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| LA LINFA ROSSA, Intorno al significato del sangue | |||||||
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LA LINFA ROSSA, Intorno al significato del sangue
Il sangue, elemento essenziale della vita, ha assunto nel tempo molteplici significati di tipo simbolico o in relazione al suo effettivo utilizzo: mezzo di purificazione e di comunione con la divinità nei riti di purificazione, simbolo del sacrificio nelle pratiche religiose, apportatore di forza nelle cerimonie magiche, è stato impiegato anche come unico rimedio possibile contro le malattie incurabili.
di Marta Gianni - Istituto storico italiano per il Medioevo
Linfa prima dell'esistenza, il sangue assume, in tutte le
culture, una grande importanza e molteplici significati: dalla concezione di
esso quale elemento apportatore di forza (il guerriero si tinge di rosso o
beve il sangue del nemico per trasfondere in sé le energie del defunto) o di
vitalità rigenerativa (Odino esige il sangue dei re per far fruttificare le
messi); dall'accezione restrittiva (sfociante nei tabù del sangue mestruale
o nell'astensione dalle carni non dissanguate) all'energia catartica che
vede nel sangue l'elemento purificatore, il tramite carismatico per l'avvio
a nuove dimensioni spirituali; dalla libagione del sangue come mezzo per
penetrare in dimensioni diverse (le maghe tessale che bevevano sangue prima
di evocare le ombre) alle leggende transilvane di un Dracula o di una
contessa Bathory (1) (il sangue come unico mezzo contro il disfacimento
corporeo).
Nei testi biblici, insieme con il concetto restrittivo dell'impurità, è però
anche presente l'importanza del sangue quale elemento primo della vita (2)
("anima carnis in sanguine est" = lo spirito dell'essere vivente è nel
sangue: Lev. 17, 11) e come mezzo d'impiego nei sacrifici rituali, nei quali
l'aspersione dell'altare mediante il sangue della vittima immolata
rappresenta uno dei punti più importanti del sacrificio stesso.
Nella paolina Lettera agli Ebrei, poi, il sacrificio di Cristo, "non per il
sangue di capri e vitelli ma mediante il proprio" (Hebr. 9, 12), si
configura come promessa di redenzione e mezzo di salvezza. Nel
cristianesimo, infine, lo spargimento del sangue - quell'effusio
sanguinis che diviene semen christianorum come ogogliosamente
proclamava Tertulliano nel suo Apologeticum - diviene motivo
ricorrente nell'agiografia, configurazione non soltanto del martirio ma
addirittura desiderio anelante ad esso, incentivo propagatore della fede,
semen christianorum appunto, proliferazione delle testimonianze e
tramite per l'attuazione del congiungimento con Dio.

Ma ancor prima della diffusione del cristianesimo e al di fuori della
cultura giudaica il sangue aveva assunto, rispetto alla primitiva
concezione, significati particolari. Ad esempio nel culto di Cibele (3), la
Magna Mater il cui santuario, il Phrygianum, sorgeva a Roma
sulle pendici del colle Vaticano, il rito fondamentale era il taurobolio; il
neofita veniva coricato in una fosse e qui, attraverso un graticcio posto
sull'imboccatura, riceveva su di sé la pioggia del sangue di un toro
sgozzato. Questa prassi ci viene descritta da Prudenzio, poeta cristiano del
IV secolo, nella sua opera Peristephánon: "La rugiada di sangue cola
nella fossa attraverso le numerose fessure del legno. L'iniziato espone la
testa, gli abiti e tutto il corpo, che ne vengon cosparsi, alle gocce che
cadono. E s'inarca per far bagnare la faccia, le orecchie, le labbra, le
narici; e si riempie di liquido gli occhi e la bocca e e bagna la lingua col
sangue nero e lo beve avidamente".
(1) La figura di Dracula, consacrata alla letteratura da Bram Stoker, oltre
che nel proliferare di fenomeni vampireschi - e di relativi testi
sull'argomento - nel XVIII secolo, sembra avere un sicuro riferimento
storico nella persona del voivoda Vlad, nobile transilvano del XV secolo che
derivò forse il suo appellativo Drakul (Drago) dall'omonima onorificenza
concessagli dall'imperatore Sigismondo e il soprannome d'Impalatore dai
molti Turchi che egli, accanito difensore delle proprie terre, aveva in tal
modo fatto suppliziare. La contessa Bathory, invece, era una nobile
ungherese del XVI secolo, usa a sgozzare fanciulle e a bagnarsi nel loro
sangue; processata, fu condannata a essere murata viva.
(2) I passi del Vecchio Testamento in cui si trovano disposizioni a
proposito del sangue sono; Gen. 9, 4; Lev. 4, 25-26; 7, 26-27; 12, 2-5; 17,
14; Deut. 12, 16; I Sam. 14,32; nel Nuovo, oltre i molti riferimenti
all'eucarestia, si vedano Act. 15, 20-29; 21, 15.
(3) Divinità originaria della Frigia, Cibele fu ufficialmente riconosciuta
in Roma nel 204 a. C. ma divenne veneratissima soprattutto in epoca
imperiale. L'origine arcaica del suo culto, che affondava nei più
primordiali istinti umani, e taluni suoi aspetti - come, ad esempio, quello
concernente la morte e la resurrezione del suo amante-figlio Attis - fecero
sì che, nel corso dei secoli, la Grande Madre venisse identificata sia con
altre similari divinità pagane sia con elementi dello stesso cristianesimo -
Cibele = Maria, Attis = Gesù - e che il suo ricordo sopravvivesse comunque a
livello popolare, sia nel persistere di antichi riti agrari, sia in certe
forme di stregoneria (La Signora del Gioco che presiedeva ai raduni
stregonici).
La cerimonia, che affondava le sue radici
nell'antichissima tradizione del culto della Dea Madre quale rito agrario e
che, quindi, aveva originariamente rivestito gli aspetti primitivi della
magia simpatica - l'offerta del sangue, elemento vitale, alla Terra perché
essa se ne nutra e rifiorisca -in epoca imperiale aveva assunto un
significato più complesso: il neofita non si limitava a ricevere, con la
doccia cruenta, una maggiore forza ma il lavacro di sangue apportava una
vera e propria rinascita, non soltanto fisica ma soprattutto spirituale. Non
più sacrificio propiziatorio, quindi, ma vero e proprio mistero iniziatico,
mezzo di purificazione e di trasformazione del credente.
In egual modo nei misteri di Mithra (4), l'iranico dio della luce, lo
sgomento del toro – elemento fondamentale di questo culto - simboleggiava la
vittoria luminosa sulle oscure forze cosmiche rappresentate dall’animale, la
cui morte per mano del dio avrebbe apportato all'umanità e alla natura nuovi
benefici.
Se dunque in queste, ed in altre, prassi religiose è fondamentale il
concetto di sangue quale elemento purificatore e quale mezzo di comunione
con la divinità - così com'è anche espresso nell'eucarestia cristiana - non
altrettanto, invece, accade nella sfera magica in cui il sangue, oltre a
mantenere la primitiva configurazione di elemento apportatore di forza, è
anche, nel suo impiego, quasi sempre connesso con la necessaria purezza
dell'olocausto immolato. Se da un lato quindi, secondo l'accezione arcaica,
ha forza e potere autonomi, dall'altro viene considerato e strumentalizzato
solo limitatamente a particolari fini.
Il sangue d'infanti usato per taluni filtri stregonici o mischiato ai cibi
del Sabba non sembra avere, di per se stesso, particolari virtù, ma viene
richiesto e impiegato per poter offrire al demonio, in atto di latria, una
materia prima e pura, così come negli arcaici sacrifici umani era spesso
fondamentale la verginità della vittima.

Invece, il sangue impastato con l' ostia consacrata ed
usato per fatture e malefici è indice di una commistione tra il magico e il
blasfemo; di un implicito riconoscimento della forza dell'ostia - sangue di
Dio -e di una fede nel potere autonomo del sangue-linfa dell'uomo. Così pure
il sangue mestruale usato per i filtri amorosi è il ribaltamento, in
accezione magica, della potenza negativa dei tabù e la reminiscenza della
più antica forma di magia, quella della possibilità dell'unione delle anime
mediante l' assunzione, o il contatto, di elementi corporei: il guerriero,
impadronendosi della chioma o di una parte del corpo del nemico, ne assimila
la forza; la fattucchiera, facendo ingurgitare il suo sangue all'amante
neghittoso, ne conquista l'attenzione.
Proprio da questo confuso insieme di elementi diversi - ricordo di pratiche
misteriche, suggestioni magiche, equivoche reminiscenze, diffuse dicerie -
si andò sviluppando, in ambito medioevale, la credenza che voleva il sangue
umano usato come panacea - mezzo estremo, ultima spes - per i mali più
difficili a guarirsi. fu realtà nulla del genere è riscontrabile nei testi
della medicina medioevale e la credenza si diffonde, invece, a livello di
letteratura e di superstizione popolare. Per la lebbra, ad esempio, malattia
per eccellenza e per secoli considerata incurabile, i testi salernitani
consigliavano, insieme a parecchi altri rimedi, il sangue, sì, ma di
testuggine. Troviamo invece l'uso del sangue umano nella notissima leggenda
di Costantino e papa Silvestro, nella quale una gran schiera di maghi,
medici, astrologi e incantatori suggerisce all'imperatore lebbroso di
bagnarsi nel sangue di tremila giovinetti. fu Costantino, però, prevale la
pietà e, grazie a questa e all'intervento del santo pontefice, l'imperatore
è miracolosamente risanato. Ma se in questa leggenda, oltre al solito
ricorso alla particolare efficacia dell'elemento puro -il sangue di bambini
– il lavacro cruento sembrerebbe quasi assurgere ad una forma di rito
anticristiano, ad una sorta di stravolgimento battesimale in accezione
magica o misterica, ben diversi sono i contenuti e gli intendimenti di altre
opere in cui pure troviamo il ricorso all'impiego del sangue umano. Nel Der
arme Heinrich, celebre opera del XII secolo del poeta tedesco Hartmann von
Aue, se possiamo riscontrare elementi simili a quelli della Leggenda di
Costantino - il male incurabile, il suggerimento della drastica cura, il
rifiuto in nome della pietà e dell'amore, la guarigione miracolosa dovuta
alla provvidenzialità divina - vediamo altresì la condanna della limitata
scienza umana di fronte all'onnipotenza divina; condanna espressa con un
avvicinamento alle dicerie e alle credenze popolari, nelle quali il ricordo
delle Scuole di Salerno e di Montpellier e la figura del medico salernitano,
grottesca e assurda mentre affila sulla cote il suo coltellaccio, non solo
non hanno la minacciosa incombenza della schiera dei maghi della Leggenda
costantiniana ma neppure alcuna attinenza scientifica o reale e, tutt'al
più, una realistica, vistosa e grandguignolesca dimensione teatrale.
(4) Dio solare, inquadrato nel sistema dualistico zoroastriano, Mithra è il
campione del Bene contro le forze del Male. I suoi misteri trovarono, in
epoca imperiale, larghissima diffusione soprattutto fra i soldati, Gli
accoliti si riunivano in sacelli sotterranei, atti a raffigurare la grotta
mitica nella quale il Dio trascina e iugula il toro.
Egualmente, a testimonianza del perdurare dell'idea del male incurabile
sanato col sangue umano, in sacre rappresentazioni del XIII e del XIV secolo
e, più avanti ancora, in fiabe e leggende popolari, l'impiego del sangue è
sempre visto in funzione d'exploit drammatico, del tutto privo, ormai, delle
antiche implicazioni. Così nel Miracle de Nostre-Dame d’Amis et d’Amille uno
dei protagonisti, dietro suggerimento di san Michele, sgozza i suoi due
figlioletti per aspergere col loro sangue l'amico lebbroso; salvo che, una
volta ottenuta in tal modo la guarigione, i due bimbi vengono
miracolosamente resuscitati per buona pace del padre e degli spettatori.
Così nella Rappresentazione di un miracolo di due pellegrini il medico che
consiglia, sempre per la cura della lebbra, l'uso di sangue verginale, è
ormai stravolto in comico e teatralissimo archetipo di cerusico molieriano:
«Noi parlerem, padre nostro, in grammatica, E non sine causa, perché c'è da
fare Per quel che mostra teorica e pratica Oportet magnum balneum preparare
Sanguine puro; res valde reumatica; Virginum ergo, nota, sine quare Eum
sanare si volurnus in toto: Manum pulsus non est sine moto. Fatti con Dio:
el rimedio è trovato; Vergin sangue bisogna avere umano».
Ma accanto a quest'impiego a livello d'espressione fantastica, dalla quale
non va disgiunto una specie d'arcano timore nei confronti dei misteri della
scienza medica, sussiste anche quello usato a fini libellistici, quale
strumento d'accusa calunniosa e diffamatoria, peraltro non sempre disgiunta
da un qualche possibile addentellato con la realtà. È il caso, ad esempio,
del Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli. In quest’opera della fine
del XII secolo, tutta tesa all'esaltazione di Enrico VI, figlio del
Barbarossa e futuro padre di Federico Il, l'accusa di curarsi la podagra -
altro male tra quelli considerati di difficilissima cura - col sangue di
giovani sgozzati viene significativamente rivolta dal poeta di parte sveva
ad oppositori e nemici politici.

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