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Padre Pio e le stigmate all'acido fenico
10:41 gio 25 ottobre 2007
Nel suo nuovo lavoro "L'altro Cristo. Padre Pio
e l'Italia del Novecento" in uscita a Novembre,
Sergio Luzzatto
raccoglie nuove testimonianze tendenti, tra l'altro, a "sfatare" il mito del
frate con le stigmate. In questo libro, scritto consultando
riservatissimi documenti vaticani, l'autore ripercorre le tracce del
"fenomeno Padre Pio" rivelando particolari storici capaci di metterne
seriamente in discussione la "santità". Il romanzo è inoltre una avvincente
storia d'Italia tra fascismo e repubblica da un punto di vista eccentrico e
originale capace di ricomporre un'immagine esatta e spietata della nazione
di quegli anni.

Di seguito un estratto del libro in uscita
(pubblicato su Corriere.it) in cui emergono due testimonianze ritenute
attendibili che raccontano di come Padre Pio necessitasse con continuità e
in gran segretezza di acido fenico e veratrina, due veleni
fortemente caustici e capaci di provocare piaghe profonde e
appariscenti.

Il cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e
luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant'Uffizio la lettera-
perizia di padre Gemelli sull'«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto
malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di
Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze
di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo
dolorante del cappuccino un'ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di
violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati
sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.
Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che
a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al
vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze
originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello,
occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell'epidemia di spagnola,
possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino,
proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per
l'anima del defunto. (...) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al
dunque. Nella tarda estate del '19, il pellegrinaggio a San Giovanni era
stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane
molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La
donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre
devote il quotidiano train de vie del santo vivo.
Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito:
«Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a
nome di lui e in stretto segreto dell'acido fenico puro dicendomi che
serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un
cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era
appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e
la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che,
come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si
adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell'acido fenico
adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi
quelle piaghette alle mani».

A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio
avevano circolato già nella primavera di quel 1919, inducendo il professor
Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato
intorno alle presunte stigmate del cappuccino. Non fosse che per questo, il
dottor Valentini Vista era rimasto particolarmente colpito dalla richiesta
di acido fenico puro che il frate aveva affidato alla confidenza di Maria De
Vito. Tuttavia, «trattandosi di Padre Pio», egli si era persuaso che la
richiesta avesse motivazioni innocenti, e aveva consegnato alla cugina la
bottiglia con l'acido. Ma la perplessità del farmacista era divenuta
sospetto poche settimane dopo, quando il cappuccino di San Giovanni aveva
trasmesso alla donna – di nuovo, sotto consegna del silenzio – una seconda
richiesta: quattro grammi di veratrina.
Rivolgendosi a monsignor Bella, Valentini Vista illustrò la composizione
chimica di quest'ultimo prodotto e insistette sul suo carattere fortemente
caustico. «La veratrina è tale veleno che solo il medico può e deve vedere
se sia il caso di prescriverla», spiegò il farmacista. A scopi terapeutici,
la posologia indicata per la veratrina era compresa fra uno e cinque
milligrammi per dose, sotto forma di pillole o mescolata a sciroppo. «Si
parla dunque di milligrammi! La richiesta di Padre Pio fu invece di quattro
grammi! ». E tale «quantità enorme trattandosi di un veleno», il frate aveva
domandato «senza la giustificazione della ricetta medica relativa», e «con
tanta segretezza»... A quel punto, Valentini Vista aveva ritenuto di dover
condividere i propri dubbi con la cugina Maria, raccomandandole di non dare
più seguito a qualsivoglia sollecitazione farmacologica di padre Pio.
Durante il successivo anno e mezzo, il professionista non aveva comunicato a
nessun altro il sospetto grave, gravissimo, che il frate si servisse
dell'una o dell'altra sostanza irritante «per procurarsi o rendere più
appariscenti le stigmate alle mani». Ma quando aveva avuto notizia
dell'imminente trasferimento di monsignor Bella, destinato alla diocesi di
Acireale, «per scrupolo di coscienza» e nell'«interesse della Chiesa» il
farmacista si era deciso a riferirgli l'accaduto.
La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina del
dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima. La
signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San Giovanni
Rotondo, nell'estate del '19. Alla vigilia della sua partenza, padre Pio
l'aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta segretezza», «imponendo
lo stesso segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli
del convento». Il cappuccino aveva consegnato a Maria una boccetta vuota,
pregando di farla riempire con acido fenico puro e di rimandargliela
indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell'autocarro
passeggieri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all'uso cui l'acido era
destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la disinfezione delle
siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era
maestro ». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le era giunta circa
un mese dopo, per il tramite d'una penitente di ritorno da San Giovanni.
Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le aveva suggerito
di non mandare più nulla a padre Pio. E che le aveva raccomandato di non
parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere temerario ».
Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina? Non
sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare al
Sant'Uffizio le deposizioni di entrambi. D'altronde, un po' tutte le
gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di
santità di padre Pio. Se il ministro della provincia cappuccina, padre
Pietro da Ischitella, metteva in guardia il ministro generale dal «fanatismo
» e dall'«affarismo» dei sangiovannesi, l'arcivescovo di Manfredonia,
monsignor Pasquale Gagliardi, rappresentava come totalmente fuori controllo
la situazione della vita religiosa a San Giovanni Rotondo.

Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi
d'accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni
polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant'anni
dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre
Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute
economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza
carismatica. Ma nell' immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito
e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette
sembrare al Sant'Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il
vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva
accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo
secolo non riesce a maneggiare – nell'archivio vaticano della Congregazione
per la Dottrina della Fede – senza una punta d'emozione: il foglio sul quale
padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la
signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico.
Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant'Uffizio, era questo lo smoking
gun, l'indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per
Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All'interno,
un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il
cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria,
Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho
bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per
sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle
sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».
Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le
siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera
così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei
cappuccini, trasmettendo l'ordine in segreto alla cugina di un farmacista
amico, e coinvolgendo nell'affaire l'autista del servizio pullman tra Foggia
e San Giovanni Rotondo? Ce n'era abbastanza per incuriosire un Sant'Uffizio
che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia
di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non
dubitarono dell'attendibilità delle testimonianze del dottor Valentini Vista
e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall'autografo di
padre Pio. Agli atti del Sant'Uffizio figurava anche la trascrizione di una
seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto
corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest'ultima: «Avrei
bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la
procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».
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