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Boston 1852: il vaso
giunto dall'impossibile
di Michele Manher
©
Il 5 giugno del 1852 la rivista Scientific American pubblicò un articolo che riferiva il
ritrovamento d’un piccolo vaso metallico, durante lo
sbancamento d’una collina a Boston, in una roccia la cui
età, secondo i geologi, è di 320 milioni d’anni.
Questo vaso presenta l’inquietante particolarità d’avere
incisi, sulla sua superficie, disegni che riproducono
piante estinte del Carbonifero Superiore, cioè la stessa
età della roccia in cui il manufatto sarebbe stato
eccezionalmente ritrovato.
I fossili di quelle piante, come dimostra l’Autore in
questo articolo, erano ancora del tutto sconosciuti
all’epoca in cui il vaso apparve.
Ecco qui di seguito, tradotto in italiano, il testo
dell’articolo pubblicato il 5 giugno del 1852, in
seconda pagina, sul n° 38 di « Scientific American »,
sotto il titolo Una Reliquia d’una Età scomparsa:
Pochi giorni fa una potente esplosione è stata
prodotta nella roccia alla Meeting House Hill, nel
quartiere di Dorchester, pochi isolati a sud del luogo
d’incontro del Reverendo Signor Hall.
L’esplosione ha prodotto un’immensa quantità di
pietrame, alcuni pezzi dal peso di alcune tonnellate, e
scagliando piccoli frammenti in tutte le direzioni. Tra
di loro è stato raccolto un vaso metallico in due parti,
per la frattura provocata dall’esplosione. Rimesse
insieme le due parti, questo forma un vaso a forma di
campana, alto 11,4 cm, 16,5 cm alla base, 6,3 cm alla
sommità e di circa tre millimetri di spessore.
Il corpo di questo vaso assomiglia nel colore allo
zinco, o ad una lega metallica in cui c’è una
considerevole percentuale d’argento. Sui lati vi sono vi
sono 6 figure d’un fiore, o un bouquet, splendidamente
intarsiato nell’argento puro, e attorno alla parte bassa
del vaso una pergola, o tralcio, intarsiata anch’essa
nell’argento.
Il cesello, l’incisione e l’intarsio sono squisitamente
eseguiti dall’arte di un abile artigiano.
Questo strano e sconosciuto vaso era saltato fuori dalla
dura roccia puddinga, 4,63 mt sotto la superficie.
Adesso è in possesso del Signor John Kettell. Il Dr. J.
V. C. Smith, che ha recentemente viaggiato in Oriente,
ed ha esaminato centinaia di curiosi utensili domestici,
disegnandoli anche, non ha mai visto qualcosa che
assomigli a questo. Egli ha fatto un disegno e preso
accurate misure di questo, da sottoporre ad esame
scientifico.
Non vi è alcun dubbio tuttavia che questa curiosità era
saltata fuori dalla roccia, come sopra detto; ma vuole
il Professor Agassiz, o qualche altro scienziato, dirci
per favore come questo è arrivato lì? L’argomento è
degno d’investigazione, in quanto non vi è inganno nel
caso.
Quanto sopra proviene dal Transcript di Boston e quello
che ci stupisce è come il Transcript può supporre il Prof. Agassiz qualificato a dirci come questo sia giunto
lì più di John Doyle, il fabbro ferraio. Non si tratta
di una questione di zoologia, botanica o geologia, ma
una questione relativa ad un antico vaso metallico,
forse fatto da Tuba-Cain, il primo abitante di Dorchester.
Questa, dunque, la nuda cronaca dei fatti, che dobbiamo
soltanto emendare dalle finali considerazioni personali
del cronista dell’epoca, riguardanti leggendari primi
abitanti dell’antico quartiere di Boston, generate forse
dalla consapevolezza che nessuno, in quell’epoca e in
quei luoghi, poteva sicuramente essere in grado di
concepire, e realizzare, un oggetto di quel genere. Gli
scettici hanno tuttavia ragione ad avanzare dei dubbi
sulla possibilità di un inganno, dal momento che le
modalità del ritrovamento non sono quelle proprie d’una
rigorosa ricerca scientifica o da uno scavo comunque
archeologico. Si trattava infatti dell’area d’un
cantiere edile, installato sul terreno di proprietà
d’una Chiesa locale, sui cui doveva essere edificata la
Meeting House Hill. L’Impresa incaricata d’eseguire il
lavoro si trovò presto alle prese con un problema:
l’area su cui gettare le fondamenta era solida roccia
puddinga e per lo scavo degli scantinati era un duro
ostacolo da superare. Così non si poté far altro che
sbancare tutto con la dinamite. Stando così le cose, è
del tutto naturale pensare che il fortuito ritrovamento
d’un oggetto “anomalo” possa essere stato in realtà la
burla di qualche buontempone che, in ogni epoca e ad
ogni latitudine, a riguardo non manca mai.
Il vero, il falso, l'impossibile
Uno dei più grandi astrofisici del XX secolo, Fred Hoyle,
nel corso degli anni ‘80 non esitò a definire falsi gli
esemplari di Archaeopteryx lithographica, scoperti poco
più d’un secolo prima in Baviera nei calcari di Solnhofen, la cui formazione risale al Giurassico
superiore. Com’è noto, quei fossili sono assolutamente
autentici.
La polemica, tuttavia, non si è mai sopita. Nonostante
la scoperta anche nella provincia cinese di Liaoning, al
confine con la Corea, di dinosauri pennuti (avvenuta
negli ultimi anni del secolo scorso), ed essendo ormai
chiara la tendenza a ritenere gli uccelli una variante
“aviana” dei dinosauri, vi sono ancora prestigiosi
scienziati che si oppongono strenuamente a questa
considerazione.

(Fred Hoyle - astrofisico inglese
scomparso il 20 agosto 2001)
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La comunità scientifica inglese,
invece, non manifestò particolare opposizione, nel 1912,
ad accettare come autentica la “scoperta” d’un avvocato
del Sussex, Charles Dawson, il quale diceva d’aver
trovato, alcuni anni prima, in una cava di ghiaia vicino
Piltdown, resti di primati del Pliocene superiore (5
milioni d’anni fa). Il così soprannominato “Uomo di
Piltdown” aveva una sconvolgente particolarità: il
neurocranio era identico a quello dell’homo sapiens,
mentre lo splancnocranio (la mandibola in particolare)
era esattamente quello d’una scimmia. Le dotte
argomentazioni si sprecarono, così come i fiumi
d’inchiostro per dimostrare che si trattava proprio
dell’anello mancante nella catena dell’evoluzione umana
finché, nel 1953, nuovi ed accurati esami sui reperti
diedero un responso traumatico: l’usura dei denti era
stata ottenuta con un abrasivo moderno, di cui furono
rinvenute le tracce sullo smalto, mentre la patina
d’ossidazione delle ossa risultò essere nient’altro che
una vernice abilmente spalmata su di esse. Lo schock fu
terribile, anche perché l’amico e “compagno di merende”
di Dawson era nientemeno che il dotto gesuita Teilhard
de Chardin, che molte volte aveva accompagnato
l’avvocato nelle sue escursioni alla ricerca dei
“fossili”.
Galileo Galilei, in una lettera datata Arcetri, 15
settembre 1640, ed indirizzata al suo amico Fortunio
Liceti, medico e professore d’anatomia umana
all’Università di Padova, scriveva così:
Tra le sicure maniere per conseguire la verità è
l’anteporre l’esperienza a qualsivoglia discorso,
essendo noi sicuri che in essa, almanco copertamente,
sarà contenuta la fallacia, non essendo possibile che
una sensata esperienza sia contraria al vero.
In queste parole del fondatore della scienza moderna c’è
tutta la sua visione del metodo scientifico. Già, ma che
cos’è una sensata esperienza? Quando, ad esempio, uno
dei più grandi fisici dell’era moderna, Ernst Mach, vide
pubblicata per la prima volta la teoria della Relatività
Speciale di Albert Einstein, fece conoscere al mondo
intero tutto il suo orrore, ed il suo profondo
disprezzo, per quella che non esitò a definire l’opera
d’un pazzo. E non era il solo. Un altro grande
scienziato dell’epoca, Pierre Duhem, professore di
fisica teorica all’Università di Lille ed epistemologo
di scuola empirio-criticista, nella seconda edizione
della sua Théorie phisique (Bordeaux, 1914) scrisse che
la teoria della relatività è il frutto di una corsa
pazza e febbricitante verso concetti che gettano la
fisica in un vero e proprio caos, dove la logica perde
la strada ed il senso comune fugge terrorizzato.

(Esemplare di Archaeopteryx
Siemensi provenienti dai calcari della Baviera. Hoyle
era convinto che i pochi esemplari rinvenuti fossero dei
falsi)
La sensata esperienza d’un fisico,
dunque, può non essere la sensata esperienza d’un altro
suo collega (a meno che non lavorino insieme nello
stesso team), ma non solo. Quando, una trentina d’anni
fa, geologi ed archeologi si riunirono insieme a
congresso per stabilire come e quando fosse esplosa
l’isola di Thera nel mare Egeo, le sensate esperienze
degli uni si scostarono drammaticamente dalle sensate
esperienze degli altri.
Non è possibile, dunque, prima di definire il concetto
di sensata esperienza, prescindere dall’altro concetto,
certamente più importante, di sensata conoscenza. Nel
caso del convegno sull’isola di Thera, ad esempio, il
pur glorioso metodo scientifico ha sfoggiato uno dei
suoi limiti più drammatici: le metodologie scientifiche
di ricerca ed analisi dei dati, diverse per i due gruppi
di scienziati, portavano inevitabilmente a conclusioni
diverse. Il caso di cui ci stiamo occupando adesso, cioè
il caso del vaso di Dorchester, appartiene invece ad
un’altra categoria di ricognizioni cognitive, e cioè a
un’indagine border line, ai confini estremi del modo che
noi abbiamo oggi di concepire il mondo in cui viviamo.
Ricerche di questo genere possono condurre soltanto a
due tipi di risultato: o la riconferma del vecchio
concetto baconiano secondo cui « la verità emerge
piuttosto dall’errore che dalla confusione », cioè da
quelle scoperte casuali che cambiano i paradigmi del
nostro modo di ragionare, o il prevalere della natura
cumulativa della scienza normale che avoca a sé il
diritto di stabilire cos’è « problema » o no, e cos’è «
soluzione » o no.
Quando Thomas Khun insegnava storia della scienza
all’Università di Princeton scrisse un libro, The
Structure of Scientific Revolutions (Chicago, 1970), in
cui diceva le cose che ho appena ricordato. I tecnici
delle varie discipline scientifiche, tuttavia, spesso
ignorano i termini e le condizioni del dibattito
epistemologico, e davanti ad un nuovo paradigma vedono
rosso ed irrompono sulla scena con la stessa grazia di
un toro liberato, alle cinque della sera, per le strade
bagnate di Pamplona.

(Il teschio del famoso “uomo di
Piltdown”. Grazie ai moderni strumenti di analisi si
scoprì che la mandibola di uno scimpanzé era stata
inserita nell’articolazione di un cranio appartenuto a
un uomo morto da meno di cento anni)
La geologia di Boston
Quanti altri mondi, dunque, sono esistiti su questa
terra, prima del nostro? Quanti e quanto indietro nel
tempo e quante volte l’Umanità avrebbe ricominciato
daccapo il suo cammino?
Può il vaso di Dorchester essere la prova dell’esistenza
di almeno uno di questi mondi perduti? Ripeto, gli
archeologi hanno la loro buona ragione a sospettare di
quest’oggetto, dal momento che le modalità del suo
ritrovamento sono prive di qualsiasi carattere di
scientificità, sia per quanto riguarda le procedure di
acquisizione del reperto che per le classificazioni
relative al sito.
Purtuttavia questo oggetto esiste ed è d’una fattura
tale che riesce impossibile pensare che un operaio
(quello che l’ha visto per primo nel pietrame della
roccia esplosa) possa esserselo fabbricato in casa. A
parte l’artistico lavoro di cesello, infatti, ed il
sottile spessore (3 millimetri) del vaso, la stessa lega
metallica che lo compone è rimasta sempre sconosciuta e
non si sa gran che di essa, a parte il fatto che
assomiglia all’argento.
Pur essendo impossibile, per le ragioni già dette,
stabilire oggi un legame certo ed evidente, dal punto di
vista scientifico, tra questo vaso e la roccia che,
frantumata dall’esplosione, ne avrebbe rivelato
l’esistenza, è tuttavia necessario conoscere la natura e
l’età di essa, perché è questa la presunta “scena del
delitto”.
La BOSTON SOCIETY OF CIVIL ENGINEERS svolse intorno al
1960 un’indagine stratigrafica sul suolo della città di
Boston, poi pubblicata nel Journal of the Boston Society
of Civil Engineers, vol. 51, aprile 1964, n° 2, pp.
111-154.
In questa relazione leggiamo che:
il gruppo della baia di Boston è stato diviso in due
formazioni da Emerson (1917) e La Forge (1932). Queste
sono il conglomerato Roxbury e lo strato superiore
Cambridge (Roxbury e Cambridge sono i nomi di due
quartieri di Boston, N.d.A.). Il conglomerato Roxbury è
stato diviso in tre membri che, dal più vecchio al più
giovane, sono: il conglomerato Brookline, lo strato
Dorchester e la tillite di Squantum (Brookline,
Dorchester e Squantum sono altri quartieri di Boston,
mentre la tillite è una roccia sedimentaria d’origine
glaciale; N.d.A.). Billings (1929) riconobbe tre
formazioni che, in ordine stratigrafico, lui chiamò
conglomerato Roxbury, tillite di Squantum e argillite
Cambridge.
La maggior parte dei geologi che hanno lavorato sul
gruppo della baia di Boston hanno riconosciuto la sua
tendenza a cambiare sia gradatamente che improvvisamente
nelle caratteristiche litologiche. Recentemente Billings
(con una comunicazione personale) ha chiaramente
dimostrato l’interconnessione del conglomerato Roxbury
con l’argillite Cambridge. In un certo senso, tutte le
formazioni ed i membri fin qui menzionati sono puramente
aspetti del gruppo della baia di Boston, che includono
argillite, scisto argilloso, arenaria, conglomerato,
tillite e melàfiro (roccia basaltica formatasi in un’età
compresa tra il carbonifero superiore ed il triassico,
N.d.A.). In aggiunta, le sequenze degli strati sono
complicate nei siti dal diabase (roccia effusiva
paleovulcanica simile alla diorite) e da estrusioni
melafiriche.
Queste rocce sono completamente prive di fossili, con
l’eccezione della parte superiore del conglomerato
Roxbury che offre, malamente conservati, forme
cilindriche e ceppi di radici o tronchi d’albero (Burr e
Burke, 1899). In accordo col professor Elso Barghoorn
(personale comunicazione) gli esemplari sono o
Callixylon o Cordaites, generi che si estendono entrambi
in un periodo che va dal Devoniano superiore al
Permiano.
Poiché tra il Devoniano superiore ed il Permiano c’è il
Carbonifero, abbiamo dunque l’evidenza che la roccia
sedimentaria del conglomerato Roxbury s’è formata
durante quella particolare era geologica, e cioè intorno
ai 320 milioni di anni fa.
Ebbene la collina della Meeting House Hill, situata nel
quartiere di Dorchester Sud al confine con Dorchester
Nord e Roxbury, e nella cui roccia sarebbe stato
ritrovato il vaso, si trova in pieno conglomerato
Roxbury, come si può vedere chiaramente dalla carta
geologica allegata. Quando il duro cemento siliceo
contiene ciottoli arrotondati, la roccia risultante si
chiama puddinga; se invece i ciottoli, nello stesso
cemento, sono a spigoli vivi, allora abbiamo una
breccia. La roccia puddinga è talmente dura che in
Italia, in epoca medievale, sopra suoi affioramenti sono
stati costruiti storici ed imponenti castelli, come
nella celebre Predappio, in Emilia e Romagna, o a Vobbia,
in provincia di Genova. A Boston, nei quartieri di
Roxbury e Dorchester, i suoi clasti sono costituiti
primariamente da quarzite, granodiorite, felsite e
melàfiro. Tra questi clasti, inglobato anch’esso nel
cemento siliceo della roccia, si sarebbe trovato il vaso
di Dorchester.
La paleobotanica nell'800
Certo non esiste una relazione evidente tra il terreno -
con l’età che abbiamo accertato - su cui sorge la città
di Boston ed il ritrovamento del vaso di Dorchester.
Questo vaso, in teoria, potrebbe essere stato portato
fin lì pure dalla Cina e buttato poi nel pietrame un
attimo prima che arrivassero gli operai a ripulire il
terreno. Il fatto poi che si tratti d’un oggetto unico
al mondo non è di per sé significativo, anche se
qualcosa di certo significa.
Tutti i più importanti musei sono pieni di pezzi unici.
Al Metropolitan Museum of Art di New York, ad esempio,
c’è una zuccheriera in platino realizzata dal
gioielliere personale di Luigi XVI, Marc Étienne Janety,
in un unico esemplare. L’arte e l’abilità di questo
artigiano erano tali che persino il nuovo governo
rivoluzionario si fermò davanti a lui: non solo,
infatti, Janety non seguì la sorte del suo sovrano, ma
addirittura ricevette importanti, e storiche, commesse
da parte dei nuovi padroni della Francia. Il metro ed il
chilogrammo campione infatti, entrambi in platino,
furono realizzati da lui nel 1795 su incarico d’una
apposita Commissione.
L’autore d’un vaso di pregiata fattura come il vaso di
Dorchester, invece, è completamente sconosciuto. Un
simile, abile e straordinario artigiano non solo avrebbe
creato in tutta la sua vita un unico, incredibile
oggetto, ma nessuno avrebbe mai sentito parlare di lui.
Potrebbe, questa sconosciuta ma secolare persona, aver
raffigurato qualche pianta rara ma esistente? Ovviamente
è la prima cosa che ho pensato, così mi sono recato
negli uffici dell’Orto botanico di Bergamo ed ho parlato
con il Direttore, consegnandogli ovviamente una foto del
vaso. Costui, persona assai garbata e cortese, è rimasto
per lunghi minuti in silenzio a guardare ciò che io gli
avevo indicato. Sembrava molto concentrato ed io pensavo
“Ci siamo! Finalmente saprò qualcosa”, ma dopo un po’ mi
ha detto che non si trattava di una pianta esistente,
indicandomi anche i tralci con le foglioline ai lati
della figura centrale come qualcosa di non attualmente
esistente. Dopodiché, senza perdere la sua iniziale
cortesia, mi ha anche detto che non poteva dirmi altro,
dal momento che lui è un botanico, e non un
paleobotanico. A quel punto la strada delle mie
ulteriori ricerche era tracciata. Quando, nel salutarci,
mi ha augurato buon lavoro, ho inteso questa frase come
il segno che le mie ricerche non sarebbero state vane. E
così è stato. Ho ritrovato quelle piante nei testi che
raccolgono i cataloghi delle piante estinte.
Dunque c’è un’altra cosa ancora più sconcertante: se
fosse esistita una simile persona, intendo dire
nell’arco di Storia a noi noto dell’Uomo, allora questa
persona avrebbe dovuto avere, oltre alle straordinarie
capacità metallurgiche e le singolari qualità artistiche
- uniche in tutto il mondo - che abbiamo visto, anche il
dono della profezia. Le incisioni sul vaso, infatti,
riproducono PIANTE ESTINTE DEL CARBONIFERO SUPERIORE
che, all’epoca della scoperta del vaso, erano del tutto
sconosciute.
È vero che esistevano, già fin dal ’700, ampi trattati
sulla flora del Carbonifero, dal momento che dalle
miniere di carbone dell’Europa centrale e
dell’Inghilterra venivano estratti in abbondanza reperti
fossili di piante esistite in quell’era geologica.
Erano, tuttavia, poveramente illustrati, come dice Henry
Andrews jr., nel suo Ancient plants and the world they
lived in (New York 1964). L’Autore aggiunge anche (pag.
232):
Uno dei primi veri contributi alla flora del
Carbonifero della Gran Bretagna fu il libro di Edmund T.
Artis Fitologia antidiluviana, pubblicato nel 1838. Le
illustrazioni sono d’una qualità distintamente superiore
a quella dei suoi predecessori ed il libro è citato come
referenza ai nostri giorni per ciò che concerne le
piante del Carbonifero.
Ora nello stesso anno di pubblicazione del bel libro di
Henry Andrews jr. uscì anche il Traité de Paléobotanique,
un’opera monumentale in 9 volumi, pubblicato sotto la
direzione di Édouard Boureau (Parigi, 1964), sono
riportate le figure e le foto di tutti i ritrovamenti di
piante estinte di cui finora si ha conoscenza, e per
ciascuna di esse è citata la referenza della fonte
bibliografica. Il trattato di Boureau riporta le piante
scoperte e pubblicate nel XIX secolo, come ad esempio lo
Sphenophyllum verticillatum di cui è citata la sua prima
pubblicazione nel 1820, e così via fino alle ultime come
lo Sphenophyllum lescurianum di cui è citata la
pubblicazione nel 1897. Ebbene, nessuna delle piante
pubblicate nella prima metà del XIX secolo ha qualcosa a
che vedere con le piante incise sul vaso di Dorchester.

Due piccole foglioline
La piccola pianta disegnata per 6 volte sui fianchi del
vaso ha il fusto tozzo con un verticillo (insieme
di foglie inserite allo stesso nodo) ad otto foglie
molto strette alla base e via via sempre più larghe, dal
tragitto slanciato e curvo. Il margine terminale
contiene alcuni denti. Queste parole, che io ho
appena usato per descrivere la pianta disegnata sul vaso
di Dorchester e che si attagliano perfettamente ad essa,
sono scritte in corsivo perché non sono mie: sono tratte
dalla pag. 69 del III volume del Traité de
Paléobotanique di Boureau che ho già citato e sono usate
dall’Autore per descrivere uno Sphenophyllum laurae, di
cui si può vedere un esemplare fossilizzato nella foto
allegata. Una descrizione analoga, con la differenza che
il verticillo è a sei foglie, Boureau la fornisce anche
per lo Sphenophyllum kidstoni, ed anche di questa
pianticella se ne può vedere un esemplare fossilizzato
nella relativa foto allegata. Ebbene, per lo
Sphenophyllum laurae l’anno di prima pubblicazione è il
1953, mentre per lo Sphenophyllum kidstoni è il 1931 ed
appartengono, manco a dirlo, al Carbonifero superiore,
cioè a 320 milioni di anni fa.
Come si può vedere dalle foto allegate, che recano la
misura di riferimento di un centimetro, si tratta di
piantine veramente piccole, delle stesse dimensioni, per
esempio, d’un piccolo trifoglio. Nel vaso di Dorchester
lo Sphenophyllum è riprodotto in scala 2:1, cioè
ingrandito del doppio rispetto alle dimensioni reali di
questa pianta.
I ramoscelli con piccole foglioline che decorano il
resto del vaso sono anch’essi abbastanza rari e non sono
molte le piante fossili vicine a loro come forma; anzi,
a dire il vero di fossili di questo genere ne esiste uno
solo: è lo Sphenopteris goldenbergi, la cui foto
allegata rappresenta un esemplare proveniente dal bacino
carbonifero della Sarre, nella Westfalia, e che è stato
pubblicato per la prima volta nel 1869. Dunque, ancora
una volta, una pianta scoperta in epoca SUCCESSIVA a
quella della scoperta del vaso e, ancora una volta,
proveniente dal Carbonifero superiore.
Non solo. Anche in questa pianta la misura di
riferimento del centimetro-campione ci fa capire che
anche lo Sphenopteris goldenbergi è riprodotto in scala
2:1, e quindi risulta ingrandito, nel vaso, nella stessa
misura dello Sphenophyllum, cioè due volte.
Anche in questo caso si tratta dunque d’una pianta le
cui foglioline sono davvero di piccole dimensioni,
paragonabili a quelle del nostro origano, cioè di
qualche millimetro ciascuna. Naturalmente i fossili
imprigionati nelle lastre di carbone non ci possono dare
anche gli aromi di queste piante estinte, se mai esse ne
avessero posseduto qualcuno.
Ebbene, possono due sole piccole foglioline, incise
sulla superficie d’uno sconosciuto metallo, con la loro
ineliminabile presenza sconvolgere dalle fondamenta le
nostre più radicate certezze riguardo alla presenza, su
questo pianeta, in un’epoca che sprofonda in abissi
inimmaginabili di tempo, di esseri evoluti almeno quanto
lo siamo noi oggi?
Cosa può essere realmente successo? Esistono altre prove
d’una presenza umana in un’era, il Carbonifero
superiore, in cui non esistevano ancora neppure i
dinosauri mentre i mammiferi, secondo tutte le prove e
tutte le evidenze finora in nostro possesso, non
passavano ancora neanche per la testa del Padre Eterno?
Ebbene, queste prove esistono.
Prove non ammesse in giudizio
10 anni e mezzo dopo la pubblicazione dell’articolo su «
Scientific American », che abbiamo visto in apertura,
comparve sulla rivista londinese « The Geologist »
(dicembre 1862, pag. 47) la seguente notizia:
Nella contea di Macoupin, nell’Illinois, in uno
strato di carbone situato sotto una copertura d’ardesia
alta più di mezzo metro ed alla profondità di circa
trenta metri sotto il livello del suolo, sono state
trovate delle ossa umane ... Al momento della scoperta
tali ossa presentavano in superficie un rivestimento
d’una sostanza dura e lucida, nera come lo stesso
carbone, la quale però quando venne asportata lasciò le
ossa bianche e con un aspetto naturale.
Naturalmente la miniera di carbone della contea di
Macoupin ha un’età geologica di 320 milioni d’anni.
In seguito furono scoperte anche impronte di piedi umani
in vari Stati dell’America, sempre in siti geologici del
Carbonifero superiore.
Il professor W. G. Burroughs, direttore del Dipartimento
di geologia del Berea College (Lexington, Kentucky),
pubblicò sulla rivista edita dal Berea College, « The
Berea Alumnus » (novembre 1938, pp. 46-47) le seguenti
parole:
Durante l’inizio del periodo del Carbonifero
superiore (età del carbone), creature che camminavano
reggendosi sugli arti posteriori e possedevano piedi
umani, lasciarono delle orme su una spiaggia di sabbia
della contea di Rockcastle nel Kentucky. Era il periodo
detto “età degli anfibi”, quando gli animali andavano in
giro a quattro zampe o più raramente saltellavano, ed
avevano zampe prive di un aspetto umano. Ma a Rockcastle,
a Jackson e in diverse altre contee del Kentucky, così
come in località che spaziano dalla Pennsylvania al
Missouri, esistevano creature dotate di piedi
dall’aspetto stranamente umano che camminavano
servendosi degli arti posteriori. L’autore dello scritto
ha dimostrato l’esistenza di tali creature nel Kentucky.
Con la cooperazione del dottor C. W. Gilmore, curatore
per la Paleontologia dei vertebrati alla Smithsonian
Institution, è stato provato che esseri del genere
vivevano anche nella Pennysilvania e nel Missouri.
Due anni dopo, nel 1940, il geologo Albert G. Ingalls,
in un articolo dal titolo The Carboniferous mystery,
pubblicato sul n° 162 di « Scientific American » (pag.
14), scriveva:
Se l’uomo, o anche un suo antenato scimmiesco o
addirittura quel mammifero primitivo antenato della
scimmia-antenato, esisteva sotto una qualsiasi forma in
un epoca così remota come il periodo Carbonifero, allora
l’intera scienza della geologia è così totalmente in
errore che tutti i geologi farebbero bene ad abbandonare
la propria professione per andare a zappare la terra.
Quindi, almeno per il momento, la scienza respinge
l’attraente spiegazione secondo la quale sarebbe stato
il piede dell’uomo a lasciare quelle misteriose impronte
nel fango del Carbonifero.
E più avanti:
Ciò di cui la scienza è sicura, in ogni caso, fin da
quando due più due continua a non fare sette, i Sumeri
continuano a non aver avuto gli aeroplani e la radio, e
a non aver ascoltato Amos e Andy, è che quelle impronte
non sono state lasciate da nessun uomo del Carbonifero.
L’école anthropologique
Un professore della Scuola Antropologica di Parigi,
Vayson de Pradenne, scrisse nel lontano 1925 un libro,
Fraudes Archéologiques, in cui diceva (naturalmente io
non so a chi si riferiva negli anni ‘20 il de Pradenne,
lo cito solo perché a me interessa il concetto generale,
non l’esempio specifico. È evidente che io non intendo,
e non posso, criticare metodi di lavoro di persone che
non conosco):
Uno studioso può immaginare, per esempio, che la
legge del progresso nelle manifatture preistoriche si
debba palesare dovunque e sempre, fin nei minimi
particolari. Osservando la presenza simultanea, in un
deposito, di utensili ben lavorati e di altri più rozzi,
stabilisce che debbano esistere due livelli. Le ere più
lontane producono utensili più rudimentali...
Se in uno strato più basso trova un esemplare ben
rifinito sosterrà che vi è penetrato accidentalmente, e
che tale esemplare deve essere reintegrato con il sito
delle sue origini ed assegnato al gruppo di oggetti
appartenenti al livello superiore. Finirà per commettere
degli effettivi falsi nella presentazione stratigrafica
dei reperti: un imbroglio messo in atto a sostegno di
un’idea preconcetta, ma portato a termine più a meno
inconsciamente, commesso da un uomo in buona fede che
nessuno definirà un truffatore. Tale situazione
s’incontra spesso, e se non faccio nomi, non è certo
perché non conosco nessuno che si sia macchiato di
questa colpa.
Quello che a me interessa sottolineare è che tanti
comportamenti, piccoli o grandi, isolati o no, tesi la
conoscenza, sommati tra loro producono un effetto
enorme, che è quello di distorcere la visione del mondo
in una determinata direzione piuttosto che in un altra e
tutto questo avviene nella più assoluta buona fede e
sincerità degli studiosi che compiono atti inconsci di
manipolazione.
Norman Malcom, in un libro intitolato e dedicato al suo
maestro, Ludwig Wittgenstein (Bompiani, Milano 1964),
cita le parole del grande filosofo austriaco quando
criticava l’empirismo spicciolo del filosofo inglese
Edward George Moore. Sono parole splendide, che
costituiscono per ognuno di noi un’immensa lezione di
vita e di pensiero. Esse sono le seguenti:
Moore vorrebbe guardare una casa lontana soltanto sei
metri e dire con una particolare intonazione: “So che
c’è una casa!”. Con questo vuol far nascere in se stesso
la sensazione di conoscere. Vuole esibire a se stesso il
conoscere per certo. [...] Il criterio per stabilire la
verità dell’asserzione: “so questo e questo ancora” è
rappresentato dal fatto che egli dice di saperlo...
Le proposizioni di Moore - “so che sono un essere
umano”, “so che la Terra esiste da molti anni”, ecc. -
hanno la caratteristica che è impossibile pensare a
circostanze in cui dovremmo ammettere di avere prove
contro di esse. Ma quando i filosofi scettici dicono “tu
non sai” e Moore risponde “io invece so”, la sua
risposta è del tutto inutile, a meno che non intenda
assicurare loro che lui, Moore, non ha alcun dubbio. Ma
non è questo il problema...
Dire: “io so” quando si tratta di dati dei sensi ... non
aggiunge nulla ... e vi è una stretta analogia tra
alcune asserzioni esperienziali e le asserzioni
matematiche ... e cioè il fatto che l’esperienza futura
non fornirà ragioni per respingerle (due più due sarà
uguale a quattro anche tra un milione di anni, per cui
certamente la matematica è preternaturale, viene prima
della natura e la informa; è con la matematica che Dio
ha creato il mondo)...
Dubbio, fede, certezza - al pari dei sentimenti, del
dolore, delle emozioni - hanno caratteristiche
espressioni facciali. La conoscenza non ha
un’espressione facciale caratteristica. Può esistere un
tono di convinzione o di dubbio, ma non esiste un tono
di conoscenza.
Io sono convinto che la Scienza è lo strumento che Dio
ci ha dato per spezzare le catene che ci legano alla
storia della Terra, non per rinsaldarle, perché saremo
costretti un giorno ad andarcene via anche da questo
pianeta, e quando verrà il momento dovremo ben essere
capaci di farlo, dovremo ben essere capaci di ascoltare
le dure parole degli angeli.
L'Autore: Michele Manher,
giornalista scientifico, scrittore, membro del
C.I.R.P.E.T. (Comitato Interdisciplinare Ricerche
Protostoriche E Tradizionali), collaboratore di diverse
riviste italiane ed estere, autore d'un libro di
epistemologia della fisica, pubblicato nel 1995, con cui
è stato conosciuto in Italia per la prima volta. E'
autore, tra l'altro, d'alcuni innovativi lavori in campo
archeologico e geologico, e nella storia dei popoli
dell'Antico Vicino Oriente, su cui ha pubblicato
numerosi articoli.
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