DOLORE E
PIACERE NEL FACHIRISMO E NEGLI STATI MEDITATIVO
CONTEMPLATIVI DEGLI YOGI E DEI MISTICI

I volti del
misticismo in India. Aspetti tradizionali, spirituali e
psico-fisiologici dei mistici indù.


di John
Martin

Tratto da ARCHEOMISTERI, I Quaderni di
Atlantide - n°11
Settembre/Ottobre 2003

Quando mi recai, in
occasione di tre distinti viaggi, in India del Nord
e Nepal, in India del Sud ed in Rajasthan
(1),
ebbi l’opportunità di assistere ad alcune
interessanti e spettacolari esibizioni di
fachirismo, durante le quali alcuni asceti si
trafissero lentamente e più volte, diverse regioni
del corpo con dei lunghi ed acuminati spilloni
metallici, senza dare la minima impressione di
avvertire dolore.
A Bali
(2),
nota anche come l’Isola di Smeraldo, per la sua
rigogliosa vegetazione tropicale, invece, partecipai
alla famosa danza tradizionale Kecak
(3), nel
corso della quale alcuni uomini camminarono più
volte su un tappeto di carboni ardenti allestito sul
pavimento del cortile centrale di un tempio
induista, anche in questo caso senza avvertire,
almeno apparentemente, il minimo dolore.
In Estremo Oriente, in particolare in India, anche
gli yogi
(4) in
stato meditativo profondo sembrano non percepire
alcun dolore quando vengono trafitti con degli
spilli; la stessa sorprendente ed inesplicabile
insensibilità al dolore, documentata, peraltro, in
numerosi referti medici, compare anche in Occidente,
in quei soggetti, i cosiddetti "mistici", che
dichiarano di vedere e di colloquiare con Gesù, la
Madonna o i santi.
Sempre in India, specialmente nell’isola di Ceylon
(5), vi
sono fachiri e yogi che, dopo essersi trafitti la
cute della schiena con degli uncini di ferro legati
a delle corde, vengono sollevati ad una certa
altezza, rimanendo appesi per diversi minuti.
Escludendo tutti quei casi in cui tali performance
sono rese possibili da trucchi mutuati dalla
prestidigitazione e dall’illusionismo e quelli in
cui si fa ricorso a particolari accorgimenti per
rendere meno dolorosa l’esibizione, ne rimangono
alcuni in cui sembra proprio che alcuni soggetti
abbiano acquisito la capacità di alterare la
percezione del dolore, agendo volontariamente, con
modalità ancora in gran parte ignote alla biologia
ed alla medicina, sul meccanismo o i meccanismi
biofisici implicati nell’insorgenza fisiologica del
dolore.
Vi sono alcune evidenze sperimentali che
suggeriscono la possibilità che alla base di queste
pratiche estreme, ovviamente di quelle genuine, non
mistificate, cioè, da trucchi e/o ingegnosi
stratagemmi, vi sia uno stato di coscienza
modificata che, nel caso dei fachiri indiani e dei
danzatori balinesi, consiste probabilmente in una
trance più o meno blanda; tale trance, nei
piro-camminatori balinesi, ad esempio, viene indotta
dall’ossessivo e monotono ritmo della musica suonata
durante il Kecak. Nel caso degli yogi, invece, lo
stato di coscienza modificata implicato
nell’inibizione del dolore assume i connotati della
meditazione trascendentale, mentre nei mistici
occidentali la sensibilità al dolore viene soppressa
quando essi si trovano in uno stato contemplativo
che la neuropsichiatria definisce "transestatica
mistica" e la cui induzione sembra essere
indipendente dalla volontà.
Sembrerebbe, quindi, che l’instaurazione di uno
stato di coscienza modificata svolga un ruolo
fondamentale nell’inibizione del dolore ma in che
modo?
Gli spilloni che i fachiri utilizzano per
trafiggersi la cute di varie regioni del corpo
provocano un tipico dolore nocicettivo acuto che
viene percepito dal soggetto quando la stimolazione
meccanica che lo induce ha un’intensità eguale o
superiore ad un determinato valore "soglia"; in tal
caso, lo stimolo dolorifico attiva le terminazioni
libere specializzate di peculiari cellule nervose,
dette nocicettori
(6),
presenti nella parte più interna della pelle o cute
(7).
La sollecitazione meccanica viene trasdotta dalle
terminazioni libere dei nocicettori in impulsi
elettrici, i cosiddetti Potenziali d’Azione
(8) (P.d.A.),
caratterizzati da una frequenza proporzionale
all’intensità dello stimolo; quindi, maggiore è
l’intensità di quest’ultimo, più elevata sarà la
frequenza del P.d.A. evocato e più forte risulterà
il dolore avvertito dal soggetto. L’impulso
elettrico viene successivamente trasmesso dalle
terminazioni libere al corpo del nocicettore e da
questo al suo assone
(9);
quando il P.d.A. giunge all’estremità distale di
quest’ultimo, detta "bottone presinaptico", vengono
rilasciate, nello spazio sinaptico
(10),
delle molecole, dette neurotrasmettitori
(11) o
neuromediatori, che, nel caso specifico, sono la
sostanza P ed amminoacidi eccitatori. Queste
molecole, dopo essersi diffuse nella fessura
sinaptica ed essere giunte sulla superficie di
cellule nervose localizzate nel midollo spinale
(12),
interagiscono specificamente, mediante associazione
fisica, con dei recettori molecolari accolti nello
spessore della membrana plasmatica
(13) di
tali cellule. I recettori specifici per la sostanza
P sono detti NK1 mentre quelli per gli amminoacidi
eccitatori sono noti come AMPA. Il legame specifico
tra i due neurotrasmettitori ed i rispettivi
recettori di membrana induce l’insorgenza di impulsi
elettrici che vengono inviati ai centri nervosi
superiori, a livello dei quali viene generata la
sensazione di dolore.
La sensibilità o meglio, il grado di eccitabilità
delle cellule spinali, tuttavia, è finemente
modulato, per cui la loro attivazione e la
conseguente generazione e conduzione degli impulsi
elettrici dipendono dallo stato di eccitabilità in
cui esse si trovano e dall’intensità e durata dello
stimolo meccanico periferico. In condizioni
fisiologiche, le cellule spinali trasmettono al
cervello solo gli stimoli di intensità superiore ad
una determinata soglia; tale meccanismo filtrante di
modulazione è costituito da una via nervosa che,
mediante l’incremento della soglia di eccitabilità
di queste cellule, le mantiene parzialmente inibite.
L’azione di questa via nervosa si esplica con il
rilascio di alcuni neuromediatori, quali la
noradrenalina
(14), la
serotonina
(15), il
GABA
(16)
(acido gamma-amminobutirrico), i cannabinoidi
endogeni e soprattutto, le endorfine
(17),
che inibiscono le cellule neuronali sulle quali
vanno specificamente a legarsi i farmaci oppioidi.
La funzione delle endorfine e degli altri
neurotrasmettitori inibitori, quindi, è quella di
garantire, mediante la parziale inibizione delle
cellule nervose localizzate a livello del midollo
spinale, una selettività nella trasmissione degli
stimoli dolorifici periferici ai centri nervosi
superiori. Il grado di attivazione della via
inibitoria e quello consequenziale di inibizione
delle cellule spinali, tuttavia, variano da soggetto
a soggetto e nell’ambito dello stesso individuo,
potendo, difatti, dipendere dalle condizioni
psico-fisiche, dallo stato mentale e dall’umore.
È stato fatto notare come alla base dell’inibizione
del dolore nei fachiri, negli yogi, nei bonzi
(18) in
stato meditativo e nei mistici occidentali in
estasi, vi sia sempre uno stato di coscienza
modificata ed è stato mostrato, inoltre, come vi sia
anche un fine meccanismo fisiologico di regolazione
della percezione del dolore che si esplica con
l’attivazione di una via nervosa inibitoria che, a
sua volta, incrementa la soglia di eccitabilità
delle cellule spinali, cellule che, in questo modo,
lasciano passare solo gli stimoli dolorifici di
adeguata intensità, bloccando, invece, tutti quelli
che hanno un’intensità inferiore ad un determinato
valore "soglia".
Alla luce di tali considerazioni, è lecito
ipotizzare che il grado di attivazione della via
nervosa inibente le cellule spinali sia modulato
dall’instaurazione di uno stato di coscienza
modificata a vari livelli. È possibile che tale
meccanismo psiconeurofisiologico sia simile a quello
implicato nell’azione analgesica dell’agopuntura,
praticata da millenni nell’ambito della medicina
tradizionale cinese e negli ultimi anni, presa in
considerazione anche da quella occidentale.
Alcuni recenti studi condotti sull’azione analgesica
dell’agopuntura, difatti, suggeriscono la
possibilità che la sollecitazione meccanica a cui
varie regioni del corpo vengono sottoposte, mediante
l’impiego di sottilissimi ed acuminati aghi, regioni
a livello delle quali la medicina tradizionale
cinese ritiene siano localizzati canali e punti
energetici in cui scorre il fluido energetico
vitale, il prâna, in realtà stimoli specifiche aree
della corteccia cerebrale a produrre maggiori
quantità di sostanze antiserotoniniche,
determinando, in questo modo, un significativo
innalzamento della soglia del dolore.
Sempre più medici occidentali, difatti, ricorrono
all’agopuntura per alleviare il dolore di pazienti
affetti da disturbi non gravi e di varia natura. Le
molecole principalmente implicate nell’inibizione
delle cellule spinali e di conseguenza,
nell’innalzamento della soglia del dolore, quindi,
sono le endorfine; un’estensione dell’ipotesi di
lavoro preliminare, a questo punto, potrebbe
includere un’attenta valutazione della possibilità
che l’instaurazione di uno stato di coscienza
modificata determini un massiccio rilascio di
endorfine, che, a loro volta, potrebbero svolgere
una temporanea azione analgesica, innalzando la
soglia del dolore mediante l’inibizione delle
cellule spinali o altri meccanismi analoghi.
Le endorfine, probabilmente, svolgono un ruolo
fondamentale anche nel primo stadio delle N.D.E. (Near
Death Experiences: letteralmente, esperienze vicine
alla morte) o come vengono definite in Italia, EPM
(esperienze di pre-morte), ossia di esperienze molto
particolari e non del tutto spiegate dalla medicina,
che un numero non trascurabile di pazienti vive
quando si trova in uno stato comatoso più o meno
profondo. Tali esperienze sono ancora erroneamente
considerate, da alcuni parapsicologi, soprattutto da
quelli di formazione spiritistica, la prova
irrefutabile dell’esistenza della vita oltre la
morte, di un diverso e superiore piano di esistenza,
cioè, a cui gli esseri umani assurgerebbero nel
momento della loro dipartita. Nell’ottica di questa
falsa convinzione, dunque, i pochi fortunati che
hanno vissuto una N.D.E. avrebbero effettuato una
rapida incursione nel mondo dell’aldilà, per poi
tornare di nuovo alla vita terrena.
Nel 1980 Kenneth Ring, un medico statunitense
dell’Università del Connecticut, individuò cinque
distinte fasi nelle N.D.E.: una sensazione di pace e
tranquillità, l’apparente separazione del soggetto
dal proprio corpo fisico, l’ingresso nell’oscurità o
più precisamente, in un tunnel buio, la visione di
un’intensa luce in fondo a quest’ultimo e l’ingresso
in tale luce. Le ultime quattro fasi esulano
dall’oggetto di questa trattazione, per cui non
verranno prese in considerazione mentre vale la
pena, a mio parere, focalizzare l’attenzione sulla
prima fase, in quanto può rivelarsi utile ai fini di
un chiarimento del ruolo svolto dalle endorfine;
tale stadio, difatti, è caratterizzato da una
ovattata sensazione di pace, benessere e
tranquillità e sempre più ricercatori ritengono che
questa sensazione possa essere dovuta proprio ad un
massivo rilascio di endorfine.
È ipotizzabile che nell’ambito dello stato comatoso,
talune volte, si instauri una sorta di temporaneo
stato di coscienza modificata, anzi, per la
precisione, alterata, in quanto, nel caso specifico,
sussiste una condizione patologica che lo determina,
presumibilmente la stessa condizione che è anche
responsabile dello stato comatoso in cui il paziente
è caduto. Questo peculiare stato di coscienza
alterata potrebbe stimolare la produzione di una
massiccia quantità di endorfine, responsabili della
sensazione di pace e benessere sperimentata dai
pazienti durante la prima fase di una N.D.E..
Sono stati condotti alcuni studi i cui dati
sperimentali sembrano confermare l’ipotesi secondo
cui l’instaurazione di uno stato di coscienza
modificata sia responsabile dell’inibizione del
dolore.
Nel 1980, difatti, un team di ricercatori
dell’Università di Tubinga, in Germania, si recò
alla festa annuale di San Costantino, a Langadàs,
nel nord della Grecia, per studiare il fenomeno
della pirobazia, ossia la capacità che alcuni
soggetti possiedono di camminare a piedi nudi su un
tappeto di carboni ardenti senza avvertire dolore e
senza riportare lesioni o ustioni alla pianta dei
piedi. Mentre gli uomini che avrebbero dovuto
camminare sui carboni ardenti si preparavano,
cantando ed eseguendo danze rituali, i ricercatori
predisposero svariati strumenti ed applicarono sulla
testa degli officianti gli elettrodi di un
elettroencefalografo. Gli studiosi appurarono che,
durante la performance dei piro-camminatori,
l’elettroencefalografo aveva registrato l’emissione
di onde cerebrali di tipo teta
(19). Il
cervello umano è in grado di produrre quattro
diversi ritmi cerebrali, che corrispondono a e
determinano, altrettanti stati mentali. Ogni ritmo
cerebrale è caratterizzato da una specifica attività
bioelettrica cerebrale che genera correnti
elettriche oscillanti di determinata frequenza, le
cosiddette onde cerebrali.
La medicina dispone di uno strumento,
l’elettroencefalografo, in grado di registrare
l’emissione dei deboli impulsi elettrici del
cervello mediante una serie di elettrodi posizionati
sul cuoio capelluto, elettrodi che, oltre a rilevare
le correnti elettriche oscillanti generate
dall’attività bioelettrica cerebrale, ne
quantificano anche la frequenza; i segnali
elettrici, successivamente, vengono amplificati e
riportati in un tracciato elettroencefalografico.
Quando un soggetto si trova in uno stato mentale
caratterizzato da intensa attività cerebrale, ad
esempio mentre lavora, pratica sport o legge, il
ritmo cerebrale che determina tale stato è detto
"beta" e le onde cerebrali ad esso associate hanno
una frequenza compresa tra 30 e 13 Hz
(20)
mentre in un soggetto che si trova in uno stato
mentale rilassato, a riposo quindi, il ritmo
cerebrale è detto "alfa" e le onde cerebrali
corrispondenti sono caratterizzate da una frequenza
compresa tra 12 e 8 Hz.
Lo stato di sonno superficiale, invece, è
contraddistinto da un ritmo cerebrale, detto
"delta", che si manifesta con la produzione di onde
cerebrali di frequenza compresa tra 3 e 1 Hz; nello
stato di sonno profondo ed in quelli di coscienza
modificata, quali la trance, infine, il cervello
genera onde cerebrali di tipo teta, caratterizzate
da una frequenza compresa tra 7 e 4 Hz.
Quando l’attività bioelettrica del cervello genera
onde cerebrali di tipo beta, si ha lo stato di
veglia vigile, nel quale la percezione dello stimolo
dolorifico è soggetta a variazioni dipendenti dal
grado di attivazione della via nervosa inibitoria
presa in considerazione a inizio articolo, grado a
sua volta determinato dallo stato mentale in cui, di
volta in volta, il soggetto si trova.
I fachiri, gli yogi ed i bonzi, evidentemente, sono
in grado di modificare volontariamente la propria
attività bioelettrica cerebrale, passando da quella
che determina il ritmo beta a quella che produce il
ritmo teta; quest’ultimo, a sua volta, potrebbe
incrementare il grado di attivazione della via
nervosa che inibisce le cellule spinali, alterandone
l’eccitabilità ed innalzando, in questo modo, la
soglia del dolore.
Il caso dei mistici, ossia di quei soggetti
psico-anomali che dichiarano di vedere Gesù, la
Madonna e/o i santi e di colloquiare con essi e che
dimostrano di essere insensibili al dolore quando
vengono punti con degli spilli durante le loro
visioni, si diversifica da quello dei fachiri, degli
yogi e dei bonzi in quanto il passaggio
dall’ordinario stato di veglia vigile a quello di
transestatica mistica si verifica, almeno in
apparenza, involontariamente e senza alcun controllo
da parte del soggetto; anche alla base della
transestatica mistica, quindi, potrebbe esservi il
ritmo cerebrale teta ed il meccanismo
neurofisiologico inibente il dolore potrebbe essere
simile a quello ipotizzato per gli altri casi,
potrebbe, cioè, essere mediato da un abbondante
rilascio di endorfine. Il coinvolgimento di queste
molecole, peraltro, giustificherebbe la profonda ed
avvolgente sensazione di pace e beatitudine che, a
detta dei mistici, accompagna le loro visioni.
Le cause dell’alterazione dell’attività bioelettrica
cerebrale nei soggetti psico-anomali che vivono
esperienze di transestatica mistica non sono state
ancora indagate a fondo dalla neurofisiologia e
dalla neuropsichiatria, tuttavia, potrebbero
risiedere in un dismetabolismo cerebrale e in un
disequilibrio dello psichismo dovuti a qualche
sindrome neuropsichiatrica non ancora ben definita.
Ritengo, comunque, che la respirazione e la postura
del corpo giochino un ruolo fondamentale
nell’alterazione volontaria dello psichismo e
dell’attività bioelettrica cerebrale ad opera dei
fachiri, degli yogi e dei bonzi. I primi due,
difatti, ricorrono frequentemente alle posizioni
dello yoga
(21), le
âsanas
(22),
per promuovere uno stato di coscienza modificata
mentre i terzi si avvalgono, per lo più, delle
classiche posizioni del loto e del semiloto;
tuttavia, indipendentemente dall’âsana adottata per
l’induzione degli stati di coscienza modificata,
tutti e tre si affidano al sapiente uso della
respirazione, di cui sono dei veri maestri.
Un’adeguata respirazione ed una corretta postura del
corpo, quindi, potrebbero essere tra i fattori
causali più importanti e più frequentemente
implicati, nell’induzione di una modificazione
volontaria dell’attività bioelettrica cerebrale dal
ritmo beta a quello teta, quantunque, a tutt’oggi,
non siano ancora noti i meccanismi fisiologici
coinvolti in questo processo né le modalità con cui
questi due fattori promuovono tale modificazione.
Le molteplici posizioni codificate dall’antichissima
tradizione orientale dello yoga sono state
concepite, in tempi immemorabili, da ignoti
sapienti, al fine di stimolare determinati organi,
parti di organi e ghiandole del corpo umano,
tuttavia, esiste anche la possibilità che tali
posizioni siano le più idonee per agevolare
l’adozione di un’appropriata respirazione e per
mantenerla costante nel tempo. In tal caso, la
respirazione e le âsanas agirebbero sinergicamente
sullo psichismo del soggetto, alterandone la
configurazione ordinaria e determinando, in questo
modo, una modificazione dell’attività bioelettrica
cerebrale tale da promuovere una variazione del
ritmo cerebrale da quello di tipo beta a quello di
tipo teta.
Gli scarsi studi condotti sui fachiri e sugli yogi
inducono ad avanzare l’ipotesi secondo cui il
"segreto" della respirazione, come mezzo
privilegiato con cui modificare volontariamente il
ritmo cerebrale, risieda non solo nella sua
ritmicità e costanza nel tempo ma anche e
soprattutto, nel fatto che il praticante abbandona
la respirazione di tipo toracico, che tutti noi, in
condizioni normali, mettiamo in atto
quotidianamente, per adottarne una di tipo
diaframmatico o ventrale. Quest’ultima potrebbe
notevolmente diversificarsi dalla respirazione di
tipo toracico per la sua capacità di rifornire il
sangue di una maggiore quantità di ossigeno, magari
fin quasi alla saturazione.
A riguardo, la tradizione yogica può contare su un
gruppo di âsanas opportunamente sviluppate per
garantire una ricca irrorazione di sangue al
cervello ed ai vari tratti del midollo spinale
(23).
Alla luce di tali considerazioni, l’aumentato
rifornimento ematico di ossigeno, dovuto alla
respirazione diaframmatica e la ricca irrorazione di
sangue al cervello, promossa da specifiche âsanas,
potrebbero agire sinergicamente, determinando, in
questo modo, un maggior afflusso di ossigeno e di
glucosio alle cellule nervose.
L’incremento della bio-disponibilità di ossigeno e
glucosio potrebbe provocare un cambiamento del
metabolismo cellulare e in corrispondenza di
determinate aree cerebrali, tale alterazione
metabolica potrebbe, a sua volta, attivare
meccanismi neurobiochimici, a tutt’oggi ancora in
gran parte ignoti, responsabili della modificazione
dell’attività bioelettrica cerebrale e della
conseguente instaurazione di uno stato di coscienza
modificata
(24).
È doveroso, tuttavia, fare presente che l’insorgenza
di uno stato di coscienza modificata non costituisce
il solo fattore che rende possibile l’esecuzione di
pratiche estreme quali trafiggersi con degli
spilloni o appendersi a degli uncini; non bisogna
dimenticare, difatti, che i fachiri e gli yogi
vantano una conoscenza piuttosto approfondita
dell’anatomia del corpo umano e grazie a tale
conoscenza, essi sono in grado di evitare
accuratamente gli organi vitali durante le loro
esibizioni.
Poiché le parti del corpo nelle quali vengono
inseriti gli spilloni sono sempre le stesse ogni
volta che i fachiri o gli yogi si cimentano con
questa pratica, in corrispondenza di esse si forma
un tessuto cicatriziale poco irrorato da vasi
sanguigni e ciò rende conto, rispettivamente, della
sorprendente facilità con cui la cute viene
trapassata da oggetti appuntiti e della quasi
assente emorragia.
Alcuni ricercatori ritengono che la scarsa o
addirittura nulla, emorragia delle parti del corpo
interessate da questo tipo di sollecitazione
meccanica possa essere dovuta ad una stimolazione
della produzione di noradrenalina, un ormone che
induce la vasocostrizione periferica e che quindi
determinerebbe una notevole riduzione dell’afflusso
di sangue nei distretti corporei trafitti dagli
spilloni.
Nel caso in cui, tuttavia, la parte del corpo
sollecitata non presenti tessuto cicatriziale,
riesce difficile pensare che l’emorragia venga
contrastata, fino ad impedirla completamente, solo
grazie ad un’aumentata produzione di noradrenalina e
che quindi non intervengano sinergicamente altri
fattori fisiologici; recentemente, difatti, è stata
avanzata l’ipotesi secondo cui all’azione esercitata
da questo ormone, che da solo, con ogni probabilità,
non sarebbe sufficiente ad evitare totalmente
l’emorragia, si affianchi l’attivazione, con
modalità del tutto ignote, della via di coagulazione
estrinseca del sangue, una complessa cascata di
reazioni enzimatiche che esita in una rapida
coagulazione ematica.
Infine, nel caso dei fachiri che si trafiggono la
cute della schiena con degli uncini, ai quali poi
rimangono appesi per lungo tempo, un ruolo molto
importante lo svolge anche la fisica, in quanto gli
uncini vengono abilmente e meticolosamente
distribuiti in modo uniforme sull’intera superficie
della schiena, in modo da evitare che la cute, sotto
il peso del corpo, si laceri, causando gravi lesioni
tissutali.

BIBLIOGRAFIA:
"Nuova Enciclopedia Universale Curcio - delle
lettere, delle scienze, delle arti" - Armando Curcio
Editore, 1968.
"Dizionario Enciclopedico Multimediale di Medicina e
Biologia di 'Le Scienze'"- Anatomia Umana, di autori
vari. Edi - ermes, 1992.
"Le Scienze" - Le sfide della medicina - N° 399 -
Novembre 2001.
"La scienza degli X-Files" - di Michael White.
Rizzoli, 1996.
"I Chakra" - di M. Albanese, G. Cella e F. Zanchi -
Xenia Tascabili, 1996.
"Il Tantrismo - Il gioco della dea" - di Marilia
Albanese - Xenia Tascabili, 1996.
"Corso di sanscrito" - di Carlo Della Casa -
Edizioni CUEM - UNICOPLI Milano, 1998.
"Grammatica sanscrita" - di Saverio Sani - Giardini
Editori e Stampatori in Pisa, 1991.
"Paranormale - Dizionario Enciclopedico" - Arnoldo
Mondadori Editore, 1992.
"Guide Apa - Indonesia" - di Eric Oey - Zanfi
Editori, 1994.

Note:
1. Rajasthan:
Stato federato dell’India la cui capitale è Jaipur.
Si estende nella parte nord-occidentale del paese,
al confine con il Pakistan e si costituì a seguito
dell’aggregazione degli antichi stati di Râjputâna,
Jaipur, Jodhpur, Udaipur ed altri minori.
2. Bali: delle
13.677 isole tropicali che compongono l’arcipelago
indonesiano, questa è una delle più belle e
suggestive. È un fazzoletto di terra lungo 120 Km e
largo 90 Km in mezzo all’oceano pacifico, con
capitale Denpasar.
3. Kecak:
secondo una moderna leggenda balinese, questa danza
nacque nel villaggio di Batubulan; nel 1928,
difatti, l’artista tedesco Walter Spies ed il barone
von Messon, direttore del primo lungometraggio
sull’isola di Bali, assistettero al Sanghyang Dedari,
una danza tradizionale in cui chi vi partecipa balla
in stato di trance. Ad un certo punto, uno dei
danzatori improvvisò una Baris, ossia una danza di
guerra essenzialmente femminile che magnifica la
virilità del guerriero balinese vittorioso e questa
esibizione fuori programma suggerì a Spies l’idea di
elaborare una danza che accompagnasse il coro
maschile del Sanghyang Dedari, perciò, assieme a
Kathryn Myerson, creò il kecak per il lungometraggio
del barone. La danza prevede la partecipazione di
alcune danzatrici e di un coro che dovrebbe essere
costituito da 100 uomini, i quali si dispongono in
cerchi concentrici; i 100 uomini rappresentano
l’esercito delle scimmie comandato dal re-dio
Hanuman, con cui il mitico guerriero Râmâ, settima
avatarâ (incarnazione) del dio Vishnu e
simboleggiante, forse, la conquista da parte degli
Aria - in sanscrito, i "Nobili" - dell’India
meridionale e di Ceylon, si allea per sconfiggere il
perfido dio del male e re di Ceylon, Rawana, il
quale ha rapito e portato nel suo regno Sîtâ, la
consorte di Rama. Le eroiche gesta di quest’ultimo e
le circostanze in cui egli riuscì a liberare la sua
amata, passando sul cosiddetto "Ponte di Adamo",
sono narrate in uno dei più conosciuti poemi epici
indiani, il Râmâyana - letteralmente, "Il viaggio di
Râmâ" - scritto in sanscrito, costituito da 7 libri
e 24000 strofe ed attribuito al poeta indiano
Valmiki (secc. III - II a.C.) ma giunto ai nostri
giorni in una redazione del II secolo d.C..
4. Yogi: asceta
che pratica una o più tecniche yogiche. Lo yogi ("yogin",
se è di genere femminile) che abbia raggiunto un
elevato livello di spiritualità e di consapevolezza,
secondo la tradizione, può acquisire poteri
soprannaturali o sviluppare facoltà paranormali, le
cosiddette "siddhi" o "mahâsiddhi" (grandi poteri),
distinte in otto differenti tipi:

animâ
(rimpicciolimento): la capacità di ridurre le
dimensioni del proprio corpo fino a quelle degli
atomi e di passare attraverso le barriere
strutturali quali porte, mura, ecc.<
laghimâ
(leggerezza): la capacità di alleggerire il proprio
corpo, facendogli assumere un peso inferiore a
quello della lana; in parapsicologia tale fenomeno è
noto come levitazione.
garima
(peso): la capacità di rendere il proprio corpo
pesantissimo ed irremovibile.
mahimâ:
la capacità di toccare qualsiasi oggetto a qualunque
distanza.
prâkâmya
(volontà irresistibile)
içitva
(predominio sui corpi e sulle menti)
vaçitva
(controllo assoluto degli elementi)
kâmâvâsayitva
(compimento dei desideri)

5. Ceylon: isola
dell’Oceano Indiano, conosciuta anche come Sri Lanka,
situata a Sud-Est dell’India, da cui è separata
dallo stretto di Palk. La capitale è Colombo.
6. Nocicettore:
recettore nervoso aspecifico, detto anche
algocettore, algorecettore o recettore dolorifico,
in grado di rispondere a stimoli di varia natura e
di intensità tale da provocare un danno tissutale. I
nocicettori, quindi, sono recettori caratterizzati
da un’elevata soglia e la loro stimolazione genera
sensazioni di dolore ed attiva riflessi protettivi
finalizzati, quale, ad esempio, il riflesso
flessorio.
7. La cute è
composta da due strati: lo strato esterno,
superficiale, costituito dall’epidermide, a sua
volta suddivisibile in cinque strati e lo strato
interno sottostante, rappresentato dal derma. Nella
porzione più profonda della cute è situato
l’ipoderma, in cui è presente il tessuto adiposo che
forma il cosiddetto pannicolo adiposo sottocutaneo.
In questi strati più interni sono localizzati gli
annessi cutanei, i dispositivi vascolari e le
strutture nervose, tra le quali vi sono anche le
terminazioni libere dei nocicettori.
8. Potenziale
d’Azione: depolarizzazione ed inversione della
differenza di potenziale elettrico esistente tra il
versante citoplasmatico e quello extracellulare
della membrana plasmatica delle fibre eccitabili. Il
potenziale d’azione insorge quando si verifica una
rapida e transitoria diminuzione del potenziale di
riposo (Vrest) fino ad un valore definito "soglia".
Durante il potenziale d’azione, la membrana
cellulare delle fibre nervose o muscolari subisce
un’inversione della propria polarità, da un valore
medio pari a circa - 70 mV (millivolts) a circa + 20
mV. Il potenziale d’azione ha luogo in seguito ad un
selettivo e temporaneo incremento della permeabilità
della membrana plasmatica nei confronti degli ioni
sodio (Na+) e potassio (K+). Tali variazioni di
permeabilità si verificano durante la conduzione
dell’impulso elettrico lungo le fibre nervose o
muscolari e si propagano in modo analogo ad un’onda.
9. Assone: detto
anche neurite, nevrasse o cilindrasse. Nella
citologia del sistema nervoso, per assone si intende
il prolungamento citoplasmatico di un neurone,
sovente rivestito da una guaina mielinica e unico
per ogni cellula nervosa. Tale prolungamento, dal
quale possono staccarsi rami collaterali, in numero
e lunghezza variabili, ha origine dal pirenoforo, il
corpo del neurone, in corrispondenza di una
struttura coniforme detta cono di emergenza.
L’impulso nervoso, in un neurite, si trasmette in
direzione centrifuga rispetto al pirenoforo. In
genere, il nevrasse, in corrispondenza
dell’estremità distale, termina con un’espansione di
quest’ultima, detta bottone presinaptico, una
struttura specializzata che si affaccia sulla
fessura sinaptica e costituisce uno dei componenti
della sinapsi (giunzione specializzata presente tra
cellule nervose o tra cellula nervosa e cellula
muscolare, costituita dal bottone presinaptico, lo
spazio sinaptico ed il bottone postsinaptico). A
livello del bottone presinaptico, il neurone
rilascia dei mediatori chimici che migrano
attraverso lo spazio sinaptico e vanno ad interagire
con dei recettori di membrana specifici presenti
sulla porzione dendritica di un altro neurone,
ripristinando, a livello del bottone postsinaptico,
l’impulso nervoso e garantendo, in questo modo, una
continuità alla propagazione di quest’ultimo lungo
le fibre eccitabili e quindi alla trasmissione
nervosa.
10. Spazio
sinaptico: nell’ambito della sinapsi, il
ridottissimo spazio, di circa 10 nm, compreso tra il
bottone presinaptico e quello postsinaptico e nel
quale diffondono i mediatori chimici liberati dalle
vescicole presinaptiche, organuli subcellulari
intracitoplasmatici membranati e specializzati,
questi ultimi, presenti a livello del bottone
presinaptico.
11.
Neurotrasmettitore: qualsiasi composto chimico
rilasciato da una terminazione nervosa in risposta
ad un impulso neuroelettrico ed in grado di
trasmettere quest’ultimo attraverso la sinapsi.
12. Midollo
spinale: porzione allungata del Sistema Nervoso
Centrale (S.N.C.) contenuta all’interno dello speco
vertebrale, il canale interno della colonna
vertebrale. Il midollo spinale costituisce con
l’encefalo il S.N.C..
13. Membrana
plasmatica: per membrana plasmatica, detta anche
membrana cellulare, membrana citoplasmatica o
plasmalemma, si intende la complessa struttura
cellulare che delimita esternamente il citoplasma
(porzione della cellula delimitata dal plasmalemma
con l’esclusione del nucleo, dotata di una struttura
estremamente complessa e comprendente diversi tipi
di organuli sub-cellulari immersi in una fase
liquida, viscosa e non strutturata, detta ialoplasma
o citosol o matrice citoplasmatica, caratterizzata
dalla presenza di un reticolo di microtubuli e
micro-filamenti, il citoscheletro, con funzioni di
sostegno statico e/o dinamico) e svolge numerosi
ruoli di estrema importanza, quali, ad esempio,
garantire una permeabilità selettiva nei confronti
delle sostanze extracellulari, regolare i rapporti
intercellulari e quelli con i substrati, trasferire
particelle relativamente voluminose da e per il
citoplasma e promuovere l’integrazione con le
molecole regolatrici o portatrici di segnali, a
livello di specifici recettori. La struttura della
membrana plasmatica e di tutti i sistemi di membrana
endo e pericitoplasmatici, è descritta piuttosto
bene dal modello del mosaico fluido che prevede la
presenza di un doppio strato fosfolipidico, detto
bilayer. La membrana plasmatica, tuttavia, presenta
alcune peculiarità, rappresentate, ad esempio, da un
rivestimento glicoproteico del versante esterno, il
glicocalice, da alcune proteine intrinseche,
probabilmente con funzione di recettori e infine, da
proteine estrinseche e di natura contrattile
dislocate sul versante citoplasmatico.
14.
Noradrenalina: detta anche norepinefrina o
arterenolo. Molecola sintetizzata dall’organismo a
partire dalla tirosina (un amminoacido essenziale) e
dotata di molteplici attività fisiologiche. La
noradrenalina è il principale neurotrasmettitore dei
nervi adrenergici ed agisce sui vasi sanguigni, sul
cuore, sulla muscolatura scheletrica volontaria,
sull’occhio, sul rene, sulla trasmissione gangliare,
ecc. Gli effetti fisiologicamente più rilevanti di
questa sostanza si esplicano a livello dei vasi
sanguigni, che subiscono una vasocostrizione che, a
sua volta, porta ad un effetto ipertensivo sistemico
e a livello del cuore, su cui esercita un’azione
inotropa positiva, determinando, in questo modo, un
incremento del battito cardiaco. La noradrenalina,
congiuntamente all’adrenalina, agisce anche sul
metabolismo, stimolando la glicolisi, la lipolisi e
la liberazione in circolo di potassio da parte del
fegato.
15. Serotonina:
detta anche 5-idrossitriptamina (5-HT), è un’amina
biogena derivata dalla decarbossilazione del
5-idrossitriptofano e sintetizzata dalle cellule
enterocromaffini della mucosa intestinale, oltre ad
essere presente anche nel sistema nervoso, nella
muscolatura liscia e nelle piastrine. Alcuni
ricercatori annoverano la serotonina tra gli ormoni
tissutali. È un potente vasocostrittore locale ed un
efficace ipotensivo generale, inoltre svolge un
ruolo importante nella emostasi, stimolando la
riparazione dei vasi lesi.
16. GABA:
amminoacido non proteogenetico derivato dalla
decarbossilazione in posizione alfa dell’acido
glutammico ad opera della glutammico decarbossilasi.
Nel tessuto nervoso subisce una transaminazione con
l’acido-chetoglutarico, dando origine alla
semialdeide succinica o acido 4-oxobutirrico e per
ossidazione, all’acido succinico, successivamente
metabolizzato attraverso il ciclo degli acidi
tricarbossilici. Negli Artropodi e nei Vertebrati è
stata dimostrata la sua funzione quale
neurotrasmettitore di tipo inibitorio. È presente
nel tessuto cerebrale dei Mammiferi, ove svolge
un’azione inibitrice sulle vie riflesse, agendo come
mediatore chimico a livello sinaptico.
17. Endorfine:
semplici molecole facenti parte di un gruppo di
neuropeptidi oppioidi recentemente isolati
dall’ipofisi o ghiandola pituitaria, in grado di
legarsi ai recettori specifici per la morfina,
mimando, in questo modo, l’azione analgesica e gli
effetti determinati da quest’ultima (azione
morfino-simile).
18. Bonzo:
termine specifico con cui in Estremo Oriente, in
genere, è denominato il monaco buddista.
19. È doveroso
precisare, tuttavia, che l’instaurazione di uno
stato di coscienza modificata, responsabile
dell’attivazione di meccanismi neurofisiologici
inibenti il dolore, non è il solo fattore ad essere
implicato nella pirobazia ed a rendere possibile una
sua esecuzione pratica; vi sono, difatti, numerosi
altri fattori che svolgono un ruolo altrettanto
importante e che consentono ai piro-camminatori di
attraversare indenni un tappeto di carboni ardenti.
Innanzitutto, in Estremo Oriente, molti di coloro
che si cimentano con questa pratica estrema non
indossano o indossano raramente, calzature, per cui,
con il trascorrere degli anni, la pianta dei loro
piedi viene interessata da un processo di
ispessimento dell’epidermide che porta alla
formazione di uno strato cutaneo termoisolante
protettivo. Inoltre, non bisogna trascurare
l’importante contributo apportato dal cosiddetto
Effetto Leidenfrost, consistente nella formazione,
sempre a livello della pianta dei piedi, di un
sottile "cuscinetto" di vapore acqueo termoisolante,
"cuscinetto" creatosi a seguito dell’evaporazione
del sudore che l’ansia e la tensione, dovute alla
performance, contribuiscono a far secernere in
grande quantità, anche in virtù del fatto che in
questa parte del corpo le ghiandole sudoripare sono
abbondantemente presenti. Vi sono altri fattori, di
ordine squisitamente fisico, che dovrebbero essere
presi in attenta considerazione, se si vuole fare
chiarezza, una volta per tutte, sul fenomeno della
pirobazia, fattori, quindi, non meno importanti di
quelli fisiologici; fa riflettere, ad esempio, il
fatto che quando si misura la lunghezza di un
tappeto standard di carboni ardenti, si scopre che
questa risulta essere sempre inferiore ai 10 metri,
una lunghezza tale, cioè, da mantenere il livello di
dolore, causato dal calore emesso dai carboni
ardenti, entro limiti ancora abbastanza accettabili
da un essere umano ma al contempo, tale da
conservare quella spettacolarità visiva che, qualora
il tappeto fosse più corto, non potrebbe, forse,
essere più garantita. Un astuto accorgimento che i
piro-camminatori adottano consiste nell’attraversare
il tappeto camminando piuttosto velocemente, se non,
addirittura, correndo, in questo modo, difatti, il
tempo in cui ciascun piede rimane a contatto con lo
strato dei tizzoni ha una durata tale da limitare
considerevolmente il dolore e la gravità di
eventuali lesioni cutanee da ustione. Ritengo che,
prima di chiudere questa breve parentesi esplicativa
sui fattori di ordine fisico e fisiologico implicati
nella pratica della pirobazia, debba essere espressa
un’ultima considerazione sul materiale - i carboni
ardenti - con cui vengono allestiti i tappeti
attraversati dai piro-camminatori. Il primo aspetto
da prendere in esame consiste nel fatto che ogni
tizzone è in realtà costituito da due parti
distinte: un nucleo interno incandescente alla
temperatura di 400-500 °C ed una crosta superficiale
a contatto dell’aria notevolmente più fredda. I
piedi dei piro-camminatori, perciò, stando a
contatto con lo strato superficiale e non con il
nucleo incandescente, dei tizzoni, non riportano
gravi ustioni. L’altro aspetto di fondamentale
importanza che emerge dall’analisi delle proprietà
termiche dei carboni ardenti consiste nella loro
conducibilità termica, ossia nella capacità di
trasmettere il calore ad un corpo più freddo. Ora, i
tizzoni sono prevalentemente costituiti da carbonio,
elemento, quest’ultimo, caratterizzato da una
struttura atomica molto regolare ed una
conducibilità termica piuttosto bassa, per cui la
quantità di energia termica trasmessa ai piedi,
nonostante la temperatura interna dei carboni si
aggiri intorno ai 500 °C, è sorprendentemente bassa.
Infine, vi sono vari trucchi a cui alcuni fachiri e
piro-camminatori, sovente, ricorrono per agevolare
la passeggiata sui carboni ardenti, quali il
bagnarsi con acqua la pianta dei piedi poco prima
dell’esibizione o il cospargersi con degli appositi
unguenti termoisolanti.
20. Hz:
abbreviazione di Hertz, l’unità di misura della
frequenza, pari ad 1 ciclo al secondo.
21. Yoga:
termine sanscrito derivato dalla radice "yuj", che
significa legare assieme, mettere sotto il giogo,
congiungere. La tradizione orientale considera
questa pratica psico-fisica uno dei sei sistemi
filosofici ortodossi dell’antica India ed il suo
obbiettivo finale consiste nel conseguimento della
liberazione dal samsâra, il ciclo delle morti e
delle rinascite. Secondo il grammatico indiano
Patanjali, oltre allo yoga classico, vi è anche uno
yoga popolare, detto "barocco", un altro ascetico,
un altro ancora erotico, ecc. Per la Bhagavad-Gita,
lo yoga costituisce un mezzo attraverso il quale
consentire all’âtman, l’anima individuale, di
fondersi con il "brahman", l’anima universale divina
mentre per alcune sette consiste in un complesso
sistema di pratiche magiche basato sul controllo
della volontà e sull’autodisciplina. Uno dei primi
obbiettivi che queste tecniche si prefiggono di
conseguire è quello di distaccarsi da tutto ciò che
è materiale; in seguito, le scuole di Bhakti-Yoga,
lo yoga devozionale o mistico, consentiranno
all’adepto di operare l’unificazione dell’"atman"
con il "brahman". Il principale testo di yoga è lo
Yoga-sutra o Aforismi sullo Yoga, del II - V secolo
d.C. ed attribuito a Patanjali, il quale vi riportò,
integrandole e classificandole, alcune pratiche
ascetiche indiane preesistenti, la cui origine si
perde nella notte dei tempi. L’opera si compone di
quattro capitoli che trattano rispettivamente la
concentrazione estatica (samâdhi), i mezzi per
ottenerla (sâdhâna), le incredibili capacità che ne
conseguono (vibh ti) ed il distacco dell’anima dalla
materia ("kaivalya"). Nello Yoga-sutra, lo yoga è
visto come la via da percorrere per acquisire la
capacità di squarciare il velo illusorio della
realtà, velo che avvolge tre tipi di esperienza
sensoriale; il primo tipo annovera le illusioni
derivanti dalle esperienze oniriche, dagli stati
allucinatori e confusionali e dai disturbi
dispercettivi, il secondo comprende le sensazioni e
le percezioni ordinarie mentre il terzo è
rappresentato dalle esperienze di natura
paranormale, vissute occasionalmente ed
involontariamente o grazie alle capacità individuali
sviluppate con lo yoga stesso. Ora, la filosofia
dello yoga considera fittizi i primi due tipi di
esperienza sensoriale, in quanto frutto di illusioni
create dalle molteplici manifestazioni della Realtà
Ultima, unica ed indivisibile e dalla limitata
percezione umana mentre il terzo tipo, quello delle
esperienze paranormali, avvicinandosi di più a tale
Realtà, gode di maggior credito, anche perché le
esperienze paranormali precedono l’estasi, la
samadhi, obbiettivo ultimo dello yoga e tappa
fondamentale per raggiungere l’illuminazione. Per
ottenere tutto ciò, lo yoga propone alcune pratiche
psico-fisiche e spirituali, dette "anga", che, nello
Yoga-sutra, sono 8:

le
astensioni (yama): il completo controllo di se
stessi, del proprio corpo e della propria mente.
le
discipline (niyama): l’adempimento dei doveri
religiosi che porta alla purezza spirituale.
le
posizioni (âsana): l’assunzione di determinate
posizioni atte ad influenzare le attività
fisiologiche.
la
respirazione (prânâyama): il controllo assoluto
della respirazione che deve essere ritmica.
il
dominio dei sensi (pratyâhâra).
la
concentrazione (dhârana): stato mentale di assoluta
attenzione finalizzata ed orientata su un’attività
che allontana dalla mente le emozioni ed i desideri
che normalmente la offuscano.
la
meditazione (dhyâna): forma di concentrazione
assoluta sulle verità più alte e probabilmente,
considerabile, da un punto di vista neurofisiologico,
uno stato di coscienza modificata.
la
contemplazione o concentrazione suprema (samadhi):
stato di coscienza modificata di livello ancora più
elevato rispetto a quello della meditazione
trascendentale e grazie al quale è possibile
conseguire l’illuminazione e raggiungere, in questo
modo, un superiore livello di consapevolezza della
Realtà Ultima.

Vi sono quattro principali tipi di yoga: il "mantra-yoga",
lo "hata-yoga", il "laya-yoga" ed il "raja-yoga".
Nel primo tipo, il fine ultimo dello yoga viene
raggiunto grazie alla vocalizzazione di determinate
parole ed alla recitazione di svariate formule
mistiche, dette mantra mentre lo hata-yoga, il più
diffuso e praticato in Occidente, attribuisce,
invece, molta importanza al controllo ed alla
stabilizzazione della respirazione e qualora venga
eseguito correttamente e con costanza, determina
effetti benefici sulle condizioni di salute del
praticante. Il terzo tipo di yoga è stato
specificamente concepito per "risvegliare" la
kundalini, l’energia primigenia femminile che, in
condizioni normali, è quiescente e localizzata,
nella forma di un serpente arrotolato e sopito, a
livello del "muladharachakra" (il chakra del
"sostegno della base"), posto alla base dei
genitali. Il raja-yoga, infine, porta al completo
controllo dello spirito sulla mente e per questo è
conosciuto anche come "la via regale". Gli ultimi
tre tipi di yoga fanno parte del cosiddetto "Yoga
Tantrico", in quanto si basano su tecniche
fisiologiche.
22. Âsana: in
sanscrito, postura, ossia la posizione del corpo
assunta dal praticante di yoga. Le principali âsanas,
quelle, cioè, contemplate dall’Hatha-yoga, sono 84 e
sono state concepite per agire sulle ghiandole
endocrine e sui canali o meridiani energetici, le
cosiddette "nadi" (in numero di 72.000, secondo la
tradizione ma è sicuramente una cifra simbolica
indicante la grande quantità di canali di cui il
corpo umano sarebbe costituito), in cui, secondo il
sistema filosofico estremo-orientale, scorre
l’energia vitale, il prâna (in Cina è detto "chi",
in Giappone, "ki"). La corretta e costante
esecuzione delle âsanas mantiene il corpo in buone
condizioni di salute, trasmette sicurezza e
determinazione e sviluppa l’agilità e la resistenza.
Le âsanas del Raja-yoga hanno, ad esempio, lo scopo
di eliminare disturbi ed affezioni che affliggono il
corpo fisico, creando, al contempo, uno stabile e
resistente equilibrio psico-fisico. Alcune di queste
posture hanno nomi di piante, quali, ad esempio, il
loto (padma) mentre altre di pesci, di anfibi,
rettili, uccelli e mammiferi; altre ancora si
rifanno ad eroi mitici e leggendari, famosi saggi,
potenti divinità del pantheon mitologico-religioso
induista post-vedico, ecc.
23. Alcune di
queste posture sono: la posizione della candela (sarvangâsana),
quella dell’aratro (halâsana), lo stiramento della
schiena dalla nuca ai calcagni (pascimottânâsana),
la posizione dell’arco (dhanurâsana), la
semitorsione della colonna vertebrale (matsyendrâsana),
ecc.
24. Le due
âsanas che meglio di tutte le altre favoriscono la
meditazione trascendentale e quindi, la produzione
di onde cerebrali teta sono quella del saggio (siddhâsana)
e quella classica del loto (padmâsana).