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DOSSIER
CHINON
La
Riabilitazione dei Templari
La pergamena di Chinon e le nuove evidenze storiche sulla
Riabilitazione dei Templari

Nell’autunno del 1995, dovendo sviluppare
la tesi di specializzazione presso la Scuola Vaticana di
Paleografia, Diplomatica e Archivistica, trovai un brandello del
processo contro i frati guerrieri dell’ordine del Tempio
avvenuto sotto il pontificato di Clemente V (1305-1314), che era
stato rilegato all’interno del registro avignonese 48 intestato
ad un papa più tardo (Benedetto XII, 1334-1342).
Si trattava di un piccolo dossier vistosamente diverso rispetto
agli altri documenti. Il fascicolo conteneva l’interrogatorio
condotto sui Templari da Clemente V, l’unica vera inchiesta del
papato sull’ordine messo sotto accusa dal re di Francia Filippo
il Bello. Una ricerca supplementare dimostrò che quel fascicolo
dall’aspetto così comune e frugale possedeva un valore storico
enorme: non era infatti l’originale diplomatico dell’inchiesta
pontificia, conservato tuttora in Vaticano sotto forma di alcune
solenni pergamene, bensì un brogliaccio che il papa aveva fatto
produrre ad uso privato.
Alla fine del 1311 i frati guerrieri del Tempio, messi sotto
processo 4 anni prima ad opera del re di Francia Filippo il
Bello che li accusava di eresia appoggiato dall’Inquisizione del
suo regno, erano ancora in attesa di giudizio. Clemente V,
ostaggio politico in territorio francese, giaceva sotto il
ricatto del sovrano che minacciava uno scisma contro la Chiesa
di Roma se l’ordine del Tempio non fosse stato abolito; si
pretendeva che il papa prendesse una decisione. Il pontefice si
rinchiuse nell’abbazia di Malaucène con alcuni dei padri che
avrebbero partecipato al Concilio di Vienne, durante il quale
era prevista l’emissione della sentenza sull’ordine.
Per settimane il papa studiò ed esaminò le prove contro i
Templari effettivamente emerse durante il processo: a questo
scopo si era fatto preparare dalla Cancelleria apostolica un
brogliaccio, cioè un quaderno, con le trascrizioni delle
inchieste realizzate sull’ordine del Tempio in modo da poter
lavorare più agevolmente; con l’aiuto di alcuni collaboratori di
fiducia, Clemente V passò in rassegna una per una le inchieste
svolte attribuendo particolare valore probatorio soprattutto a
quella che lui stesso aveva presieduto a Poitiers nell'estate
del 1308, sulla legalità della quale aveva vigilato di persona.
Il fascicolo finito nel registro avignonese 48 era proprio il
frammento di questo brogliaccio contenente il resoconto
dell’inchiesta pontificia di Poitiers: la cosa più importante
era la presenza di moltissime note marginali che costellavano
tutte le carte. Note redatte da Clemente V e dai suoi fiduciari
mentre stavano analizzando le prove a carico dei Templari
durante il ritiro privato all’abbazia di Malaucène.
Analizzando la sequenza di queste annotazioni si vedeva che il
pontefice, dinanzi a certe affermazioni sconvolgenti dei
Templari, si convinse che gli atti contro la religione
denunciati da Filippo il Bello come prove d’eresia (quali il
rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce) erano invece
parte di un rito d’iniziazione osservato segretamente durante la
cerimonia d’ingresso nell’ordine, una specie di prova di
coraggio e d’obbedienza che i precettori imponevano ai nuovi
confratelli per testare il loro carattere. Il rito ricalcava le
violenze che i Templari catturato sopportare da parte dei
Saraceni che volevano obbligarli, pena la decapitazione, ad
abiurare il cristianesimo. Alla fine dell’inchiesta il papa
sembrava essersi fatto l’idea che l’ordine, sebbene si fosse
coperto d’infamia tollerando un rituale dalla forma così
oltraggiosa per la religione, non era contaminato dall’eresia.
Questa fu esattamente la posizione espressa pochi mesi dopo da
Clemente V nel Concilio di Vienne con la bolla Vox in excelso,
nella quale dichiarava che il processo non aveva comprovato
l’accusa di eresia ma solo l’indegnità e il malcostume diffusi
fra molti membri dell’ordine; pertanto sancì che fosse sospeso
con sentenza non definitiva, motivata dalla necessità di evitare
un grave pericolo per la Chiesa.
Le note del brogliaccio papale consentivano dunque di vedere la
vera opinione di Clemente V sui Templari, a prescindere dalle
decisioni che aveva dovuto prendere nel superiore interesse
della Chiesa. Questa ricostruzione ha ricevuto conferma dal
ritrovamento, nel settembre 2001, della pergamena di Chinon,
rimasta praticamente ignota ai ricercatori del passato per via
di una lacunosa catalogazione avvenuta nel 1628. La pergamena è
l’atto originale dell’inchiesta che alcuni cardinali
plenipotenziari di Clemente V svolsero nelle segrete del
castello regio di Chinon dove Filippo il Bello aveva
illecitamente recluso l’ultimo Gran Maestro del Tempio ed alcuni
alti dignitari dell’ordine.
Nel giugno 1308 Filippo il Bello aveva acconsentito sotto
minaccia a rilasciare alcuni Templari perché il papa pretendeva
di interrogarli e si ostinava a non voler dare sentenze
sull'ordine finché non avesse potuto parlare con i frati, che in
tutto il regno erano segregati dagli ufficiali regi. Un
convoglio di oltre 70 Templari trasportati su carri e incatenati
l’uno all’altro era partito da Parigi verso Poitiers, dove si
trovava la Curia Romana; giunti presso Chinon, sulle rive della
Loira, i membri dello Stato Maggiore del Tempio erano stati
isolati e trattenuti perché non raggiungessero mai il papa.
L’obiettivo era quello di impedire che Clemente V li
interrogasse, magari con il rischio che potesse addirittura dare
una sentenza favorevole.
Questo nuovo abuso serviva a togliere all’inchiesta pontificia
il suo pieno valore: se anche il papa avesse dichiarato i frati
non colpevoli, la sua inchiesta sarebbe rimasta incompleta
perché priva proprio dei membri più rappresentativi dell’ordine,
quelli che portavano le maggiori responsabilità. Clemente V
tenne comunque la sua inchiesta a Poitiers tra la fine di giugno
e gli inizi di luglio; alla fine impose ai Templari di chiedere
perdono per le colpe che avevano in ogni caso commesso e delle
quali si erano già accusati nelle precedenti inchieste
controllate dal re, cioè gli atti di rifiuto ed oltraggio della
religione; poi li assolse e li reintegrò nella comunione dei
sacramenti.
Il 14 agosto 1308, dopo aver ingannato le spie di Filippo il
Bello partendo per le ferie estive, Clemente V invia
segretamente tre suoi cardinali alla volta di Chinon: ha
conferito loro pienezza di poteri, con l’incarico di tenere in
suo nome quell’inchiesta pontificia sui dignitari del Tempio che
Filippo il Bello aveva tentato d’impedire. I Commissari svolsero
l’inchiesta e alla fine, imposto ai capi templari di fare
ammenda per i loro errori e di chiedere il perdono della Chiesa,
li assolsero come penitenti in nome di Clemente V e li
reintegrarono nella comunione cattolica.
La pergamena di Chinon dimostra, insieme agli altri documenti,
che Clemente V intendeva salvare l’esistenza dell’ordine
templare dandogli un ruolo nuovo dopo averne riformato i costumi
e la disciplina; anche se in seguito dovette rinunciare al suo
progetto a causa della sproporzione di forze materiali tra la
corona di Francia e il papato in quegli anni, il documento
permette di aprire la conoscenza della storia svelando eventi
rimasti finora in ombra.
[Intervento di Barbara Frale tenuto al
Convegno MILITES TEMPLI
Il patrimonio monumentale e artistico dei templari in Europa
6-7-8 Maggio 2005
Sala dei Notari- Chiesa S. Bevignate- Perugia]
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