
Se Dio ci parlasse ad alta voce, come si racconta di Jehovah nell'Antico Testamento, noi dovremmo (a meno che fossimo completamente pazzi) credere nella sua esistenza almeno quanto crediamo all'esistenza delle altre persone. Se Dio dimostrasse i suoi poteri con incredibili miracoli, ad esempio trasformando qualcuno in statua di sale, ci sarebbe un buon terreno empirico sul quale basare il proprio credo. Se potessimo eseguire degli esperimenti che supportassero - anche indirettamente - l'ipotesi per cui Dio esiste, crederemmo in Dio per le stesse ragioni per cui crediamo nella gravità. Ma non penso che Dio si riveli, o che l'abbia mai fatto, in un modo così grezzo.
Esistono argomenti puramente logici che dimostrino l'esistenza di Dio, argomenti in grado di convincere un ateo a cambiare idea e a diventare credente? No. Sul suo Varieties of Religious Experience, William James riassunse così la situazione in poche frasi che sarebbero potute esser scritte la scorsa settimana: "[...] Se già credi in Dio, gli argomenti sulla sua esistenza te la confermeranno. Se sei ateo, non riusciranno a convincerti." [...]
La speranza di trovare una prova che dimostri l’esistenza di Dio mi appare molto simile alla speranza giovanile di Bertrand Russell che un giorno egli, o qualcun altro, avrebbe scoperto una giustificazione logica al processo di induzione. Nel suo ultimo grande libro, Human Knowledge, Its Scope and Limits (La conoscenza umana, suoi obiettivi e limiti) Russell abbandonò questa speranza, convinto che l’induzione può essere giustificata soltanto ponendo certe ipotesi circa la struttura del mondo intorno a noi. In parole povere, l’induzione funziona perché il mondo è come è. John Stuart Mill disse essenzialmente la stessa cosa. L’induzione funziona perché la natura è ordinata. Naturalmente noi veniamo a conoscenza dell’ordine del mondo soltanto attraverso l’induzione, ma Russell concluse che non ci si trova in un circolo vizioso, e cercò di andare oltre Mill specificando un insieme minimo di assunti sulla struttura della natura che avrebbero permesso all’induzione di funzionare come in effetti fa.
Secondo me, la speranza di trovare una giustificazione logica dell’esistenza di Dio è futile quanto la speranza di trovare una giustificazione logica dell’induzione. Con tutto il rispetto per le due questioni, credo che possano essere date soltanto risposte pragmatiche. Non è forse l’apice dell’orgoglio e della follia umana supporre che i nostri piccoli cervelli finiti possano giungere ad una prova che il mondo avrebbe dovuto esser creato proprio nel modo in cui è effettivamente, o una prova che deve esserci un Dio che lo abbia creato? Un modo possibile per giustificare pragmaticamente l’induzione è stato proposto da Hans Reichenbach. Se esiste un qualche modo per imparare qualcosa sulla struttura del mondo, questo modo è certamente l’induzione; dunque l’induzione è giustificata. Si può similmente affermare che se esiste un Dio che ha scelto di essere indimostrabile sia dalla ragione che dalla scienza, allora se desideriamo conoscerlo in qualche modo possiamo farlo solo attraverso la fede.
Non si supponga comunque da queste considerazioni che io intenda sostenere il fatto, affermato in genere dai teisti, che il credo di uno scienziato nell’ordine del mondo sia comparabile alla fede in Dio del credente. Il celebre predicatore americano battista Harry Emerson Fosdick scrive nel suo Adventurous Religion (1926): “Sono sicuro che la fede con cui si riesce ad ordinare ed unificare il proprio mondo spirituale, nonostante di più difficile dimostrazione, è essenzialmente della stessa natura della fede attraverso la quale lo scienziato riesce a vedere il suo mondo superando l’apparente caos”. Lo stesso concetto è stato trattato da un gran numero di filosofi. Josiah Royce, ad esempio, scrisse nel capitolo 9 di The Religious Aspect of Philosophy (1885) (Gli aspetti religiosi della filosofia): “Per fare un parallelo un po’ più chiaro possiamo dire che la scienza accetta come postulato una descrizione del mondo che, a confronto con tutte le descrizioni possibili, riesce a spiegare tutti i fenomeni e contemporaneamente è della massima semplicità; mentre la religione accetta come vera una descrizione del mondo che, senza contraddire la realtà, suscita i più alti valori morali e soddisfa le più alte necessità morali. Più volte è stato sottolineato questo concetto, ma raramente si è fatto notare che se uno perde una di queste due fedi, si trova per essere coerente a perdere anche l’altra. Se qualcuno è stufo dei postulati religiosi, ha tutti i diritti di rifiutarli in toto. Ma se lo fa, perché non rifiuta anche i postulati scientifici? Come può continuare ad affermare che il mondo è e dev’essere razionale?”
Nel suo articolo sulla fede nell’Enciclopedia Britannica (XIV ed.) il filosofo di Cambridge Frederick Robert Tennant traccia lo stesso parallelo tra la fede di un teista e la fede di uno scienziato. L’induzione, scrive, si basa “sulla speranza umana, su una ottimistica attesa, su una fede in ciò che non si vede… ritenere che il mondo sia razionale, come affermato dalla scienza, è in definitiva una fede.” Tennants riprende il concetto ancor più ironicamente affermando in Philosophical Theology (1928): “L’elettrone e Dio sono entrambi postulati avanzati da una fede, razionalmente indimostrabili ed invisibili; le verifiche di una o dell’altra idea seguono le stesse tappe…” La stessa assurda analogia viene proposta da William James, nel suo saggio The Sentiment of Rationality.
Non è palese la pecca di questi ragionamenti? Forse non ci sarà mai una dimostrazione puramente razionale che l’induzione funziona sempre, ma gli schemi che ritroviamo in natura sono confermati al punto che non possiamo trascurarla senza mettere a rischio le nostre stesse vite. Il modo più veloce per raggiungere la strada da un piano alto di un palazzo è quella di lanciarsi dalla finestra, ma la “fede” nella legge di gravità e nella fragilità del nostro corpo lo rende un atto irrazionale agli occhi di chiunque voglia preservare la propria vita. Dall’altro lato un ateo vive a lungo abbastanza bene, anche senza fede in Dio. Paragonare la fede in Dio all’inevitabile necessità di credere in leggi causali non può che oscurarne la vera natura.
Sappiamo bene che cosa significhi affermare che l’induzione funziona. Ma che cosa significa dire che credere in Dio “funziona”? Per i fideisti non può che voler dire che la fede in Dio è così emozionalmente appagante, e il credo contrario così desolante, che essi non possono non credere. Sotto il credo quia absurdum c’è il credo quia consolans, come scrive Unamuno. Credo perché mi consola. La vera acqua della vita, dice il nostro fratello spagnolo, è quella in grado di placare la nostra sete.
Libera rielaborazione del capitolo Why I Am Not An Atheist tratto dalla raccolta di saggi filosofici di Martin Gardner The Whys of a Philosophical Scrivener, New York, 1983.
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