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Il Mistero del Graal
di Julius Evola
Articolo intitolato Il Mistero del Graal e apparso sul
quotidiano Il Popolo di Roma il 30 marzo 1934.
"Venerdì santo. Nella cappella dei Cavalieri del Graal, sul “Montsalvat”,
Parsifal, il “puro eroe” o “puro folle”, fa ritorno. Egli ha
superato l’inconsapevolezza inerente alla sua stessa innocenza
primitiva. Egli ha resistito alla lusinghe “delle fiori” e di
Kundry, la bella creatura del mago Klingsor, che ottiene
redenzione attraverso l’amore. La lancia del Graal che il re
Amfortas aveva perduto peccando, egli l’ha riconquistata nel
castello di Klingsor: è la lancia per la cui ferita sgorgò il
sangue di redenzione di Gesù ma che anche piagò Amfortas,
l’indegno e il lussurioso che volle accostare il Graal. Questa
lancia, ora Parsifal la riporta dunque alla roccia del Graal. Al
suo tocco, la ferita ardente di Amfortas scompare e il prodigio
del venerdì santo si compie ancora una volta. Il Graal – che è
coppa in cui Gesù bevve nell’ultima cena e che raccolse il suo
sangue divino – si fa luminosa. Dall’alto scende una bianca
colomba – lo Spirito Santo – fra la mistica esaltazione dei
Cavalieri del Montsalvat".
Questa – come tutti sanno – è la trama del dramma mistico di
Riccardo Wagner: solo attraverso il quale i più sanno qualcosa
circa la leggenda del Graal. Dramma mistico al cento per cento,
di un devoto languore cristiano che già provocò l’aspra rivolta
del Filosofo del “superuomo” della “volontà di potenza”, di
Federico Nietzsche, contro il suo amico, Riccardo Wagner. Ma
quali sono le fonti da cui Wagner ha tratto il suo dramma? E
quali sono le corrispondenze effettive tra tale dramma e quelle
fonti?
A tale riguardo s’impone un riconoscimento suscettibile ad
estendersi anche al rapporto fra le opere della “Trilogia”
wagneriana col contenuto effettivo dell’antica mitologia nordica.
Non vi è adeguazione. Non vi è corrispondenza. Wagner ha preso
degli spunti per formar arbitrariamente un mondo d’arte e di
musica che sta per sé e che, fuor dal suo valor estetico, sotto
vari riguardi, fuorvia, più che non propizi, la comprensione
vera dei significati più profondi celati nei miti e nelle
leggende originarie.
Ciò vale anche per il Mistero del Graal. Le fonti effettive di
questa leggenda, provenzali e germaniche, non concordano che
scarsamente con i tratti più salienti del dramma wagneriano.
Parsifal non è un “puro”, egli ha già conosciuto, e “tecnicamente”,
Banchefleur e, in nome della sua vocazione cavalleresca, ha
lasciato morire sua madre. Kundry non è una bella creatura
demonica strumento di Klingsor ma una vecchia al servigio degli
stessi cavalieri del Graal. La lancia non è mai stata rapita. In
Wolfram Von Eschenbach il Graal non è una coppa, ma una pietra,
e una pietra “luciferina”: in altri testi, è un singolare
oggetto che appare e sparisce ed è dotato di proprio movimento
senza che nulla nemmeno da lontano possa richiamare il calice
dell’Eucaristia. Simboli essenziali, come la spada spezzata e la
prova della spada, il re morto o in letargo e la sua
resurrezione, sono stati tralasciati da Wagner. E così via. Ma
oltre a tutto questo è da dirsi che il contesto dei testi ci
mostra che quella del Graal non è una leggenda cristiana che
alla superficie, che i suoi elementi costitutivi sono di ben
altra natura e retrocedono ben più lontano.
La tradizione cattolica, infatti, nulla sa circa il Graal, e lo
stesso dicasi per i primi testi del cristianesimo in genere.
La letteratura cavalleresca fiorita intorno al Graal si affolla
inesplicabilmente in un breve periodo, suscita un intenso
interesse e poi scompare subitamente: nessun testo è anteriore
al primo quarto del XII secolo e nessuno è posteriore al primo
quarto del XIII secolo. Onde, l’impressione che si ha è quella
di qualcosa di sotterraneo affiorato momentaneamente, ma subito
respinto e soffocato da un’altra forza: quasi al titolo di una
tradizione segreta che sotto “spoglie strane” tramandava un
insegnamento poco riconducibile a quello della Chiesa allo
stesso modo che la posteriore letteratura dei cosiddetti Fedeli
d’Amore (secondo quanto è risultato dalle ricerche del compianto
Luigi Valli), o la stessa letteratura ermetico-alchemica o,
infine la tradizione stessa dei Templari. E – si noti – Wolfram
Von Eschenbach chiama esattamente i cavalieri del Graal “templeise”,
cioè i templari...
Quando agli oggetti che figurano nella leggenda del Graal: una
lancia, una coppa che da “nutrimento di vita”, o una pietra che
ha il potere di designare i cavalieri atti a rivestire dignità
regale – tali oggetti si ritrovano già in tradizioni
precristiane. Tutti e tre, ad esempio, figurano già fra gli
oggetti simbolici che, secondo una leggenda irlandese, la “razza
divina” preistorica dei Tuatha avrebbe portati seco in Irlanda
venendo da Avallon, un’enigmatica terra occidentale che forse è
la stessa Atlantide del racconto di Platone. Vi è di più. La
stessa antica tradizione romana presenta singolari
corrispondenze. Numa costituì il collegio sacerdotale dei Salii
a custodire un pegno, concesso dal Cielo, della grandezza
dell’impero, pegnum imperii. Questi sacerdoti erano
dodici – come dodici sono i principali cavalieri che
custodiscono il Graal. Essi recavano una hasta o
lancea, che è l’alto oggetto custodito, insieme alla coppa,
da quei cavalieri. E di tale coppa, o anche della pietra regale,
che è il Graal, essi hanno l’equivalente, in quanto ché ciascuno
dei Salii ha, insieme alla hasta, un ancile, cioè uno
scudo che però il Dumézil ha dimostrato avere il significato di
recipiente che fornisce l’ambrosia, cioè un mistico nutrimento,
proprio come la coppa del Graal o il recipiente dei Tuatha. E
poiché, secondo questa leggenda romana, l’ancile sarebbe stato
ricavato da un aerolito, o pietra divina discesa dal cielo, in
ciò non solo vi è corrispondenza con la pietra regale o
“fatidica” dei Tuatha (pietra che ancora oggi si conserva a
Westmister e che è nera, nera come il misterioso lapis niger
dei romani), ma vi è anche un motivo che riporta alla versione
della leggenda del Graal secondo la quale lo stesso Graal
sarebbe stato ricavato da una pietra caduta dal cielo, da uno
smeraldo che ornava la fronte di Lucifero prima della sua
rivolta. In più, la leggenda riferisce che, sotto tale forma, il
Graal fu anche perduto da Adamo, fu riconquistato da Seth, passò
in fine nelle mai di Giuseppe di Arimatea, un cavaliere ai
servigi di Ponzio Pilato, il quale, dopo la morte di Gesù, lo
portò in una regione che in alcuni testi reca enigmaticamente
proprio il nome della regione atlantica misteriosa, patria
originaria dei Tuatha, la razza divina che già aveva gli oggetti
equivalenti a quelli della leggenda del Graal: nell’Avallon,
insula Avallonis, l’isola bianca, ille blanche. Da
qui si sviluppa un nuovo ciclo di leggende, ove le vicende dei
“cavalieri celesti” alla ricerca del Gral si intrecciano con
quelle della corte di Re Artù, cioè con motivi che provengono da
antichissime tradizioni celtiche, se non anche druidiche.
In tutto ciò si hanno corrispondenze e connessioni che, per chi
sa della logica segreta che sempre presiede alla formazione dei
simboli tradizionali, non sono affatto casuali o stravaganti. La
sostanza originaria della leggenda del Graal si mantiene anche
nella sua successiva forma cristianizzata, in quanto ché suo
motivo centrale non è più il “peccato” di Amfortas, né la
“tentazione” del “puro folle”, non qualcosa di “mistico” bensì
qualcosa di essenzialmente “regale” e guerriero: è il motivo del
re morto e della spada spezzata da rinsaldare in connessione ad
un’impresa pericolosa e mortale proposta ad un eroe, che,
riuscendo, si eleva ad una dignità trascendente, contrassegnata
da questa singolare formula, che si trova nell’antico testo del
Merlin: "Onore e gloria e potenza e gioia sempiterna al
distruttore della morte!"
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