Agnosticismo illuminato
di Mariano Tomatis [Tratto da - http://www.marianotomatis.it/index.php?id=17&r=5]

Quando mi capita di parlare con un ateo, spesso cerco di fornirgli tutta una serie di considerazioni per cui Dio potrebbe anche esistere; quando mi capita di parlare con un credente, spesso cerco di fornirgli altre considerazioni che mettano in luce il fatto che il Dio che professa è alquanto improbabile, e che forse sarebbe più razionale non credergli. Sono ateo o credente, dunque? Credente tra gli atei, ateo tra i credenti, potrei dire. Assumo, in ambito religioso, un atteggiamento che, citando Raymond Smullyan, “non è dovuto ad un perverso spirito di contraddizione! Cerco soltanto di bilanciare la cosa. Se qualcuno mi obbliga a bere troppe sostanze basiche, cercherò immediatamente di neutralizzarle bevendo dell’acido, e viceversa. Dunque quando qualcuno cerca di inculcare idee velenose nel mio sistema, io cerco immediatamente di neutralizzarle assumendo il veleno opposto.”
Quando però non ho davanti un interlocutore preciso – come in questo caso – se voglio esprimere la mia opinione religiosa sono forzato a definirmi “agnostico”. Dio esiste o no? Non lo so.
Fornirei la stessa risposta a molte altre domande simili (“Esiste il Trascendente? Esiste una vita dopo la morte? Abbiamo il Libero Arbitrio? Perché esiste il male?”…), così ammettendo i limiti dell’indagine umana su realtà simili.
Al giorno d’oggi molti credenti ammettono di non compiere una scelta razionale, ma di affidarsi alla “fede”. Molti atei, invece, affermano che la loro convinzione sia frutto di un ragionamento razionale.
Di fronte a queste due posizioni, ammetto di provare più simpatia verso i credenti, perché credo di conoscere abbastanza bene la razionalità e il suo dominio, e so che per definizione Dio si situa al di là di questo dominio; i credenti ammettono questo limite (e in questo hanno tutta la mia stima), ma poi tirano fuori dalla manica un asso – quello della fede – che permetterebbe loro di addentrarsi nel dominio divino inaccessibile alla ragione. Il mio dubbio è che quell’a(cce)sso sia solo illusorio. Alcuni atei, invece, ritengono che la ragione conduca necessariamente alla conclusione per cui Dio non esiste. Io non nego il loro punto d’arrivo – che potrebbe essere vero quanto quello dei credenti – quanto invece la loro presunzione di esservi giunti seguendo la sola razionalità. Ritengo, infatti, che i credenti – furbacchioni! – abbiano definito con cura il concetto di Dio, in modo tale da renderlo del tutto inaccessibile alla ragione. Non esiste infatti alcun esperimento che, secondo un credente, potrebbe verificare o falsificare la tesi dell’esistenza di Dio. Mi chiedo, dunque, come un ateo sia invece riuscito a trovarlo! Un concetto inattaccabile ha tutta la mia antipatia – nota: mi è antipatico il concetto, non il contenuto, così come trovo gustosa una mela e non il concetto di mela – dunque capisco l’opposizione psicologica degli atei nei confronti di un tale concetto di Dio. Non si deve, però, scambiare una sensazione psicologica di assenza in una prova di assenza. D’altronde gli stessi credenti utilizzano una prova psicologica – perché tale ritengo la fede – per convincere se stessi dell’esistenza di Dio.
Gesù diceva nei Vangeli che “una pianta si riconosce dai frutti”. Credenti ed atei hanno spesso osservato i frutti per affermare o negare l’esistenza di Dio. I credenti si affidano a considerazioni sull’ordine sintropico e sulla singolare vittoria della materia sull’antimateria per dimostrare un’intenzionalità al fondo delle cose, che poi assume caratteri via via più personali, sino a diventare un padre che ama personalmente le sue creature. Gli atei interpretano, invece, queste considerazioni da un punto di vista diametralmente opposto, mostrando che l’universo nella sua totalità è strutturato in maniera autoorganizzante, per cui non necessita di alcun intervento esterno per svilupparsi.
A questo proposito va detto che mentre i credenti forniscono (e devono fornire) prove positive, agli atei è sufficiente cogliere queste prove per fornirne un’interpretazione che non coinvolga necessariamente Dio – e in questo si deve ammettere che sono bravissimi: nei suoi libri Paul Davies affronta una miriade di queste supposte prove ridimensionandole tutte con cura e precisione. Avviene, di solito, uno scambio di idee del genere:

Il compito degli atei è insostituibile, ma l’ultima affermazione non va fraintesa. Essi affermano che “X non prova che Dio esiste” (e secondo loro X si può generalizzare), che non è equivalente a “X prova che Dio non esiste”. Per dirla in altri termini, se “Socrate è mortale” non prova che 1+1 fa 2, sarebbe scorretto dire che “Socrate è mortale” prova che 1+1 non fa 2! Eppure, per molti atei l’assenza di prove diventa una prova d’assenza. Io non condivido assolutamente questo punto, mentre sono disposto ad accettare spiegazioni psicologiche. Mi spiego meglio.
Poiché nel mondo reale nessun fenomeno paranormale è mai avvenuto sotto controllo, induco che i fenomeni paranormali non esistono. Pur ragionando così, so bene trattarsi di un’induzione che non ha altro fondamento se non la mia fiducia personale nella validità dell’induzione stessa e una spinta psicologica (o “emotiva”) a generalizzare una situazione. Tale generalizzazione induttiva mi è di aiuto quotidianamente, e mi permette di evitare – ad esempio – il contatto col fuoco dal momento che so che mi brucerà oggi, domani e anche fra un anno – mentre in linea teorica le leggi della natura potrebbero cambiare da un istante all’altro. Se, però, affermassi di avere delle prove che dimostrano che i fenomeni paranormali non esistono, mentirei: ammetto trattarsi di una convinzione prossima al 100%, cui sono giunto fondandomi sulla fiducia (fede?) nell’induzione. La mia razionalità, però, mi impedisce di portare a 100 i punti percentuali di tale convinzione: e se tali fenomeni avvenissero solo spontaneamente? e se fossero di una natura così bizzarra da rifuggire qualsiasi controllo? Spesso mi domando se per caso sto facendo l’errore dei “negazionisti”, che si trovano a perdere di vista le evidenze a favore, accecati proprio dalla furia di presentare evidenze contrarie. Il timore di lasciarmi scappare qualcosa mi fa tenere socchiusa la porta.
Anche di fronte a Dio mi pongo con lo stesso atteggiamento: capisco emotivamente chi sperimenta l’assenza di Dio, la sensazione di sentirsi orfani in un universo complesso e in alcune occasioni invivibile. Respingo, però, le posizioni che atei e credenti assumono di fronte a queste emozioni.
I credenti le leggono come prove che confermerebbero ulteriormente l’esistenza di Dio (“non avverti la presenza di Dio perché Lui è stato così buono con te da regalarti la libertà di sceglierLo. Altrimenti la tua non sarebbe fede ma evidenza. E più la fede è rivolta verso qualcosa di difficile da credere, più è da Lui apprezzata. Ad ogni modo, tutto il dolore del mondo è parte di un progetto di cui ti sfuggono i contorni, ma che nell’Aldilà comprenderai nella sua totalità”). A proposito della fede, Smullyan si chiedeva chi avesse detto che Dio preferisce la fede alla ragione: magari è proprio l’opposto! Potrebbe darsi che Dio sia – in fin dei conti – un Logico, e apprezzi molto di più chi usa la propria ragione che non chi la lasci perdere per affidarsi a convinzioni non dimostrate. Un Dio così mi sarebbe estremamente simpatico!
Gli atei le considerano invece prove del fatto che Dio sia solo una pia illusione. In realtà già Freud aveva creduto di dimostrare l’assenza di Dio dando una spiegazione psicologica dell’origine delle credenze. Ma come scrive Smullyan, ”ciò non getta assolutamente alcuna luce sulla questione più fondamentale della verità o della falsità del teismo. Come altri hanno ottimamente messo in evidenza, una spiegazione delle origini di una credenza che si fondi solamente su basi psicologiche non costituisce in alcun modo prova razionale a favore o contro quella credenza”. Anche con gli strumenti che può fornire la memetica, è possibile dimostrare che la religione è un complesso di memi estremamente potente e ritenere ovvio il fatto che abbia conquistato così tante persone nel mondo, indipendentemente dalla sua verità o meno. Queste considerazioni, però, non aggiungono né tolgono nulla al problema ontologico dell’esistenza o meno di Dio. Forniscono ottimi spunti psicologici per convincersi della sua assenza, ma non minano affatto la possibilità teorica dell’esistenza di un tale ente.
Credenti ed atei hanno in comune l’affidamento ad argomenti psicologici emotivi per sostenere le proprie tesi. Tale affidamento è in un caso chiamato “fede”, nell’altro mascherato da razionalità. Io non sono per nulla contrario a tale affidamento: basta ammettere trattarsi di questo e non illudersi che si tratti di qualcos’altro in grado di sfondare il dominio altrimenti limitato della ragione. Credo, invece, che affidarsi a prove emotive sia non solo utile ma cosa abituale nella vita quotidiana. Al di fuori di situazioni del tutto eccezionali, non eseguo mai controlli alimentari su ciò che mangio, perché mi fido di chi mi ha preparato quel tal piatto; non dubito che l’acqua che sto bevendo sia avvelenata perché mi fido dell’acquedotto. Tante assunzioni che facciamo ci permettono di accelerare i nostri ritmi vitali senza farci correre grossi rischi, e ci sono dunque utili. Più una civiltà è progredita ed affidabile, meno sono rischiosi questi atti di fede. D’altronde esistono principi morali assoluti ben più fondamentali, che si basano su altrettante affermazioni non dimostrate, che traggono fondamento dall’idea che il benessere sia preferibile alla sofferenza. Ad esempio: è meglio essere vivi che essere morti; è meglio essere sani che malati; è meglio essere felici che tristi; per una cultura è meglio sopravvivere che perire; per la razza umana è meglio perpetuarsi che estinguersi. Questi assiomi non possono essere giustificati dalla ragione o dalla scienza. Si tratta soltanto di desideri comuni a tutti gli individui della specie umana, che alcuni sociobiologi chiamano “assiomi genetici”. Ma se anche non fossero scritti nel codice genetico, si tratterebbe comunque di fatti che l’esperienza confermerebbe immediatamente. Se trovo giusto affidarsi a considerazioni di carattere psicologico in situazioni del genere, le considero anche lecite in campo teologico, essendo in fin dei conti l’esistenza o l’assenza di Dio qualcosa che può avere al massimo un’influenza (di nuovo) emotiva sull’individuo. Non accetto argomenti del genere, invece, in campo ontologico, per cui trovo assurdo che gli atei affermino che “razionalmente” Dio non esiste. Per dirla in breve, accetto che per qualcuno Dio esista o meno sulla base di un’esperienza psicologica, ma non che esista o meno sulla base di un’argomentazione razionale.
Tra le esperienze psicologiche ammetto, ovviamente, anche l’esperienza mistica. Ho sempre amato un brano di Smullyan in cui presenta quattro tipologie di persone che riassumono a grandi linee tutte le possibili sfumature sull’argomento: E voi, dove vi situate? Io invidio il primo indiano perché mi ricorda il Mariano dai 17 ai 23 anni; rifuggo con orrore il secondo, che mi ricorda l’anno travagliato tra i 23 e i 24; nei momenti più bui il quarto indiano mi è particolarmente simpatico, ma se devo identificarmi con uno, scelgo certamente il terzo. Credo che se Dio esistesse, la sua rivelazione a me dovrebbe essere particolarmente spettacolare, perché tenderei a lasciarmi sfuggire eventuali segnali molto deboli; dovrebbe quantomeno convincermi che la sensazione viscerale che provo della sua esistenza non è soltanto un’illusione. Mi sento un po’ come il mistico scettico di quel dialogo di Smullyan: Sì, credo che la via d’accesso più diretta alla fede in Dio siano le esperienze mistiche. Posso capire il disappunto di chi, logico e razionale, carica il termine “misticismo” di valenze estremamente negative: io stesso sono stato a lungo di quest’idea, prima di acquisire un’accezione del termine che – secondo me – si avvicina molto di più al suo vero significato. L’approccio mistico al problema dell’esistenza di Dio trascende sia la categoria del ragionamento, sia quella della fede. Il primo a schiudermi le porte di questa affascinante realtà è stato un prestigiatore – e chi se no? – il già citato Raymond Smullyan. Egli apre il suo saggio sul Taoismo con questa considerazione: Uno dei punti di forza del libro di Smullyan, “Il Tao è silenzioso”, è il fatto che – essendo lui un professore di logica – riesce a mettere in luce che quello delle religioni orientali non è un rifiuto della logica, quanto un modo per trascenderla. Seguendo ognuno la propria logica, ateo e credente sanno di dover convincere l’altro degli errori di valutazione che sta commettendo. Il Taoista, invece, mantiene un atteggiamento che non è di indifferenza all’argomento – tutt’altro! Uscendo dalla logica di proselitismo dei due contendenti, assume l’unico atteggiamento che gli è consentito, quello di chi – percependo direttamente la realtà del Tao – trova ridicolo affermarne o negarne l’esistenza, sapendo che sarebbe una perdita di tempo che lo ostacolerebbe dal goderlo appieno. Sarebbe ancora più assurdo affermare che il Taoista “crede” nel Tao: sarebbe come dire che gli uomini “credono” nel mondo; non si può definire “credo” quello che si ha di una realtà percepita direttamente. Dunque se i credenti ammettono di dover fare il salto della fede per credere a qualcosa la cui esistenza non è così evidente, i Taoisti non compiono quella stessa fatica: essi percepiscono il Tao e se lo godono, trascendendo così le categorie razionali e valorizzando soltanto quelle psicologico emotive, ritenendo dunque “banalmente vera” l’esistenza del Tao. Chi è razionale si interroga sulla natura di tale percezione. Non potrebbe essere illusoria?
La natura di tale percezione è mistica, e ricorda molto da vicino quella che si può avere di una melodia che trascende le singole note di un pezzo musicale. Sul mio Melodia a due voci proponevo il seguente dialogo: Se mi si chiede se io abbia qualche intuizione mistica, posso rispondere come Jim: ne ho continuamente, ma non so quanto sia lecito farvi affidamento. Naturalmente il mio scetticismo è solo a livello “ontologico”: posso dubitare che tali intuizioni mi conducano ad una verità sulla realtà, ma non posso dubitare del piacere e del godimento prodotto da tali sensazioni mistiche. Ma qual è il “contenuto” di tali intuizioni? Avverto un’armonia che regola i rapporti tra le cose e che le dispone in quella che non esiterei a definire “Melodia Cosmica”. La regolarità delle leggi naturali, la meraviglia che si annida nelle proporzioni artistiche, la sintropia da cui si genera tutto, la caoticità così apparentemente ordinata che governa l’amore e i sentimenti, l’ineluttabilità del progresso darwiniano di tutte le specie verso una condizione migliore e più stabile della precedente, tutte mi sembrano espressioni di una indubitabile realtà sottostante. E non si tratta di vedere volti nelle nuvole: è, invece, la percezione di essere contenuto in una rete inestricabile di rapporti e di essere parte di un Tutto che non si può non modificare con il proprio essere; è il paradossale contrasto tra la sensazione di essere un puntino insignificante in un universo sconfinato e quella di essere la punta di diamante di una evoluzione che ha avuto, come gradino più alto, l’uomo; è la meraviglia di sapersi della stessa materia delle stelle, di una zolla di terra, di un verme; è l’incanto di avere un cervello, di essere un cervello, così dannatamente complesso e straordinario da essere un mistero a se stesso; è la sorpresa di scoprirsi un corpo dagli automatismi incredibili, con mille demoni interni che si prendono cura di gran parte delle funzioni indispensabili alla vita; è il balzo al cuore di fronte all’idea che l’universo riesca a bastare a se stesso, sia autoorganizzante, indipendente (ed io, informatico, so bene quanto sia difficile programmare anche solo una “semplice” (?) macchina di von Neumann…). Percepisco in modo così diretto questa Melodia Cosmica che lega tutte le cose da non poterla assolutamente mettere in dubbio. Il fatto di percepirsi direttamente una cosa sola con l’Universo e di percepire direttamente l’Universo come una cosa sola probabilmente non è altro che una sensibilità paragonabile a quella di percepire la trascendenza della melodia rispetto alle singole note. E troverei ridicolo chi mi si dicesse che non devo credere a questa percezione: ha un carattere talmente viscerale che sarebbe come tagliarmi un braccio. D’altronde ho già tranquillizzato i miei lettori affermando di non voler necessariamente attribuire un grado di realtà all’oggetto delle mie percezioni. Tali sensazioni potrebbero essere una vera e propria via d’accesso mistica alle realtà trascendenti, oppure il (piacevolissimo!) prodotto mentale di un’illusione. Se fosse vera quest’ultima ipotesi, la riterrei ulteriore conferma della Melodia Cosmica di fondo, perché solo un universo ricolmo d’amore può regalare a me, mortale tapino, sensazioni così piacevoli e tonificanti!
Esiste ancora un aspetto della questione che vorrei affrontare. Chi persegue a tutti i costi la verità, ritiene poco intelligente chi crede in qualcosa di fasullo, e ritiene che non sia desiderabile che una persona mantenga questa convinzione. Così, se i credenti ritengono che gli atei siano “sfortunati” perché non hanno ricevuto il dono della fede (compassione che manda spesso in bestia i non credenti!), molti atei sono convinti che chi crede sia fondamentalmente poco intelligente ad aderire ad una religione fasulla, e che il mantenere alcune credenze fasulle sia gravemente dannoso per l’individuo. L’assunzione degli atei è, anche in questo caso, ingiustificata. E’ in molti casi vera, ma non generalizzabile. Ecco come ne parla Smullyan: Credo che ancor prima che un concetto religioso, la tolleranza auspicata da Smullyan sia un valore umano – purtroppo spesso assente nelle discussioni su questi temi.
Concludo con una considerazione a proposito del mio rapporto attuale con la religione. Il termine deriva da un verbo latino che significa “legare insieme”. Dunque il vero significato della parola è “che tiene insieme”; ciò implica una filosofia e un sistema etico che guida una società come fosse un sol corpo, senza necessariamente far riferimento ad un Dio. E’ questo il motivo per cui le emozioni che tipicamente accompagnano l’esperienza religiosa, come il sentirsi parte di una realtà più grande, possono essere sperimentate anche dagli atei, conducendo a quella che si potrebbe chiamare “religiosità atea”. In questo senso mi sento profondamente “religioso” – pur non ritenendomi affatto ateocredente. Per quanto riguarda il senso comunemente accettato di “religione”, credo di dover affrontare un problema alla volta. Faccio già così tanta fatica ad essere uomo nel vero senso della parola da non potermi ancora porre il problema della religiosità. E in futuro? Dio solo lo sa. O no?

 

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