Agnosticismo illuminato

di Mariano Tomatis [Tratto da -
http://www.marianotomatis.it/index.php?id=17&r=5]Quando mi capita di
parlare con un ateo, spesso cerco di fornirgli tutta una serie di considerazioni
per cui Dio potrebbe anche esistere; quando mi capita di parlare con un
credente, spesso cerco di fornirgli altre considerazioni che mettano in luce il
fatto che il Dio che professa è alquanto improbabile, e che forse sarebbe più
razionale non credergli. Sono ateo o credente, dunque? Credente tra gli atei,
ateo tra i credenti, potrei dire. Assumo, in ambito religioso, un atteggiamento
che, citando Raymond Smullyan, “non è dovuto ad un perverso spirito di
contraddizione! Cerco soltanto di bilanciare la cosa. Se qualcuno mi obbliga a
bere troppe sostanze basiche, cercherò immediatamente di neutralizzarle bevendo
dell’acido, e viceversa. Dunque quando qualcuno cerca di inculcare idee velenose
nel mio sistema, io cerco immediatamente di neutralizzarle assumendo il veleno
opposto.”
Quando però non ho davanti un interlocutore preciso – come in questo caso – se
voglio esprimere la mia opinione religiosa sono forzato a definirmi “agnostico”.
Dio esiste o no? Non lo so.
Fornirei la stessa risposta a molte altre domande simili (“Esiste il
Trascendente? Esiste una vita dopo la morte? Abbiamo il Libero Arbitrio? Perché
esiste il male?”…), così ammettendo i limiti dell’indagine umana su realtà
simili.
Al giorno d’oggi molti credenti ammettono di non compiere una scelta razionale,
ma di affidarsi alla “fede”. Molti atei, invece, affermano che la loro
convinzione sia frutto di un ragionamento razionale.
Di fronte a queste due posizioni, ammetto di provare più simpatia verso i
credenti, perché credo di conoscere abbastanza bene la razionalità e il suo
dominio, e so che per definizione Dio si situa al di là di questo dominio; i
credenti ammettono questo limite (e in questo hanno tutta la mia stima), ma poi
tirano fuori dalla manica un asso – quello della fede – che permetterebbe loro
di addentrarsi nel dominio divino inaccessibile alla ragione. Il mio dubbio è
che quell’a(cce)sso sia solo illusorio. Alcuni atei, invece, ritengono che la
ragione conduca necessariamente alla conclusione per cui Dio non esiste. Io non
nego il loro punto d’arrivo – che potrebbe essere vero quanto quello dei
credenti – quanto invece la loro presunzione di esservi giunti seguendo la sola
razionalità. Ritengo, infatti, che i credenti – furbacchioni! – abbiano definito
con cura il concetto di Dio, in modo tale da renderlo del tutto inaccessibile
alla ragione. Non esiste infatti alcun esperimento che, secondo un credente,
potrebbe verificare o falsificare la tesi dell’esistenza di Dio. Mi chiedo,
dunque, come un ateo sia invece riuscito a trovarlo! Un concetto inattaccabile
ha tutta la mia antipatia – nota: mi è antipatico il concetto, non il contenuto,
così come trovo gustosa una mela e non il concetto di mela – dunque capisco
l’opposizione psicologica degli atei nei confronti di un tale concetto di Dio.
Non si deve, però, scambiare una sensazione psicologica di assenza in una prova
di assenza. D’altronde gli stessi credenti utilizzano una prova psicologica –
perché tale ritengo la fede – per convincere se stessi dell’esistenza di Dio.
Gesù diceva nei Vangeli che “una pianta si riconosce dai frutti”. Credenti ed
atei hanno spesso osservato i frutti per affermare o negare l’esistenza di Dio.
I credenti si affidano a considerazioni sull’ordine sintropico e sulla singolare
vittoria della materia sull’antimateria per dimostrare un’intenzionalità al
fondo delle cose, che poi assume caratteri via via più personali, sino a
diventare un padre che ama personalmente le sue creature. Gli atei interpretano,
invece, queste considerazioni da un punto di vista diametralmente opposto,
mostrando che l’universo nella sua totalità è strutturato in maniera
autoorganizzante, per cui non necessita di alcun intervento esterno per
svilupparsi.
A questo proposito va detto che mentre i credenti forniscono (e devono fornire)
prove positive, agli atei è sufficiente cogliere queste prove per fornirne
un’interpretazione che non coinvolga necessariamente Dio – e in questo si deve
ammettere che sono bravissimi: nei suoi libri Paul Davies affronta una miriade
di queste supposte prove ridimensionandole tutte con cura e precisione. Avviene,
di solito, uno scambio di idee del genere:
Credente: Il fatto X si può spiegare solo ammettendo che Dio esiste.
Ateo: Ti sbagli: il fatto X si può spiegare anche senza ipotizzare
che Dio esiste. Infatti, bla bla bla. Dunque X non prova che Dio esiste.
Il compito degli atei è insostituibile, ma l’ultima affermazione non va
fraintesa. Essi affermano che “X non prova che Dio esiste” (e secondo loro X si
può generalizzare), che non è equivalente a “X prova che Dio non esiste”. Per
dirla in altri termini, se “Socrate è mortale” non prova che 1+1 fa 2,
sarebbe scorretto dire che “Socrate è mortale” prova che 1+1 non fa 2!
Eppure, per molti atei l’assenza di prove diventa una prova d’assenza. Io non
condivido assolutamente questo punto, mentre sono disposto ad accettare
spiegazioni psicologiche. Mi spiego meglio.
Poiché nel mondo reale nessun fenomeno paranormale è mai avvenuto sotto
controllo, induco che i fenomeni paranormali non esistono. Pur ragionando così,
so bene trattarsi di un’induzione che non ha altro fondamento se non la mia
fiducia personale nella validità dell’induzione stessa e una spinta psicologica
(o “emotiva”) a generalizzare una situazione. Tale generalizzazione induttiva mi
è di aiuto quotidianamente, e mi permette di evitare – ad esempio – il contatto
col fuoco dal momento che so che mi brucerà oggi, domani e anche fra un anno –
mentre in linea teorica le leggi della natura potrebbero cambiare da un istante
all’altro. Se, però, affermassi di avere delle prove che dimostrano che i
fenomeni paranormali non esistono, mentirei: ammetto trattarsi di una
convinzione prossima al 100%, cui sono giunto fondandomi sulla fiducia (fede?)
nell’induzione. La mia razionalità, però, mi impedisce di portare a 100 i punti
percentuali di tale convinzione: e se tali fenomeni avvenissero solo
spontaneamente? e se fossero di una natura così bizzarra da rifuggire qualsiasi
controllo? Spesso mi domando se per caso sto facendo l’errore dei “negazionisti”,
che si trovano a perdere di vista le evidenze a favore, accecati proprio dalla
furia di presentare evidenze contrarie. Il timore di lasciarmi scappare qualcosa
mi fa tenere socchiusa la porta.
Anche di fronte a Dio mi pongo con lo stesso atteggiamento: capisco emotivamente
chi sperimenta l’assenza di Dio, la sensazione di sentirsi orfani in un universo
complesso e in alcune occasioni invivibile. Respingo, però, le posizioni che
atei e credenti assumono di fronte a queste emozioni.
I credenti le leggono come prove che confermerebbero ulteriormente l’esistenza
di Dio (“non avverti la presenza di Dio perché Lui è stato così buono con te da
regalarti la libertà di sceglierLo. Altrimenti la tua non sarebbe fede ma
evidenza. E più la fede è rivolta verso qualcosa di difficile da credere, più è
da Lui apprezzata. Ad ogni modo, tutto il dolore del mondo è parte di un
progetto di cui ti sfuggono i contorni, ma che nell’Aldilà comprenderai nella
sua totalità”). A proposito della fede, Smullyan si chiedeva chi avesse detto
che Dio preferisce la fede alla ragione: magari è proprio l’opposto! Potrebbe
darsi che Dio sia – in fin dei conti – un Logico, e apprezzi molto di più chi
usa la propria ragione che non chi la lasci perdere per affidarsi a convinzioni
non dimostrate. Un Dio così mi sarebbe estremamente simpatico!
Gli atei le considerano invece prove del fatto che Dio sia solo una pia
illusione. In realtà già Freud aveva creduto di dimostrare l’assenza di Dio
dando una spiegazione psicologica dell’origine delle credenze. Ma come scrive
Smullyan, ”ciò non getta assolutamente alcuna luce sulla questione più
fondamentale della verità o della falsità del teismo. Come altri hanno
ottimamente messo in evidenza, una spiegazione delle origini di una credenza che
si fondi solamente su basi psicologiche non costituisce in alcun modo prova
razionale a favore o contro quella credenza”. Anche con gli strumenti che può
fornire la memetica, è possibile dimostrare che la religione è un complesso di
memi estremamente potente e ritenere ovvio il fatto che abbia conquistato così
tante persone nel mondo, indipendentemente dalla sua verità o meno. Queste
considerazioni, però, non aggiungono né tolgono nulla al problema ontologico
dell’esistenza o meno di Dio. Forniscono ottimi spunti psicologici per
convincersi della sua assenza, ma non minano affatto la possibilità teorica
dell’esistenza di un tale ente.
Credenti ed atei hanno in comune l’affidamento ad argomenti psicologici emotivi
per sostenere le proprie tesi. Tale affidamento è in un caso chiamato “fede”,
nell’altro mascherato da razionalità. Io non sono per nulla contrario a tale
affidamento: basta ammettere trattarsi di questo e non illudersi che si tratti
di qualcos’altro in grado di sfondare il dominio altrimenti limitato della
ragione. Credo, invece, che affidarsi a prove emotive sia non solo utile ma cosa
abituale nella vita quotidiana. Al di fuori di situazioni del tutto eccezionali,
non eseguo mai controlli alimentari su ciò che mangio, perché mi fido di chi mi
ha preparato quel tal piatto; non dubito che l’acqua che sto bevendo sia
avvelenata perché mi fido dell’acquedotto. Tante assunzioni che facciamo ci
permettono di accelerare i nostri ritmi vitali senza farci correre grossi
rischi, e ci sono dunque utili. Più una civiltà è progredita ed affidabile, meno
sono rischiosi questi atti di fede. D’altronde esistono principi morali assoluti
ben più fondamentali, che si basano su altrettante affermazioni non dimostrate,
che traggono fondamento dall’idea che il benessere sia preferibile alla
sofferenza. Ad esempio: è meglio essere vivi che essere morti; è meglio essere
sani che malati; è meglio essere felici che tristi; per una cultura è meglio
sopravvivere che perire; per la razza umana è meglio perpetuarsi che
estinguersi. Questi assiomi non possono essere giustificati dalla ragione o
dalla scienza. Si tratta soltanto di desideri comuni a tutti gli individui della
specie umana, che alcuni sociobiologi chiamano “assiomi genetici”. Ma se anche
non fossero scritti nel codice genetico, si tratterebbe comunque di fatti che
l’esperienza confermerebbe immediatamente. Se trovo giusto affidarsi a
considerazioni di carattere psicologico in situazioni del genere, le considero
anche lecite in campo teologico, essendo in fin dei conti l’esistenza o
l’assenza di Dio qualcosa che può avere al massimo un’influenza (di nuovo)
emotiva sull’individuo. Non accetto argomenti del genere, invece, in campo
ontologico, per cui trovo assurdo che gli atei affermino che “razionalmente” Dio
non esiste. Per dirla in breve, accetto che per qualcuno Dio esista o meno sulla
base di un’esperienza psicologica, ma non che esista o meno sulla base di
un’argomentazione razionale.
Tra le esperienze psicologiche ammetto, ovviamente, anche l’esperienza mistica.
Ho sempre amato un brano di Smullyan in cui presenta quattro tipologie di
persone che riassumono a grandi linee tutte le possibili sfumature
sull’argomento:
Primo indiano: Se io credo nel Grande Spirito Bianco? Certo
che ci credo! Lo sento persino!
Secondo indiano: Come ti invidio! Ho sempre creduto nel Grande
Spirito Bianco ma non ho mai potuto sentirlo.
Terzo indiano: Che strano! La mia situazione è opposta. Io ho sempre
sentito il Grande Spirito Bianco ma non gli ho mai potuto credere. Credo che
le mie sensazioni siano soltanto delle superstizioni infantili
rinforzate dagli insegnamenti dei miei padri.
Quarto indiano: Sembra dunque che io sia l’unico maturo e sano di
mente tra tutti. Io né sento il Grande Spirito Bianco né credo in lui.
E voi, dove vi situate? Io invidio il primo indiano perché mi ricorda il Mariano
dai 17 ai 23 anni; rifuggo con orrore il secondo, che mi ricorda l’anno
travagliato tra i 23 e i 24; nei momenti più bui il quarto indiano mi è
particolarmente simpatico, ma se devo identificarmi con uno, scelgo certamente
il terzo. Credo che se Dio esistesse, la sua rivelazione a me dovrebbe essere
particolarmente spettacolare, perché tenderei a lasciarmi sfuggire eventuali
segnali molto deboli; dovrebbe quantomeno convincermi che la sensazione
viscerale che provo della sua esistenza non è soltanto un’illusione. Mi sento un
po’ come il mistico scettico di quel dialogo di Smullyan:
John: Hai mai avuto esperienze mistiche?
Jim: Oh, ne ho continuamente, ma non ci credo affatto!
Sì, credo che la via d’accesso più diretta alla fede in Dio siano le esperienze
mistiche. Posso capire il disappunto di chi, logico e razionale, carica il
termine “misticismo” di valenze estremamente negative: io stesso sono stato a
lungo di quest’idea, prima di acquisire un’accezione del termine che – secondo
me – si avvicina molto di più al suo vero significato. L’approccio mistico al
problema dell’esistenza di Dio trascende sia la categoria del ragionamento, sia
quella della fede. Il primo a schiudermi le porte di questa affascinante realtà
è stato un prestigiatore – e chi se no? – il già citato Raymond Smullyan. Egli
apre il suo saggio sul Taoismo con questa considerazione:
Per salvare la propria anima, il credente deve convincere a tutti i costi
l’ateo che Dio esiste. Per incoraggiare il progresso sociale, l’ateo deve
convincere a tutti i costi il credente che la fede in Dio è una cosa
infantile, una superstizione primitiva. Per questo motivo si scontrano
continuamente. Nel frattempo, il saggio Taoista è seduto tranquillamente
lungo la riva di un fiume, magari con un libro di poesie, un bicchiere di
vino e qualcosa per dipingere, godendosi il Tao nella sua pienezza e non
preoccupandosi del fatto che il Tao esista o non esista. Il saggio non ha
bisogno di affermare il Tao; è troppo impegnato a goderselo!
Uno dei punti di forza del libro di Smullyan, “Il Tao è silenzioso”, è il fatto
che – essendo lui un professore di logica – riesce a mettere in luce che quello
delle religioni orientali non è un rifiuto della logica, quanto un modo per
trascenderla. Seguendo ognuno la propria logica, ateo e credente sanno di dover
convincere l’altro degli errori di valutazione che sta commettendo. Il Taoista,
invece, mantiene un atteggiamento che non è di indifferenza all’argomento –
tutt’altro! Uscendo dalla logica di proselitismo dei due contendenti, assume
l’unico atteggiamento che gli è consentito, quello di chi – percependo
direttamente la realtà del Tao – trova ridicolo affermarne o negarne
l’esistenza, sapendo che sarebbe una perdita di tempo che lo ostacolerebbe dal
goderlo appieno. Sarebbe ancora più assurdo affermare che il Taoista “crede” nel
Tao: sarebbe come dire che gli uomini “credono” nel mondo; non si può definire
“credo” quello che si ha di una realtà percepita direttamente. Dunque se i
credenti ammettono di dover fare il salto della fede per credere a qualcosa la
cui esistenza non è così evidente, i Taoisti non compiono quella stessa fatica:
essi percepiscono il Tao e se lo godono, trascendendo così le categorie
razionali e valorizzando soltanto quelle psicologico emotive, ritenendo dunque
“banalmente vera” l’esistenza del Tao. Chi è razionale si interroga sulla natura
di tale percezione. Non potrebbe essere illusoria?
La natura di tale percezione è mistica, e ricorda molto da vicino quella che si
può avere di una melodia che trascende le singole note di un pezzo musicale. Sul
mio Melodia a due voci proponevo il seguente dialogo:
SCETTICO: Senti anche tu questo susseguirsi di note?
TAOISTA: Io non sento soltanto le note; io avverto una melodia!
SCETTICO: “Melodia”? Che cos’è una “melodia”? E’ un termine che usi
per definire il susseguirsi delle note?
TAOISTA: No no no! Io parlo proprio di qualcosa che si trova oltre
le singole note. Se non riesci a sentirla, non so proprio come aiutarti!
Potrei dire che la melodia è una struttura che si trova ad un livello più
alto rispetto alle note prese singolarmente.
SCETTICO: Io percepisco solo delle note. Non riesco a sentire altro.
TAOISTA: Ma non devi sentire altro. E’ soltanto un livello che
si può percepire contemporaneamente alle singole note, e che si situa
sopra quello.
SCETTICO: Stai mica parlando di trascendenza?
TAOISTA: Proprio così! La melodia trascende le singole note.
SCETTICO: Secondo me è pura illusione. Dovresti liberarti da questa
malsana “fede” nel fatto che esista qualcosa che si trova al di sopra delle
singole note. Credimi: è tutta una costruzione che si trova solo nel tuo
cervello.
Se mi si chiede se io abbia qualche intuizione mistica, posso rispondere come
Jim: ne ho continuamente, ma non so quanto sia lecito farvi affidamento.
Naturalmente il mio scetticismo è solo a livello “ontologico”: posso dubitare
che tali intuizioni mi conducano ad una verità sulla realtà, ma non posso
dubitare del piacere e del godimento prodotto da tali sensazioni mistiche. Ma
qual è il “contenuto” di tali intuizioni? Avverto un’armonia che regola i
rapporti tra le cose e che le dispone in quella che non esiterei a definire
“Melodia Cosmica”. La regolarità delle leggi naturali, la meraviglia che si
annida nelle proporzioni artistiche, la sintropia da cui si genera tutto, la
caoticità così apparentemente ordinata che governa l’amore e i sentimenti,
l’ineluttabilità del progresso darwiniano di tutte le specie verso una
condizione migliore e più stabile della precedente, tutte mi sembrano
espressioni di una indubitabile realtà sottostante. E non si tratta di vedere
volti nelle nuvole: è, invece, la percezione di essere contenuto in una rete
inestricabile di rapporti e di essere parte di un Tutto che non si può non
modificare con il proprio essere; è il paradossale contrasto tra la sensazione
di essere un puntino insignificante in un universo sconfinato e quella di essere
la punta di diamante di una evoluzione che ha avuto, come gradino più alto,
l’uomo; è la meraviglia di sapersi della stessa materia delle stelle, di una
zolla di terra, di un verme; è l’incanto di avere un cervello, di essere un
cervello, così dannatamente complesso e straordinario da essere un mistero a se
stesso; è la sorpresa di scoprirsi un corpo dagli automatismi incredibili, con
mille demoni interni che si prendono cura di gran parte delle funzioni
indispensabili alla vita; è il balzo al cuore di fronte all’idea che l’universo
riesca a bastare a se stesso, sia autoorganizzante, indipendente (ed io,
informatico, so bene quanto sia difficile programmare anche solo una “semplice”
(?) macchina di von Neumann…). Percepisco in modo così diretto questa
Melodia Cosmica che lega tutte le cose da non poterla assolutamente mettere in
dubbio. Il fatto di percepirsi direttamente una cosa sola con l’Universo
e di percepire direttamente l’Universo come una cosa sola probabilmente
non è altro che una sensibilità paragonabile a quella di percepire la
trascendenza della melodia rispetto alle singole note. E troverei ridicolo chi
mi si dicesse che non devo credere a questa percezione: ha un carattere talmente
viscerale che sarebbe come tagliarmi un braccio. D’altronde ho già
tranquillizzato i miei lettori affermando di non voler necessariamente
attribuire un grado di realtà all’oggetto delle mie percezioni. Tali sensazioni
potrebbero essere una vera e propria via d’accesso mistica alle realtà
trascendenti, oppure il (piacevolissimo!) prodotto mentale di un’illusione. Se
fosse vera quest’ultima ipotesi, la riterrei ulteriore conferma della Melodia
Cosmica di fondo, perché solo un universo ricolmo d’amore può regalare a me,
mortale tapino, sensazioni così piacevoli e tonificanti!
Esiste ancora un aspetto della questione che vorrei affrontare. Chi persegue a
tutti i costi la verità, ritiene poco intelligente chi crede in qualcosa di
fasullo, e ritiene che non sia desiderabile che una persona mantenga questa
convinzione. Così, se i credenti ritengono che gli atei siano “sfortunati”
perché non hanno ricevuto il dono della fede (compassione che manda spesso in
bestia i non credenti!), molti atei sono convinti che chi crede sia
fondamentalmente poco intelligente ad aderire ad una religione fasulla, e che il
mantenere alcune credenze fasulle sia gravemente dannoso per l’individuo.
L’assunzione degli atei è, anche in questo caso, ingiustificata. E’ in molti
casi vera, ma non generalizzabile. Ecco come ne parla Smullyan:
Lasciatemi dire che sono del tutto d’accordo con i critici sul fatto che il
raggiungimento della verità sia la cosa più importante nella vita. Prenderei
addirittura una posizione più estrema, arrivando a misurare il valore di un
individuo nella sua capacità di conoscere la verità o – meglio ancora – di
scoprire nuove verità che vadano a beneficio degli altri. Questo implica che
non sia desiderabile che un individuo del genere creda a qualcosa di falso?
La mia risposta è non necessariamente! Supponiamo che la falsa
credenza non solo sia utile, ma che in effetti gli permetta di scoprire
molte altre e valide verità che altrimenti non scoprirebbe. Potrebbe
sembrare folle, ma ho in mente una situazione di questo tipo: supponiamo che
l’uomo sia uno scienziato, che ha grande abilità scientifica ma a volte cade
in crisi emotive che gli impediscono di continuare a lavorare. E’
assolutamente incapace di imparare, e così di scoprire o creare. Cosa
potrebbe fare? La maggior parte delle persone ai giorni nostri gli
suggerirebbero di andare da uno psichiatra. Bene, supponiamo che la
psichiatria non gli sia di alcun aiuto; potrebbe essere incompetente il suo
analista oppure la psichiatria stessa essere incapace di risolvere questo
tipo di problema – o per essere più clementi verso gli psichiatri, non
essere lui steso quel tipo di persona curabile dalla psichiatria. Ad ogni
modo lo psichiatra non ha aiutato lo scienziato. Completamente fuori di
testa, lo scienziato ha una fantastica conversione religiosa verso una
religione completamente falsa! Questa religione falsa però è in grado di
far recuperare allo scienziato la sua serenità, per cui può ricominciare a
lavorare. Come risultato, egli scoprirà per tutta la vita delle verità
scientifiche. Ora, come reagirebbero a questa situazione gli adoratori della
verità? Abbiamo il curioso caso di una persona che scopre molte importanti
verità scientifiche in virtù di un credo che è falso! Dunque è stato o non è
stato meglio che lui vi aderisse? Qualcuno potrebbe rispondere: “Beh, in
casi eccezionali come questo va bene, ma certamente potrebbero esserci dei
metodi più sani per evitare i disturbi emotivi che non entrare in una
religione fasulla”. Sono abbastanza d’accordo con questo pensiero. Se si può
trovare un metodo più santo, anch’io lo preferirei. Ma se non lo si
trovasse? Un’altra obiezione al mio punto di vista mi è stata sollevata di
recente da qualcuno. E’ un’obiezione abbastanza stupida, ma credo che si
debba considerare per un istante nella remota possibilità che qualche
lettore possa essere caduto nello stesso fraintendimento. L’obiezione è:
“Come può qualcuno deliberatamente cercare di credere a qualcosa cui non
crede solo perché crederci gli sarebbe di beneficio?” Come ho già detto,
questo è un completo fraintendimento di ciò che avevo affermato. Certo non
credo affatto che una persona debba, o comunque possa fare qualcosa di così
stupido! Non sto affatto auspicando che si creda alle cose che si ritengono
false per riceverne un aiuto. Questo saggio è semplicemente un invito alla
tolleranza verso coloro che credono a cose che tu ritieni false. Più
precisamente, sto dicendo che anche se il tuo ideale principale è la ricerca
della verità, devi capire che se qualcuno crede in qualcosa che tu ritieni
falso – o addirittura se tale convinzione è davvero errata – la sua
credenza potrebbe benissimo consentirgli di acquisire nuove verità che
altrimenti potrebbero non essergli accessibili.
Credo che ancor prima che un concetto religioso, la tolleranza auspicata da
Smullyan sia un valore umano – purtroppo spesso assente nelle discussioni su
questi temi.
Concludo con una considerazione a proposito del mio rapporto attuale con la
religione. Il termine deriva da un verbo latino che significa “legare insieme”.
Dunque il vero significato della parola è “che tiene insieme”; ciò implica una
filosofia e un sistema etico che guida una società come fosse un sol corpo,
senza necessariamente far riferimento ad un Dio. E’ questo il motivo per cui le
emozioni che tipicamente accompagnano l’esperienza religiosa, come il sentirsi
parte di una realtà più grande, possono essere sperimentate anche dagli atei,
conducendo a quella che si potrebbe chiamare “religiosità atea”. In questo senso
mi sento profondamente “religioso” – pur non ritenendomi affatto ateo né
credente. Per quanto riguarda il senso comunemente accettato di
“religione”, credo di dover affrontare un problema alla volta. Faccio già così
tanta fatica ad essere uomo nel vero senso della parola da non potermi
ancora porre il problema della religiosità. E in futuro? Dio solo lo sa. O no?
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