ALLA
RICERCA DELL'ARCA PERDUTA
Da molti anni l'Arca
dell'Alleanza accende la fantasia degli appassionati di
enigmi archeologici. E c'è anche chi afferma di averne
ritrovato le tracce in Etiopia. Ma che cos'era, se
c'era, questo favolistico manufatto?
di Alfredo Lissoni

Tratto da ARCHEOMISTERI, I Quaderni di
Atlantide - n°2
Marzo/Aprile 2002
Comunemente
si considera l’Esodo biblico come una fuga rovinosa
degli ebrei dall’Egitto (con effetti devastanti: il
testo cristiano ci dice che gli israeliti furono
costretti a vagare per quarant’anni nel deserto); ma
questa visione, propagandata da film come "I dieci
comandamenti" di Cecil B. De Mille, è quanto di più
lontano possa esserci della realtà storica riferita
dalla Bibbia.
L’Esodo fu in realtà un’opera di conquista territoriale
(e qui, a far giustizia, vi ha indirettamente pensato un
altro film, "I predatori dell’arca perduta"); già
perché, ed in pochi lo sanno - tanto siamo abituati a
basarci sulle versioni hollywoodiane dell’Antico
Testamento che non sulla Bibbia stessa (che, piaccia o
meno, è anche un testo storico) - quando gli ebrei
abbandonarono la Terra del Nilo portarono con loro,
oltre alle Tavole della Legge, alla manna (qualunque
cosa fosse), al bastone con cui Mosè scatenava le
"piaghe d’Egitto" e "divideva le acque", un’arma di
terrificante potenza, l’arca dell’alleanza.
Sebbene la tradizione religiosa abbia tramandato la
vicenda di una sola arca, in origine esse erano due: la
prima, in oro, era stata costruita da Betzalèl ben Urì
per riporvi le Tavole della Legge, poi spezzate da Mosè
alla vista del Vitello d’Oro (costruito dagli ebrei
mentre egli era sul monte Sinai, o Horeb, a ricevere la
Legge da Yahweh; Es. 32,1-4). La seconda, in semplice
legno d’acacia, fu quella in cui furono messe le seconde
Tavole riscritte da Mosè.
In Esodo (25, 10-22)
troviamo la descrizione di come nacque l’arca che
suggellava il patto di alleanza tra Dio ed il popolo
eletto.
L’episodio si svolse su un monte sacro dell’antico
Egitto, nella penisola del Sinai (l’attuale Har
Karkom, secondo l’archeologo Emmanuel Anati), lungo
un sentiero il cui passaggio era proibito alla gente
comune. Inginocchiato davanti ad un roveto ardente,
Mosè stava ascoltando gli ordini di Yahweh.
"Farai un’arca di legno d’acacia e la rivestirai di
oro puro. E dentro vi porrai la Testimonianza che io
ti darò".
Mosè obbedì; aiutato dal fido Betzalèl, e seguendo
alla lettera le indicazioni del suo Dio, il
patriarca ebraico costruiva una cassa di 125
centimetri di lunghezza per 75 di altezza e
larghezza e la rivestiva di oro purissimo, sia
internamente che esternamente. Quindi la copriva con
un coperchio dorato, chiamato "propiziatorio". Sopra
di esso collocava poi due piccole statuine,
raffiguranti dei cherubini. E ai lati della cassa
incastrava quattro anelli in modo che questa potesse
essere trasportata più agevolmente, senza toccarla,
inserendovi due pali. All’interno dell’"arca della
testimonianza", l’oggetto più sacro della tradizione
religiosa ebraica, il profeta depose un po’ della
manna raccolta durante la traversata del deserto, la
magica verga con cui erano state scatenate le piaghe
contro l’Egitto e separate le acque del Mar Rosso,
Il Sèfer Torah (rotolo di pergamena in cui è scritto
il Pentateuco), ma soprattutto le Tavole dei Dieci
Comandamenti, il segno tangibile della benevolenza
divina.
Essa venne poi collocata all’interno del Tabernacolo
(Mishkàn), il "santuario portatile" costruito da ben
Urì e che seguì gli ebrei nel loro girovagare nel
deserto e poi alla conquista della terra promessa.
Proseguendo nella lettura dell’Esodo, scopriamo poi
che, da quel momento, Mosè impose al suo popolo, per
la custodia del sacro oggetto, tutta una serie di
disposizioni tanto precise ed insindacabili quanto
incomprensibili.
Dell’arca si occuperanno i figli di Aronne ed i
leviti non vi si potranno avvicinare se non dopo che
questa sia stata coperta dai sacerdoti; durante
l’esodo la cassa sarà collocata all’interno della
Tenda del Signore (una specie di tempio smontabile)
nelle soste e portata alla testa del popolo durante
le marce; nessuno dovrà mai toccarla. E soprattutto,
in particolari momenti spetterà solo a Mosè
servirsene per lasciarvi comparire Dio in trono
"nello spazio fra i due cherubini".
Le disposizioni di Mosè vennero seguite alla lettera
sino alla scomparsa dell’arca, avvenuta
probabilmente nel 587 a.C. In quell’anno, infatti,
le armate babilonesi sconfissero gli ebrei e li
depredarono di ogni bene.
Prima di quella data, una volta raggiunta la Terra
Promessa, i leviti collocarono l’arca nel "sancta
sanctorum", una segretissima cella sotterranea di
venti cubiti per venti nel Tempio di Gerusalemme.
A nessuno era concesso di accedervi e l’arca stessa
veniva mostrata in pubblico solo in casi
eccezionali. Ed il motivo di tanta segretezza era
legato alla pericolosa ed incontrollabile potenza
attribuito a questo oggetto.
Si diceva che l’arca, in particolari momenti, si
aureolasse di luce e fosse in grado di scatenare la
potenza divina, annientando migliaia di persone. In
che modo questo avvenisse non è chiaro. Ma è certo,
se prestiamo fede alle antiche cronache bibliche,
che con l’arca alla loro testa gli ebrei riuscirono
ad annientare le decine di tribù ostili incontrate
durante l’esodo nel deserto del Sinai.
Il resoconto biblico al riguardo ci presenta un vero
e proprio bollettino di guerra: le folgori dell’arca
avrebbero distrutto le armate degli etei e dei
gergesei, dei gebusei e degli evei e di un’altra
decina di popolazioni che vivevano nella fascia di
Canaan nel XIII° a.C.
Secondo il testo ebraico "Midrash" (Bemidhàr Rabbah
2,9), essa viaggiava in testa alla compagine degli
ebrei a 2000 cubiti di distanza di sicurezza (1200
metri circa), ed in modo da poter comunque essere
raggiunta a piedi per le preghiere dello Shabbàt
(2000 cubiti era la distanza massima, concessa dalla
Legge, che si poteva percorrere, fuori dall’abitato,
nel giorno del riposo).
Che cosa fossero le folgori divine lanciate
dall’arca non è chiaro. In alcuni passi la Bibbia
sottintende la presenza di un non meglio
identificato "angelo sterminatore", mentre in vari
versetti dell’Esodo e nel "Secondo libro di Samuele"
si dice chiaramente che chiunque toccava l’arca
moriva "percosso da Dio".
Accadde ai figli di Aronne, sebbene fossero proprio
loro gli esperti custodi della reliquia, e ad un
certo Oza che, volendo impedire che l’arca si
rovesciasse durante un trasporto, la afferrò con le
mani e morì all’istante, tra la costernazione
generale.
L’arca distrusse anche la città di Gerico.
Riguardo questo episodio il "Libro di Giosuè" è
molto chiaro.
Per ordine di Dio per sei giorni le armate di
Israele, guidate da sette sacerdoti che recavano
sette trombe di corno d’ariete e l’arca
dell’alleanza, girarono attorno ai bastioni
ciclopici. "E al settimo giorno, sonate le trombe,
le mura crollarono", afferma la Bibbia.
E concordò, nel 1990, l’archeologo canadese Bryan
Wood che, analizzando i resti delle mura, confermò
che queste si erano effettivamente sbriciolate di
colpo, come sosteneva la Bibbia (Wood ipotizzò per
colpa di un terremoto).
Ammettendo la veridicità di questi episodi, che tipo
di spiegazione possiamo dare, al di là della facile
supposizione dell’intervento di Dio? Secondo lo
scrittore francese Robert Charroux "l’arca non era
nulla di più che un’impressionante arma capace di
sviluppare energia elettrica".
Non dobbiamo dimenticare che Mosè, quando ancora
veniva istruito come futuro faraone, aveva ricevuto
dai sacerdoti egizi profonde nozioni "alchemico-esoteriche"
di chimica, fisica e meteorologia tali da dare
ragione di alcuni dei prodigi attribuitigli.
L’arca dell’alleanza poteva essere una specie di
forziere elettrico capace di produrre forti scariche
dell’ordine dei 5-700 volt.
L’arca era fatta di legno d’acacia e rivestita di
oro all’interno e all’esterno. Con questo stesso
principio si costruiscono i condensatori elettrici,
separati da un isolante che in quel caso era il
legno.
L’arca veniva posta in una zona secca, dove il campo
magnetico naturale raggiunge normalmente i 600 volt
per metro verticale, e si caricava. La sua stessa
ghirlanda forse serviva a caricare il condensatore.
Per spostarla i leviti passavano due stanghe dorate
negli anelli, tanto che dalla ghirlanda al suolo la
conduzione avveniva per presa di terra naturale,
scaricandosi senza pericolo. Isolata, l’arca
talvolta si aureolava di raggi di fuoco, di
lampeggi, e, se toccata, dava scosse terribili.
In pratica si comportava esattamente come una pila
di Leyda".
Secondo Charroux, dunque, l’arca altro non era che
un’arma elettrica costruita sulla scorta di antiche
conoscenze perdute e custodite solo dagli Iniziati
egizi, forse anche di derivazione atlantidea (ma la
sua ricostruzione tecnica presenta alcune falle
"fisiche").
Sempre grazie a queste conoscenze, che per il
divulgatore svizzero Erich Von Daeniken erano invece
di origine extraterrestre, Mosè avrebbe costruito un
propiziatorio che funzionava come una radio a
transistor. Solo in questo modo si spiegherebbe, per
lo scrittore, il fatto che Mosè potesse parlare
"come ad un amico" con il Signore Iddio.
Queste incredibili prestazioni, se confermate,
potrebbero allora spiegare il manifesto interesse
delle altre popolazioni verso l’arca santa.
Il tempio di Gerusalemme, ove veniva custodita la
sacra reliquia, venne saccheggiato ripetutamente:
nel 925 a.C. dagli egiziani del faraone Soshenq I°,
nel 797 da Gioas re d’Israele, nel 621 dalle armate
caldee e babilonesi.
Quando l’oggetto scomparve non è sicuro. Certamente
quando nel 516 a.C. il prefetto Zorobabel ricostruì
il Tempio di Gerusalemme, l’arca non c’era più. O
almeno, non in maniera evidente, secondo il rabbino
israeliano Shlomo Goren, convinto che l’arca si
trovi attualmente ancora nel "sancta sanctorum",
sfuggito alle razzie degli invasori. "Basterebbe
scavare in corrispondenza della sua antica
collocazione - ha dichiarato - purtroppo però adesso
in quella zona sorge la spianata delle moschee
islamiche di Gerusalemme e le autorità religiose
preferiscono evitare qualsiasi scavo archeologico
per evitare attriti con i musulmani".
La lettura non già della
Bibbia, ma dei testi ebraici ci mostra poi
favolistiche prestazioni dell’arca (inquadrabili
peraltro in sapiente propaganda rabbinica). Il "Midrash
Tanchumah" ci dice che essa era posta nel tempio di
fronte alla "èven shetiyah", la "pietra della
fondazione", il punto in cui era avvenuta la
creazione dell’uomo; il "Talmud Yomah" afferma che
essa era in grado di far appassire gli alberi, se
aveva vicino un idolo pagano, o, in caso contrario,
di produrre abbondanti messi; secondo un’altra
versione, raccontata nella cronaca etiope
trecentesca "Kebra Nagast" o "Gloria dei re", l’arca
dell’alleanza si troverebbe ad Axum, in Etiopia. A
portarcela sarebbe stato un certo Menelik, che la
tradizione vuole nato dal matrimonio di re Salomone
con Makeda, la regina di Saba. Il figlio della
giovane ed avvenente etiope, d’accordo con un pugno
di ebrei ribelli, avrebbe rubato l’arca
trasportandola segretamente ad Axum. E grazie ai
poteri della stessa, i falascià di Menelik, cioè gli
ebrei etiopi, avrebbero sollevato senza sforzo le
centinaia di tonnellate dei giganteschi obelischi
eretti ad Axum.
Questa vicenda ha affascinato le decine di
ricercatori che si sono messi sulle tracce
dell’arca, dall’archeologo ebreo Vendil "Indiana"
Jones, ispiratore dell’omonimo personaggio, allo
studioso inglese Graham Hancock, un esperto di
storia templare convinto che il sacro cofano sia
custodito in una cappella nel lago Tana in Etiopia.
Sfortunatamente, ognuna delle circa ventimila chiese
copte dell’Etiopia custodisce una copia dell’arca.
Trovare quella autentica è dunque come cercare un
ago in un pagliaio.
Forse tre
italiani sono riusciti in questa impresa
disperata. Si tratta dei professori
Vincenzo Francaviglia, direttore del CNR
per le tecnologie applicate ai Beni
culturali, Giuseppe Infranca
dell’Università di Reggio Calabria e
dell’architetto Paolo Alberto Rossi del
Politecnico di Milano.
"Nel 1990 ci trovavamo ad Axum per un
invito ufficiale del governo etiopico -
ha raccontato il professor Francaviglia
alla stampa - e, dopo una serie di
cerimonie, venne organizzato un incontro
con l’"abuna", la massima autorità
religiosa. Questi ci ricevette con i
paramenti solenni e ci condusse a
visitare la vecchia chiesa cristiana
S.Maria di Sion ad Axum, una chiesa
costruita nel Seicento dall’imperatore
Fasiladas. Dietro l’altare maggiore,
protetta da un baldacchino di velluto
rosso con ricami, c’era l’arca. L’"abuna"
non voleva affatto mostrarcela. Ma un
giovane chierico aprì la tenda e noi
potemmo vedere una cassa di legno scuro,
lunga un metro e alta sessanta
centimetri, con il tetto a doppio
spiovente. Non c’erano più le lamine
d’oro e la superficie stessa appariva
deteriorata. Appena l’'abuna' si accorse
che stavano osservando l’arca,
rimproverò aspramente il chierico,
ordinandogli di abbassare immediatamente
la tenda".
Secondo la religione copta, difatti, non
è concesso a nessuno di vedere l’arca.
Si dice che persino al "negus" Hailè
Selassiè, che ne aveva espresso il
desiderio, venne opposto un secco
rifiuto.
E si dice che l’accesso alla stanza
dell’arca sia consentito ad un solo "abuna"
per generazione...
Curiosamente tutti queste narrazioni
sembrano dimenticare quanto scrive la
Bibbia nel "Secondo libro dei Maccabei",
allorché viene raccontato
dettagliatamente di come il profeta
Geremia, salito sul monte Nebo, abbia
deciso di nascondere l’arca "in un
antro" poi murato, probabilmente per
sottrarre il prezioso reperto alla furia
delle armate del sovrano babilonese
Nabucodonosor, che cingevano d’assedio
Gerusalemme nel 587 a.C. Lo stesso
Geremia, forse pentitosi della sua
decisione, non sarebbe stato poi più in
grado di ritrovare il punto esatto ove
l’arca era stata occultata.
Ciò destituirebbe dunque di fondamento
le molte leggende fiorite negli ultimi
anni e che vorrebbero, ad esempio,
l’arca recuperata dai templari o
addirittura nascosta in Irlanda, ove
esisteva un popolo discendente da quello
ebraico (che dunque ve l’avrebbe
portata). Dal suo interno, secondo le
leggende locali, sarebbe stata tolta una
pietra meravigliosa chiamata "lia-fail"
o "pietra del destino" e molti re
irlandesi, scozzesi e inglesi sono stati
incoronati sopra questa pietra (che
altro non sarebbe che... le Tavole della
Legge!) attualmente custodita a Londra,
nell’abbazia di Westminster. L’arca non
sarebbe stata peraltro l’unico strumento
tecnologico costruito dagli ebrei su
indicazione "divina" (degli
extraterrestri, per diversi studiosi non
ortodossi). Alcuni autori, come
l’italiano Roberto Pinotti e l’inglese
Raymond Drake, vedono nei paramenti
sacri "Urim" e "Tummim" citati
nell’Esodo dei trasmettitori per parlare
con gli alieni.
"Il Signore - dichiarava Drake - dava
delle istruzioni particolareggiate per
la fabbricazione dei paramenti e delle
insegne che Aronne e i sacerdoti
dovevano indossare, come il pettorale
del giudizio che conteneva gli Urim ed i
Tummim, interessanti oggetti che sembra
permettessero ai sacerdoti di parlare
con il Signore ovunque egli potesse
essere nei cieli".
"Sembra certo che fossero oggetti per
mezzo dei quali si consultava il volere
divino - spiega Pinotti citando i
biblisti Miegge e G. Ricciotti, - ma non
si conosce la natura di tali oggetti.
Essi erano contenuti all’interno del
pettorale del pontefice e poiché il
termine plurale ebraico Urim significa 'luci',
se ne deduce che il pettorale del
pontefice israelita era caratterizzato
da qualcosa che si accendeva su di esso:
spie luminose?"
É assai probabile.
In un’edizione ottocentesca della
Vulgata (Esodo, 28, 15) si cita il
"Razionale del giudizio", così chiamato
perché "il Sommo Sacerdote l’aveva
sempre al petto quando consultava il
Signore affin d’intendere i suoi giudizi
e le sue volontà" (Bartolomeo Catena,
note all’Antico Testamento, 1830).
In esso, riferisce Catena, erano
inseriti gli "Urim" e "Tummim", dodici
(sedici, in alcune raffigurazioni)
pietre che, secondo lo studioso Roberto
Volterri, potevano essere altrettanti
"displays luminosi alfanumerici, che si
illuminavano quando venivano premuti o
quando qualcuno, 'più in alto',
intendeva dare istruzioni al Sommo
Sacerdote...".
La moderna esegesi ci dice che "Urim" e
"Tummim" erano pietre raffiguranti le
dodici tribù di Israele.
Ma si tratta di un errore. É rilevante
il fatto che nell’"Apocalisse di Baruch"
esse siano quarantotto. Nel testo si
accenna anche ad una discesa divina
sulla Terra del "Santo dei Santi, che
porterà via il velo dell’arca
dell’alleanza, il propiziatorio, le
tavole della Legge ed i paramenti sacri
del sacerdote, le quarantotto pietre
preziose che rivestono l’Urim del
sacerdote".
Dunque, armi extraterrestri o quanto
rimaneva di perdute tecnologie passate?