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Enrico Baccarini - Il cervello e la meditazione

Long-term meditators self-induce high-amplitude gamma synchrony during mental practice

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Il cervello e la meditazione
di JOHN GEIRLAND

IL DALAI LAMA ha il raffreddore. È da tre giorni a Washington, Dc, per incontrare il presidente Bush e Condoleezza Rice e visitare la Booker T. Washington Public Charter School for Technical Arts. Ora si trova sul palco del Washington Convention Center, pronto a intervenire di fronte a 14 mila spettatori alla conferenza annuale della Society for Neuroscience. L’atmosfera è tesa. Lo State Department Diplomatic Security Service ha monitorato l’intero edificio alla ricerca di esplosivi. Gli agenti sono tutti in postazione. La quattordicesima reincarnazione del Buddha si avvicina al podio, si schiarisce la gola e si soffia rumorosamente il naso. “In questo modo allento lo stress”, spiega. Il pubblico ride.

Il Dalai Lama è qui per parlare della “neuroscienza della meditazione”. Negli ultimi anni, ha prestato circa una dozzina di monaci tibetani buddisti a Richard Davidson, autorevole esperto di neuroscienze e docente della University of Wisconsin-Madison. Le ricerche del professore hanno fatto scalpore tra gli addetti ai lavori del settore della neurologia, specialmente da quando egli ha dimostrato che, meditando per decine di migliaia di ore, i monaci erano effettivamente in grado di alterare le proprie strutture e funzioni cerebrali. A quel punto, Davidson ha pensato che il Dalai Lama avrebbe potuto essere un ospite d’eccezione per il meeting annuale della Society for Neuroscience, e il comitato organizzativo della manifestazione non se l’è fatto ripetere due volte. L’intervento, oltretutto, garantisce al leader tibetano la possibilità di promuovere per l’ennesima volta pubblicamente uno dei suoi obiettivi più ambiziosi: la stipula di un’alleanza definitiva tra buddismo e scienza.

L’invito ha comunque scatenato forti reazioni all’interno della comunità dei neuroscienziati. Per protesta, alcuni hanno avviato una petizione online, immediatamente sabotata dalla fazione pro-Dalai Lama. Altri hanno boicottato l’evento o rifiutato di presentare le proprie relazioni. Altri ancora hanno chiesto – inutilmente – il tempo di escogitare un controintervento. Tutto ciò potrebbe spiegare gli improvvisi acciacchi del Lama. “Il raffreddore di sua Santità è una manifestazione dell’opposizione di alcuni scienziati al suo intervenire alla conferenza”, mi spiega un giovane cinese. Secondo gli oppositori, il leader tibetano non sarebbe qualificato a parlare di neuroscienze. Il timore è che la sua presenza possa distrarre l’attenzione dei media dalle importanti scoperte presentate al convegno. Quel che è peggio, il suo intervento confonde i confini tra indagine oggettiva e fede. “Non vogliamo che nelle menti dei nostri studenti scienza e religione si mischino”, commenta Bai Lu, ricercatore dei National Institutes of Health, “e tanto meno vogliamo che ciò accada nel corso di un evento scientifico”. Uno dei promotori della petizione, Lu Yang Wang, è ancora più caustico. “Chi verrà l’anno prossimo? Il Papa?”, si chiede.

Richard Davidson, 54 anni, è al tempo stesso uno scienziato di fama e un personaggio dalla forte spiritualità. È appassionato di meditazione fin dagli anni Sessanta. Quando studiava ad Harvard, ha canalizzato questo suo interesse nello studio della psicologia e delle neuroscienze. Al di fuori dell’università, abitava con Ram Dass, ex partner di Timothy Leary nelle ricerche sull’Lsd poi divenuto mistico. Era anche stato in India per una pausa di meditazione, per poi prendere il dottorato in biopsicologia e infine passare alla University of Wisconsin, dove attualmente dirige il Waisman Laboratory for Brain Imaging and Behavior. Il Dalai Lama è venuto a sapere dei suoi studi da altri scienziati e nel 1992 lo ha invitata a Dharamsala, in India, perché intervistasse i monaci che praticavano la meditazione intensiva a proposito delle loro esperienze mentali ed emozionali. Di quel viaggio, Davidson ricorda ancor oggi “lo straordinario potere della compassione” avvertito con tutto il suo essere alla presenza del Lama. Dieci anni più tardi, lo studioso ha avuto la possibilità di esaminare i monaci buddisti anche direttamente nel suo laboratorio. A giugno del 2002, infatti, il suo assistente Antoine Lutz ha posizionato 128 elettrodi sulla testa di Mattieu Ricard, monaco di origine francese del monastero Shechen di Katmandu, che vantava al suo attivo oltre 10 mila ore di meditazione.

Lutz aveva chiesto a Ricard di meditare sui concetti di “compassione e amore incondizionati” e aveva immediatamente notato una forte attività gamma – ovvero di onde cerebrali oscillanti a circa 40 cicli per secondo – che sta ad indicare il pensiero intensamente focalizzato. Le onde gamma sono generalmente deboli e difficili da visualizzare. Quelle emessa da Ricard erano invece evidentissime, anche in modalità elettroencefalogramma. Non solo: le oscillazioni delle diverse parti della corteccia erano assolutamente sincronizzate (un fenomeno che qualche volta si verifica nei pazienti sotto anestesia). I ricercatori non avevano mai visto niente del genere. Temendo che ci fosse qualcosa di sbagliato nella strumentazione o nelle tecniche utilizzate, si fecero autorizzare a esaminare altri monaci più un gruppo di controllo formato da studenti con nessuna esperienza di meditazione. I religiosi producevano onde gamma trenta volte più potenti di quelle emesse dai ragazzi. Inoltre, presentavano aree cerebrali attive più ampie, specialmente nella corteccia prefrontale sinistra, la porzione del cervello responsabile delle emozioni positive.

Uno scontro politico?
Davidson realizzò subito che quella scoperta presentava significative implicazioni per gli studi, sempre più diffusi, sulla capacità di alterare le funzioni mentali con l’esercizio. Secondo il punto di vista tradizionale, il cervello si fissa con il passaggio all’età adulta: da quel momento in poi si formano pochissime nuove connessioni. Negli ultimi vent’anni, però, gli scienziati hanno riscontrato che un allenamento continuativo può fare la differenza. Per esempio, la porzione di cervello che corrisponde alla gestione del movimento delle dita in un musicista (anche in quelli che iniziano a suonare da grandi) si sviluppa molto più di quella che regola i piegamenti del polso. Le ricerche di Davidson hanno dimostrato che tale potenzialità può essere estesa anche ai centri emozionali. Ma lo studioso aveva visto anche qualcosa in più. I monaci avevano risposto alla richiesta di meditare sulla compassione generando onde cerebrali di straordinaria intensità. Forse tale segnale stava ad indicare anche uno stato d’animo corrispondente al pensiero su cui si focalizzavano. Se così fosse stato, ciò avrebbe voluto dire che la compassione può essere esercitata, come un muscolo; e che con un adeguato esercizio si sarebbe stati in grado di aumentare le proprie capacità di empatia. Non solo: se la meditazione poteva aumentare “attenzione e processi affettivi” – le emozioni in gergo tecnico – la stessa pratica poteva essere utilizzata anche per agire su risposte emotive negative, come la depressione.

I risultati della ricerca sono stati pubblicati a novembre 2004 sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. La scoperta si è guadagnata addirittura una pagina del Wall Street Journal, e Davidson è diventato improvvisamente una celebrità. Ma non tutti sono rimasti favorevolmente impressionati. Yi Rao, professore del Dipartimento di Neurologia della Northwestern University, liquida quel lavoro definendolo “spazzatura”. “Per i parametri scientifici è assolutamente insufficiente”, commenta. “Le argomentazioni di Davidson e del Dalai Lama sono pienamente discutibili”. Tra i leader della fazione contraria all’intervento del Lama alla conferenza, Rao critica Davidson accusandolo di essere uno “scienziato troppo impegnato politicamente”, e di aver programmato l’invito per dare una legittimazione scientifica al buddismo ed esercitare pressioni sul governo cinese perché conceda l’autonomia al Tibet. Ma le obiezioni di carattere politico valgono per entrambi gli schieramenti. Rao è cinese, come del resto più della metà dei 544 firmatari della petizione contro la relazione del Dalai Lama. Molti, nell’ambito della comunità neuroscientifica, ritengono che l’opposizione cinese all’intervento del leader al convegno sia stata influenzata dalla propaganda anti-Lama di lunga data messa in atto dal governo della Repubblica Popolare. “È evidente”, sentenzia Davidson.

Tuttavia, il punto cardine delle argomentazioni di Rao è innegabile: i legami personali tra Davidson e il Dalai Lama sono molto forti e affondano le loro radici parecchio indietro nel tempo. Gli scienziati dovrebbero invece mantenere una certa distanza professionale da organizzazioni e individui coinvolti nelle loro ricerche o che abbiano qualcosa da ricavarne a seconda dei risultati ottenuti. Se Davidson fosse stato incaricato di studiare gli effetti del gelato sui centri del piacere nel cervello, di certo non si accompagnerebbe all’amministratore delegato dell’Algida. Ma si vede spesso con il Dalai Lama, che chiaramente venera. A tali accuse, il ricercatore reagisce irritato: “Attribuisco un immenso valore al mio rapporto con sua Santità e credo che ai miei studi abbia portato solo vantaggi”, replica con un sorriso tirato. “Non ho alcuna intenzione di rinunciarci”.

 

Perché la scienza affascina il Lama

L’interesse del Dalai Lama per la scienza risale all’infanzia, quando il giovane Tenzin Gyatso (il suo nome d’origine) trovò per caso un telescopio d’ottone appartenuto al suo predecessore. Da anni incontra regolarmente i più autorevoli esponenti del mondo della fisica e della biologia per approfondire le proprie conoscenze. A lungo ha riflettuto su tematiche complesse come la meccanica quantistica. Secondo il leader tibetano scienza e buddismo hanno parecchio in comune. Entrambi sono tradizioni investigative che cercano di spiegare la realtà. Il Lama ammira la forza del metodo scientifico, e ha apertamente dichiarato la sua volontà di abiurare le dottrine buddiste dimostrate false dalla scienza, per quanto dal momento che gran parte dei fondamenti della dottrina buddista – come la reincarnazione, tanto per dirne uno – è per sua stessa natura inverificabile, molte delle credenze del Dalai Lama restino immuni a qualsiasi possibilità di critica scientifica.

La visione dell’universo propria dei buddisti è molto diversa da quella degli scienziati. I buddisti ritengono che regno della mente e regno della fisicità condividano lo stesso grado di realtà. Quindi le costruzioni mentali che la scienza considera immaginarie sono al contrario, per i buddisti, oggettivamente reali e percepibili. I neuroscienziati, invece, sono dei materialisti. Così per loro l’attività mentale non può essere distinta dalle circostanze fisiche che la determinano. In questo, le teorie di Davidson si uniformano in pieno a quelle della comunità scientifica più in generale. “La mente è una proprietà del cervello, e da esso dipende”, sentenzia. Per il momento, il Dalai Lama ha deciso di sorvolare su questo punto. Quel che il buddismo può offrire alla scienza è essenzialmente un modo di studiare la coscienza dall’interno, per quanto si tratti di una tecnica generalmente non accettata come scientifica. Le neuroscienze trattano il cervello nella stessa maniera in cui la scienza occidentale affronta qualsiasi problematica: dall’esterno, da un punto di vista oggettivo che il Dalai Lama definisce “in terza persona”. La meditazione buddista dà una visione introspettiva e in prima persona della coscienza. Chi medita riporta agli scienziati quello che ha provato e, come dichiarato da Ricard nel corso di un’intervista radiofonica nel 2003: “Focalizzarsi sull’arrivo di un pensiero e sugli effetti che produce… questo è assolutamente empirico. Ma se diverse persone ripetono singolarmente la stessa descrizione quella descrizione assume connotati scientifici, perché diventa dato sperimentale”.

Nel divertirsi a giocare con la scienza, il Dalai Lama ha anche un più alto scopo: quello di liberare il buddismo dall’identificazione con una sorta di kit di tecniche miranti unicamente ad alleviare la miseria e guidare l’umanità sulla via della perfezione calmando la mente e coltivando la compassione. L’intento del Lama è quello di svincolare tali metodi dal contesto religioso e radicarli nel settore delle neuroscienze sperando che vengano adottati su larga scala. In questo, lui e Davidson sono pienamente concordi. I ragazzi a scuola fanno educazione fisica, fa notare lo studioso. “Non sarebbe meraviglioso se facessero anche educazione mentale? Il lavoro che stiamo facendo, nel suo piccolo, punta all’affermazione di questo più ampio obiettivo”.

Intanto, sul palco del Washington Convention Center, il Dalai Lama si schiarisce un’ultima volta la gola e si rivolge alla Society for Neuroscience. Se c’era un discorso preparato a tavolino, lui non l’ha imparato. Per i prossimi 30 minuti parlerà del suo interesse di bambino per la scienza. “La curiosità è parte della mia vita, parte del mio essere. Guardate questo corpo. In alcune sue parti ci sono più peli, in altre meno. Perché?”. Sottolinea l’importanza dell’etica nella ricerca di risposte scientifiche. In particolare, si preoccupa che gli scienziati non facciano abbastanza attenzione a coltivare “il calore del cuore”. Una qualità, come la carità, che si sviluppa prima di tutto tra le pareti di casa propria. “Andate a casa, state con vostra moglie, con vostro marito, con i vostri figli”, predica al pubblico dei neuroscienziati, “e siate felici!”. Pochi minuti dopo se ne va, scortato da una folla di assistenti e guardie di sicurezza.

Gli oppositori dell’intervento del Lama al convegno temono uno scavalcamento dei confini tra scienza e religione. Al momento, però, i neuroscienziati restano dalla loro parte della palizzata. Davidson è il primo ad ammettere come i suoi studi non abbiano affatto provato che la compassione è un talento che può essere sviluppato, per quanto egli chiaramente ritenga che lo sia. “L’onesta verità è che non lo sappiamo”, commenta, “ecco perché sono necessari studi trasversali”. La sua ricerca è solo il punto di partenza. All’Uc San Francisco e all’Uc Davis stanno iniziando esperimenti che seguiranno i novizi buddisti durante i mesi di allenamento intensivo (il solo modo possibile per verificare se effettivamente la meditazione riesce ad alterare le funzioni cerebrali). Studi sulla meditazione spuntano come funghi in decine di università, comprese Harvard e Princeton. In tutto questo fervore, però, c’è il rischio che credenze e desideri dei ricercatori finiscano per influenzarne i risultati. Già il Mind & Life Institute, organizzazione cofondata dal Dalai Lama per promuovere il dialogo tra scienziati e mistici, sponsorizza corsi estivi in parte seminari scientifici e in parte raduni buddisti. Tali seminari, spiega Davidson, stanno contribuendo a produrre “una disciplina ibrida di individui per metà praticanti del dharma e per metà scienziati”. Il metodo scientifico è concepito per neutralizzare gli inganni della fede, e contaminare l’oggettività scientifica con una prospettiva in prima persona espone maggiormente i ricercatori al pericolo di veder solo ciò che vogliono vedere.

Qualche giorno prima dell’intervento del Dalai Lama all’incontro della Society for Neuroscience, il leader tibetano si è presentato di fronte a una folle altrettanto nutrita e autorevole per il meeting annuale del Mind & Life Institute. Il pubblico dell’evento, di 2500 persone, era costituito per lo più da scienziati e medici, ma l’atmosfera era più all’insegna della spiritualità del dharma che dell’oggettività darwinista. Le sessioni sono state aperte dai canti gutturali caratteristici della musica che contraddistingue la liturgia tibetana. Tutti si sono alzati in piedi e inchinati all’ingresso in sala di sua Santità. Durante il suo intervento, il professore di medicina della Duke University Ralph Snyderman si è interrotto nella presentazione per dire al Lama: “Questo è uno dei momenti più straordinari della mia vita, perché mi trovo al Vostro cospetto”. Un gesto commovente, ma che sintetizza in sé un dilemma. Gli scienziati possono certo tentare di verificare la validità della prospettiva in prima persona del Dalai Lama. Ma se lasciano che la venerazione per il Maestro offuschi le loro capacità di giudizio, cesseranno di essere scienziati e si trasformeranno in tutt’altro: accoliti.

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