di non averli presi con me... A un tratto salì una vecchia signora. Mi accorsi che non c'erano posti liberi a disposizione, per cui - trovandomi anche a poche fermate dalla mia destinazione - mi alzai e feci alcuni passi verso l'uscita, in modo che potesse sedersi. Il mio naso, intanto, era sempre più irritato... Misi una mano nella tasca dell'impermeabile e... meraviglia! All'interno trovai una confezione intera di fazzoletti di carta!
Fino a qualche anno fa avrei avuto una spiegazione immediata a questo piccolo prodigio: la mia rinuncia del posto a sedere (la "buona azione", dunque) aveva prodotto un premio da parte del Cielo (la comparsa dei fazzoletti inaspettati). Sì, per anni credetti in una relazione "magica" tra gli avvenimenti: ero convinto che una buona azione producesse automaticamente una risposta da parte di Dio, il quale ricambiava con altrettanti premi. Cercavo, comunque, di non essere ingenuo: in un'occasione come quella dei fazzoletti, ad esempio, non pensavo affatto che questi si fossero "materializzati" nella tasca nel momento in cui avevo offerto il mio posto alla signora; ero convinto che le strade di Dio fossero molto più discrete! Chiaramente Egli, fuori dal tempo, sapeva già dal mattino che - a quella data ora - avrei fatto quella data buona azione e avrei sofferto di raffreddore al punto da leggere la presenza di una confezione di fazzoletti come un dono del Cielo. Dio, dunque, aveva fatto sì che qualcuno mettesse quei fazzoletti nella tasca del mio impermeabile generando in lui questo desiderio; magari li aveva fatti mettere proprio a me, in un momento assolutamente non sospetto e forse approfittando di una situazione del tutto estranea al raffreddore - per un prestigiatore è tipico riempirsi le tasche di chincaglierie per essere pronto ad esibirsi in qualsiasi situazione e luogo!

Questo è il modo in cui può ragionare chi crede. Certo, come avete visto richiede una certa fantasia, ed oggi trovo abbastanza improbabile questo modello. Nondimeno si tratta di un modello coerente, "logicamente possibile", che non presuppone un Dio che modifica le leggi della Natura ma che agisce ad un livello psicologico, o magari intervenendo semplicemente sulle microscopiche funzioni d'onda teorizzate dalla quantistica. Anche quest'idea non è originale. Ne parla Martin Gardner nel suo saggio "Pregare: perché non credo sia stupido", che si apre con l'irritante riflessione di un credente in linea col pensiero presentato sopra:

La domanda che si pone Gardner è diretta: la preghiera può avere effettivamente un impatto sulla realtà? Naturalmente non si riferisce alla preghiera di lode o di ringraziamento: egli parla della preghiera di richiesta, quella cui si riferiva Cristo quando disse che una fede pari ad un granellino di senape sarebbe stata in grado di spostare le montagne.
Ci sono modi diversi di affrontare l'argomento. Alcuni credenti - la maggioranza - credono, con Samuel Johnson, che "ragionare filosoficamente sulla natura della preghiera sia assolutamente inutile". Gardner scrive che, invece, "ci sono quelli che sono condannati a porsi queste domande". Egli (ed io con lui) afferma di appartenere a questa seconda categoria. L'interrogativo di Gardner riguarda, dunque, la possibilità di "combinare la fede con il più grande rispetto per la scienza e per l'immutabilità delle leggi naturali". Ecco la sua proposta.
Dapprima egli esclude le richieste impossibili o contradditorie. Come scrive, "Siamo tutti d'accordo sul fatto che alcune preghiere di richiesta non andrebbero mai fatte. Sarebbe stupido, ad esempio, chiedere a Dio di alterare il teorema di Pitagora in modo tale che il quadrato costruito sull'ipotenusa sia uguale alla somma dei cubi costruiti sui cateti. Dio non può - come scriveva San Tommaso - fare una cosa logicamente contradditoria. [...] Si prega soltanto per ciò che crediamo sia possibile. Ciò che si crede sia possibile cambia, in effetti, da persona a persona, da cultura a cultura, da periodo a periodo. Bertrand Russell cita da qualche parte l'usanza medievale di radunarsi, durante un'epidemia, nelle chiese per pregare, e così consentendo alla malattia di diffondersi più rapidamente".
Un primo effetto della preghiera - quello psicologico - non è più messo in discussione da nessuno: l'effetto placebo si fonda proprio sulla fede nella potenza di un farmaco, e la preghiera non è che una generalizzazione dell'effetto in questione, riferita non all'efficacia di un farmaco ma all'intervento efficace di una divinità.
Ma che dire dell'efficacia fisica della preghiera? Prendiamo la classica "danza della pioggia" degli Indiani d'America: questo rituale ha qualche reale effetto fisico sull'atmosfera?

Prima di presentare i due modelli proposti da Gardner, voglio fare una premessa: la mia risposta alla domanda appena presentata è "Credo proprio di no". Non vorrei, però, correre il rischio di perdere di vista le alternative a questa mia convinzione: nell'infinito ventaglio di ipotesi logicamente possibili, ognuna ha una probabilità di essere vera più o meno piccola, ma alcune possiedono un fascino e una bellezza che ignorarle significa chiudere gli occhi di fronte ad uno spicchio di meraviglia. E' necessaria una certa abilità creativa per formulare ipotesi del genere, ma lo stesso Piero Angela scriveva che "oltre i confini [della Scienza] esistono vasti spazi bui, dove le risposte possono essere solo immaginate". Tra i divulgatori scientifici "visionari" più prolifici, il più lucido è certamente Martin Gardner, mentre tra i logici spicca Raymond Smullyan (è un caso che siano entrambi prestigiatori?).

Gardner così introduce i suoi due modelli: "Il mio punto di vista sarà certamente giudicato dagli atei o dai panteisti come un modo infantile di evadere il problema centrale assumendo una posizione che non può essere né confermata né confutata. Di questo devo chiedere immediatamente scusa. Credo innanzitutto che sia impossibile, in linea di principio, condurre un esperimento o fare una qualsiasi osservazione che in qualche modo dimostri o confuti l'ipotesi per cui chiedere qualcosa a Dio abbia una qualche efficacia pratica (ricordatevi che non stiamo parlando di effetti psicologici o fisiologici su chi prega)".

Ci sono in effetti due argomenti, pro e contro la preghiera, altrettanto convincenti, che Gardner chiama "argomenti testa-vinco-io-croce-perdi-tu":
 

Tornando alla preghiera di richiesta, Gardner scrive che, in teoria, è possibile che Dio intervenga in qualche modo così nascosto da essere invisibile perché non produce alcuna rottura delle leggi fisiche: "Forse Dio altera la storia ad un livello così basso che i cambiamenti introdotti sono così infinitesimali che il risultato sembra naturale quanto la caduta di una goccia di pioggia. [...] Costruiamo un modello molto rozzo. C'è una grande siccità e un bambino sta morendo di sete. I genitori pregano perché piova. Dio sente le preghiere, considera tutte le conseguenze di un suo ipotetico intervento e, nella sua infinita saggezza, decide di esaudire la preghiera. Dal momento che intende restare nascosto, non fa comparire dal nulla una nuvola. Opera, invece, ad un livello microscopico, accelerando quelle molecole e rallentando quelle altre, finché il risultato complessivo è una macroalterazione che scatena la pioggia. Questa concezione di un Dio che risponde alle preghiere con un intervento che "si compie segretamente, nel cuore stesso delle cose" (come scrive C. F. D'Arcy nel suo articolo sulla preghiera cristiana pubblicato sulla Encyclopedia of Religion and Ethics) ha ricevuto un nuovo ed inaspettato supporto con la formulazione della teoria quantistica. La teoria in questione presenta un modello dell'universo in cui ogni microsecondo, in tutte le regioni dell'universo, avvengono miliardi e miliardi di eventi quantici - senza alcuna causa antecedente. Avvengono puramente per caso. Accadono di continuo e in silenzio all'interno di ogni minuscolo frammento di materia, compreso ovviamente il nostro cervello. Ci sono perfino fluttuazioni quantiche nel vuoto, in quello che in precedenza i fisici ritenevano non contenere nulla. Dio potrebbe forse intervenire, in risposta alle nostre preghiere, a questo livello, il livello dei fotoni e degli elettroni? Al livello dei quanti, Dio non avrebbe nemmeno bisogno di alterare la direzione o la velocità di alcuna molecola o atomo. Sarebbe sufficiente alterare le probabilità e produrre così un collasso delle funzioni d'onda. Qui non ci sarebbe neppure nulla di osservabile come violazione di leggi naturali. Se lanci una moneta e ottieni dieci volte testa, il risultato può essere sorprendente ma nessuna legge naturale è stata sovvertita. [...] Ora, cosa si può dire di questo modello? E' vero? Non chiedetelo a me. Come potrei mai saperlo? E' certamente un modello stravagante che nessuno può confutare. Una sua caratteristica fondamentale risiede nel fatto che Dio risponde alle preghiere intervenendo attivamente nella storia in un preciso istante".

Ma c'è un secondo modello, altrettanto bizzarro e più affascinante ancora. Così ne parla Gardner: "Il nostro secondo modello [...] si basa su un concetto di Dio all'esterno del flusso temporale. Egli può vedere l'intera storia del nostro universo senza che il tempo scorra. [...] Da questo punto di vista non è difficile costruire un altro modello in cui la preghiera di richiesta abbia una sua efficacia, e allo stesso tempo sia impossibile individuare delle rotture nel continuum di causa-effetto. Un possibile approccio a questo modello ci viene dalla metafora preferita da [Miguel] Unamuno. Tu ed io siamo nella mente di Dio nello stesso modo in cui due personaggi di fantasia sono nella mente di un romanziere. Anche se gli episodi del romanzo avvengono (in genere) per una sequenza di cause, l'autore vede questi eventi da un livello completamente esterno rispetto allo spazio-tempo della storia raccontata. Dal momento che il racconto è la creazione dell'autore, costui può cambiarla come vuole a suo piacimento senza distruggere la sua consistenza causale. [...] Nell'Amleto, un ramo su cui Ofelia si è aggrappata si rompe, lei cade in un fiume e annega. Ofelia è morta perché Shakespeare voleva che morisse in quel momento per ragioni poetiche, o perché si è rotto il ramo? Entrambi i motivi sono validi. In ogni racconto, ogni evento accade come risultato di eventi che lo precedono, ma anche perché è il poeta a volerlo. Similmente Unamuno e Lewis ritengono che la storia umana si possa leggere come un romanzo di Dio. In un modo che ci è incomprensibile, Dio ci ha dato una realtà molto più grande e complessa rispetto a quella che Cervantes diede ai potevi Don Chisciotte e Sancho Panza, e ci ha dotati soprattutto di quella misteriosa abilità di agire liberamente. Alcuni di noi hanno la strana abitudine di chiedere alcune cose all'Autore con delle preghiere. E' possibile che Dio le prenda in considerazione e, nella sua infinita saggezza, diriga nella direzione richiesta la trama? [...] Ora, cosa si può dire di questo modello? E' vero? Non chiedetelo a me. Come potrei mai saperlo? E' certamente un modello stravagante che nessuno può confutare." E' forse nelle conclusioni che lo sforzo di Gardner tocca la più grande profondità: "Anche se non abbiamo modo di sapere se uno dei due modelli, o magari una combinazione dei due, o magari uno completamente diverso, sia vero o parzialmente vero, continuo a ripetere che costruire modelli del genere ha una fondamentale utilità. Essi mostrano, infatti, che non c'è nulla di logicamente sbagliato in ciò in cui alcuni credenti ripongono la loro fiducia con tutto il cuore. [...] All'essenza del fideismo c'è l'idea che Dio scelga di non rivelarsi in modo razionale o empirico. [...] Non chiedetemi, dunque, in che modo la preghiera di richiesta possa essere efficace. Non lo so. [...] Già io non so se possiedo davvero il libero arbitrio, figuriamoci sapere se lo possiede Dio! [...] Non so perché al mondo ci sia qualcosa invece che il nulla, o perché quel qualcosa sia proprio così e non in un altro modo. Né mi preoccupano queste domande. [...] Per me, interrogativi del genere, ed altri come questi, non sono soltanto attualmente impossibili da risolvere. Si tratta di interrogativi ai quali non immagino che possa rispondere alcun mortale. Il meglio che si possa fare è quello di costruire i nostri ridicoli modelli, balbettare le nostre stravaganti metafore, sempre ammettendo quanto siano rozze e senza mai prenderle sul serio. Vediamo le cose come attraverso una lente scura, e in alcuni punti è così opaca da non poterci affatto vedere attraverso".

Voglio aggiungere, a queste vertiginose riflessioni, qualche considerazione personale. Come Gardner afferma nella sua intervista, anch'io credo di pregare. Qualche settimana fa scrivevo su queste pagine:

Oltre a queste preghiere di ringraziamento, mi piacerebbe molto ritrovarmi a recitare quella che ritengo la più bella preghiera che Cristo abbia lasciato agli uomini, da Lui pronunciata nell'Orto degli Ulivi: "Sia fatta la Tua volontà" (Vangelo di Luca 22,42). Ritengo che, per formularla, non sia affatto necessario credere in Dio: percepisco la preghiera in questione come l'affermazione della piena e consapevole accettazione di quanto la vita ci riserva in ogni istante, e la vedo intimamente connessa all'affermazione taoista "Comunque decida di soffiare il vento, comunque vadano le cose, a me va bene". Naturalmente si può auspicare che sia fatta la volontà di una divinità solo se si è certi che sia una volontà "buona", diretta verso una condizione migliore della presente; nondimeno è esattamente ciò in cui credo! In quest'ottica mi azzarderei ad affermare: "Comunque decida di soffiare il vento, comunque vadano le cose, a me va bene". Naturalmente non posso riferirmi alle cose prese separatamente: non potrei mai affermare che a me vanno bene la fame nel mondo o le violenze! Ma, come scriveva Raymond Smullyan, "Non ho mai detto che ogni cosa che accade mi vada bene. Non ho mai detto che prendendo ogni singola cosa che succede questa mi vada bene. Ho detto che comunque vadano le cose, a me va bene. Mi riferivo alla direzione presa dal mondo nella sua globalità. Il fatto che a me piaccia il mondo nella sua totalità non significa che mi piaccia ogni sua parte isolata dal resto".
Credo di capire cosa intende Smullyan. Può non piacermi la fame nel mondo isolata dal resto, ma quando mi accorgo che, oltre a questa realtà, esiste nell'individuo anche l'impulso a reagire contro questa ingiustizia con opere sociali e umanitarie, allora la mia visione "complessiva" del mondo ritorna positiva (non è certamente argomento da liquidare in poche righe, ma conto di tornarci su in futuro).

Scrivevo sopra che non è necessario credere in Dio per pregare chiedendo che le cose vadano proprio come devono andare. Né una preghiera del genere è in qualche modo "necessaria": le cose vanno comunque come devono andare! Nondimeno, trovarsi a recitare spontaneamente una prece del genere equivale al raggiungimento di una condizione spirituale di totale armonia con quanto ci circonda: "Avvenga ciò che avviene" è la preghiera che rappresenta la fusione mistica tra ciò che si desidera e quanto accade; in questa condizione, l'affermazione di Cristo "Sia fatta la tua volontà, non la mia" diventa "Sia fatta la tua volontà, che è anche la mia"; ad uno stadio del genere ci si percepisce come "Dio" perché ci si accorge che accade proprio quanto si sta desiderando - e si tratta di una percezione meravigliosamente illusoria, perché in realtà si sta desiderando proprio quanto accade!

Fino ad oggi, credo di aver sperimentato solo qualche brevissimo spiraglio di questa condizione; quanto basta, comunque, per affermare con certezza che un'azione non è buona perché è volontà di Dio, ma è volontà di Dio proprio perché è buona.

 

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