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I l cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant'Uffizio la lettera- perizia di padre Gemelli sull'«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un'ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.
Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista,
che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza.
Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze
originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello,
occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell'epidemia di spagnola,
possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino,
proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per
l'anima del defunto. (...) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al
dunque. Nella tarda estate del '19, il pellegrinaggio a San Giovanni era
stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane
molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La
donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre
devote il quotidiano train de vie del santo vivo.
Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell'acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell'acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».
A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio
avevano circolato già nella primavera di quel 1919, inducendo il professor
Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato
intorno alle presunte stigmate del cappuccino. Non fosse che per questo, il
dottor Valentini Vista era rimasto particolarmente colpito dalla richiesta
di acido fenico puro che il frate aveva affidato alla confidenza di Maria De
Vito. Tuttavia, «trattandosi di Padre Pio», egli si era persuaso che la
richiesta avesse motivazioni innocenti, e aveva consegnato alla cugina la
bottiglia con l'acido. Ma la perplessità del farmacista era divenuta
sospetto poche settimane dopo, quando il cappuccino di San Giovanni aveva
trasmesso alla donna – di nuovo, sotto consegna del silenzio – una seconda
richiesta: quattro grammi di veratrina.
Rivolgendosi a monsignor Bella, Valentini Vista illustrò la composizione
chimica di quest'ultimo prodotto e insistette sul suo carattere
fortemente caustico. «La veratrina è tale veleno che solo il medico può e
deve vedere se sia il caso di prescriverla», spiegò il farmacista. A scopi
terapeutici, la posologia indicata per la veratrina era compresa fra uno e
cinque milligrammi per dose, sotto forma di pillole o mescolata a sciroppo.
«Si parla dunque di milligrammi! La richiesta di Padre Pio fu invece di
quattro grammi! ». E tale «quantità enorme trattandosi di un veleno», il
frate aveva domandato «senza la giustificazione della ricetta medica
relativa», e «con tanta segretezza»... A quel punto, Valentini Vista aveva
ritenuto di dover condividere i propri dubbi con la cugina Maria,
raccomandandole di non dare più seguito a qualsivoglia sollecitazione
farmacologica di padre Pio. Durante il successivo anno e mezzo, il
professionista non aveva comunicato a nessun altro il sospetto grave,
gravissimo, che il frate si servisse dell'una o dell'altra sostanza
irritante «per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani».
Ma quando aveva avuto notizia dell'imminente trasferimento di monsignor
Bella, destinato alla diocesi di Acireale, «per scrupolo di coscienza» e
nell'«interesse della Chiesa» il farmacista si era deciso a riferirgli
l'accaduto.
La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina
del dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima.
La signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San
Giovanni Rotondo, nell'estate del '19. Alla vigilia della sua partenza,
padre Pio l'aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta
segretezza», «imponendo lo stesso segreto a me in relazione anche agli
stessi frati suoi confratelli del convento». Il cappuccino aveva consegnato
a Maria una boccetta vuota, pregando di farla riempire con acido fenico puro
e di rimandargliela indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio
nell'autocarro passeggieri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all'uso cui
l'acido era destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la
disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai
novizi di cui era maestro ». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le
era giunta circa un mese dopo, per il tramite d'una penitente di ritorno da
San Giovanni. Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le
aveva suggerito di non mandare più nulla a padre Pio. E che le aveva
raccomandato di non parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere
temerario ».
Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina?
Non sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare
al Sant'Uffizio le deposizioni di entrambi. D'altronde, un po' tutte le
gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di
santità di padre Pio. Se il ministro della provincia cappuccina, padre
Pietro da Ischitella, metteva in guardia il ministro generale dal «fanatismo
» e dall'«affarismo» dei sangiovannesi, l'arcivescovo di Manfredonia,
monsignor Pasquale Gagliardi, rappresentava come totalmente fuori controllo
la situazione della vita religiosa a San Giovanni Rotondo.
Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi
d'accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni
polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant'anni
dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre
Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute
economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza
carismatica. Ma nell'immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito
e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette
sembrare al Sant'Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il
vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva
accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo
secolo non riesce a maneggiare – nell'archivio vaticano della Congregazione
per la Dottrina della Fede – senza una punta d'emozione: il foglio sul quale
padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la
signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico.
Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant'Uffizio, era questo lo smoking
gun, l'indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per
Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All'interno,
un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il
cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria,
Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho
bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per
sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle
sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».
Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le
siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in
maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico
dei cappuccini, trasmettendo l'ordine in segreto alla cugina di un
farmacista amico, e coinvolgendo nell'affaire l'autista del servizio pullman
tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n'era abbastanza per incuriosire un
Sant'Uffizio che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli
atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema
Congregazione non dubitarono dell'attendibilità delle testimonianze del
dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente
suffragate dall'autografo di padre Pio. Agli atti del Sant'Uffizio figurava
anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a
Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della
deposizione di quest'ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti
sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con
sollecitudine».
Fonte - Corriere della Sera, art. di Sergio Luzzatto, 24 ottobre 2007
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