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| Il giallo del Graal di Padre Pio | |||||||
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Una coppa misteriosa, che sarebbe appartenuta a San Pietro e rappresenterebbe un «dono di Dio» a San Francesco poi trasmesso a Padre Pio. Una lettera manoscritta con passaggi criptici, vergata con calligrafia chiara e giovanile dal santo stimmatizzato quando questi in realtà era ormai alla fine della sua vita, che attesta l’autenticità del vaso definendolo «in me Segreto» e «testimone di immensa luce». Un regista con interessi nel mondo dello spiritismo, pronipote del medico che curò Padre Pio, che si dichiara perseguitato e teme di essere messo a tacere dopo aver tentato in tutti i modi di raccontare la storia del graal. No, non state leggendo la trama di un nuovo thriller fantareligioso ma una storia approdata a «Striscia la notizia», il tg satirico di Canale 5.
Il protagonista si chiama Al (diminutivo di Alberto) Festa, regista cinematografico, 50 anni, parente di Giorgio Festa, il dottore che operò Padre Pio e ne esaminò le stimmate scrivendo una dettagliata relazione. A «Striscia», martedì scorso, Festa, basandosi su alcune foto della sepoltura del frate, ha dapprima sollevato dubbi su una possibile manomissione del corpo, facendo notare come i sigilli originali non figurassero sul vetro al momento della riesumazione e raccontando persino la «voce» di un presunto trasferimento delle spoglie in Vaticano. Su questo argomento i frati di San Giovanni Rotondo non hanno avuto problemi a chiarire, smentire e puntualizzare: nei giorni dell’esposizione del corpo, prima dei funerali, vennero eseguite varie ispezioni e un cambio di bara. Così, subito prima della tumulazione, i sigilli l’ultima volta vennero apposti non sul coperchio di vetro, ma sulla cassa di metallo, dove sono rimasti fino al 2 marzo scorso. Nessun mistero, nessun trafugamento, nessun segreto celato negli scantinati vaticani.
Ai microfoni di «Striscia», Alberto Festa ha però rilanciato anche la storia della lettera e del possibile «santo graal» di Padre Pio, da lui già annunciata con conferenza stampa il 26 novembre 2003, quando definì il vasetto «di incredibile importanza». In questi anni si era sempre creduto che Festa avesse trovato il graal, e la lettera che lo autenticava scritta da Padre Pio, tra gli oggetti del prozio, medico del frate.

In realtà le cose non sono
andate proprio così. Si è trattato di un acquisto, per un valore di
circa 75mila euro. Da un atto di citazione depositato al tribunale
di Roma in data 12 gennaio 2006 risulta infatti che Festa ha
comprato lettera e graal da un certo Emanuele Cervone, il quale ha
fatto da intermediario tra i parenti di un frate, padre Cristoforo
da Vico del Gargano, custode dell’oggetto, al quale a sua volta
l’avrebbe donato nel marzo 1968 lo stesso santo di Pietrelcina. C’è
di mezzo una causa, perché Festa, nel 2005, a fronte delle tante e
autorevoli obiezioni ricevute sul documento e sul reperto, smise di
pagare Cervone e ricevette da questi delle ingiunzioni di pagamento.
Nell’atto di citazione scritto dall’avvocato di Festa, Antonella
Rustico, si legge che la «genuinità e provenienza certa» dei due
reperti non è stata «mai dimostrata» dal venditore.
Oggi quella causa è stata abbandonata e grazie a una transazione,
Cervone e Festa si sono accordati. La lettera e il graal
appartengono ora a pieno titolo al pronipote del medico del santo.
Ma sono autentici? Esiste una perizia grafologica sulla lettera,
redatta dal professor Alberto Bravo, e datata 2003 (dunque in data
precedente al contenzioso tra Festa e Cervone), che conclude: «Le
analisi di confronto confermano la riconducibilità della scrittura
in verifica alla mano del Santo Padre Pio». Così come esiste una
perizia secondo la quale sarebbe attestata l’età del vasetto,
risalente al primo secolo. Lo stesso Postulatore generale
dell’Ordine dei cappuccini, padre Florio Tessari, si è dichiarato in
favore dell’autenticità della missiva. Chi invece non ci ha mai
creduto è lo scomparso vicepostulatore della causa di beatificazione,
padre Gerardo Di Flumeri, che bollò tutto come un falso, ricordando
che nel marzo 1968 Padre Pio non scriveva più se non la sua firma e
che quella calligrafia appare come troppo giovanile. «Sul santo
graal esistono biblioteche piene di libri. Tutte leggende - osserva
fra’ Antonio Belpiede, portavoce dei cappuccini della provincia di
San Giovanni Rotondo - se ciò che presenta Festa fosse così
importante e decisivo, avrebbe trovato da noi ogni porta spalancata».
Ecco il testo della missiva che
Padre Pio avrebbe scritto nel marzo 1968 a padre Cristofoto da Vico
del Gargano, facendogli consegnare il vasetto.
«A
Padre Cristoforo da Vico del Gargano.
Fratello, Dio mi chiama e ti
affido i resti di umili segreti a me donati da cristiani fedeli, per
consegnare a padre Fortunato da Serracapriola la ciotola che con la
sua acqua bagnò le labbra di nostro Signore sul Calvario; al Signor
Emmanuelino, accostato alla sacra mensa, la Lucerna che illuminò la
strada dei cristiani al Colosseo; per te ti lascio il piccolo Vaso
greco dell’Apostolo Pietro in me Segreto perché Dono di Dio a mio
padre e testimone della immensa luce. Custodiscilo per i poveri...
di fede».
Colpisce innanzitutto la grafia del documento, più simile a quelli
vergati dal frate negli anni Trenta e Quaranta. E colpiscono quelle
righe criptiche, esoteriche, assolutamente inusuali nelle lettere
del santo del Gargano. «Più che Padre Pio sembra Nostradamus»,
confida un frate di San Giovanni Rotondo che chiede l’anonimato.
Nulla si sa della fine degli altri oggetti citati: la ciotola
dell’acqua sul Calvario, la lucerna dei cristiani al Colosseo.
Fonte - Il Giornale, art. di Andrea Tornielli, 23 Maggio 2008
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