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"Tanti
gridano per entrare in questa fortezza segreta, e poi, quando è
aperta, spariscono"
Intervista con Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio Segreto
Vaticano
(tratto da
http://www.chiesa.espressonline.it/)
D. – Ha sentito delle ultime richieste di apertura degli
archivi vaticani? Che ne pensa?
R. – “Ho letto sulla stampa le ultime invocazioni di una lunga
litania che dura da decenni: il Vaticano deve aprire i suoi
archivi, bisogna conoscere la verità su Pio XII (come se non
siano esistiti altri papi) e sulla sua posizione nell’ultima
guerra. Gli studiosi, anzi, l’intera Europa – si è scritto –
hanno grande ‘sete’ di conoscere questo recente tragico passato,
come se la pacificazione di una bruciante coscienza dei popoli
d’Europa, almeno quanto al secondo conflitto mondiale, possa
aver luogo in sede storiografica soltanto con l’apertura degli
archivi vaticani, mentre tanta poca parte si riserva al
cristianesimo – non dico al papato – nella costituzione europea.
È un fenomeno ben strano. E mi chiedo se la richiesta continua
di aprire gli archivi della Santa Sede sia mossa davvero da
genuine e pacate valutazioni storiografiche oppure da altre
cause”.
D. – Ma le aperture?
R. – “C’è il problema di preparare il materiale archivistico,
come sanno bene gli studiosi più seri, aggravato nel nostro caso
dal fatto che, per consuetudine e per necessità di coerenza
scientifica, quando si procede a un’apertura non si agisce, come
altrove, secondo periodi stabiliti per legge, ma per interi
pontificati. E nel caso di Pio XI e Pio XII – ma c’è già chi
chiede l’apertura di Giovanni XXIII e Paolo VI – siamo di fronte
a pontificati quasi ventennali. Preparare, inventariare,
numerare e timbrare un così grande numero di carte per disporle
alla consultazione comporta, come capiscono tutti, un lavoro di
anni e un numero di forze umane, serie e qualificate,
ragguardevole. Negli archivi vaticani poi vige la regola del
controllo della documentazione prima dell’apertura. Si
verificano le posizioni e i protocolli, si accerta la
completezza o meno di una busta o di una serie di scritture, si
seguono le pratiche. Insomma, si predispone la documentazione,
per quanto è possibile, nella sua genuina e originaria natura e
coesione, anche per evitare la nascita di ‘gialli’, sparizioni o
sottrazioni misteriose – misteriose, s’intende, solo per chi non
sappia fare ricerca seria d’archivio – di cui ogni tanto si
legge. È un lavoro minuzioso, non facile, lungo. Qui, e solo
qui, sta il motivo dell’attesa nelle aperture della
documentazione vaticana”.
D. – E tutte le pressioni per le aperture?
R. – “Non è vero che tutti gli storici premano per aperture
sempre più ravvicinate degli archivi. Qualcuno dovrebbe pur
ricordare quel che scrisse Jacques Freymond nel 1981: i governi
vagliano i documenti da porre a disposizione degli storici,
separando quelli che per varie ragioni non saranno consultabili,
mentre la pressione per aperture rapide rischierebbe di minare
queste equilibrate operazioni. E il perché lo ha spiegato un
grande archivista italiano, Elio Lodolini: ‘Noi siamo contrari
ad una consultabilità a data troppo ravvicinata, in quanto essa
provoca la volontaria distruzione dei documenti od il loro
inquinamento. Ove manchi la più assoluta e tassativa garanzia
della segretezza per un ragionevole periodo di tempo, vengono
meno le caratteristiche della veridicità e della imparzialità
delle carte’”.
D. – Chi stabilisce l’apertura progressiva dei documenti
dell’archivio?
R. – “L’Archivio Segreto Vaticano si chiama così perché è
l’archivio privato del pontefice. A lui solo appartiene e
risponde. Ne consegue che solo il papa ha il governo
dell’archivio, ne stabilisce regolamento e norme, decidendo
anche le sue progressive aperture”.
D. – Nel 1880 Leone XIII aprì gli archivi agli studiosi. Con
quale portata?
R. – “Il gesto compiuto da Leone XIII nei primi mesi del 1881 (e
nel 1880 annunciato) fu certamente un gesto di lungimiranza
politica e scientifica; su questo argomento molto si è scritto e
si scriverà. Tuttavia va tenuto presente che l’apertura
riguardava soltanto i fondi allora presenti nel vecchio archivio
di Paolo V (1605-1621), cioè un numero limitato di ‘armaria’ e
di ‘miscellanee’, per quanto preziose e importanti. Non c’erano
poi strumenti aggiornati di ricerca ma soltanto gli indici del
Seicento – i grandi schedari e inventari verranno dopo – sicché
molti restarono delusi. Da Leone XIII a oggi l’Archivio Segreto
Vaticano è aumentato a dismisura, almeno di quindici volte. Per
fare un esempio, c’erano allora gli archivi soltanto di quattro
nunziature (tre in antichi stati italiani e a Varsavia), mentre
oggi ne abbiamo più di 75. Dai circa 5 chilometri lineari di
documentazione del 1881 siamo passati ai più di 80 attuali.
Senza tener conto che l’archivio non è morto, ma vivo, perché
periodicamente riceve documenti dagli organismi curiali e dalle
rappresentanze pontificie nel mondo. Tralasciando schedari e
indici, l’archivio si è ampliato negli ultimi sei anni di oltre
10.000 unità archivistiche. E ciascuna unità ha in media 500
fogli: un totale di 5 milioni di fogli, cioè 10 milioni di
pagine da scorrere e ordinare”.
D. – E gli altri papi?
R. – “I successori di Leone XIII – che poi aprì l’archivio
vaticano fino al 1815, anno del congresso di Vienna – ne
seguirono la strada. Pio XI nel 1924 aprì i documenti fino al
1846 (morte di Gregorio XVI); Pio XII preparò l’apertura di Pio
IX (1846-1878), effettuata nel 1966 sotto Paolo VI. E Giovanni
Paolo II ha sorpassato tutti nell’apertura dell’archivio: nel
1978 aprì il pontificato di Leone XIII (1878-1903) e nel 1985
quelli di Pio X (1903-1914) e Benedetto XV (1914-1922). E nei
primi mesi del 2006 sarà aperto il pontificato di Pio XI
(1922-1939)”.
D. – Nell’apertura come si trova oggi l’Archivio Segreto
Vaticano rispetto ad altri archivi?
R. – “Direi a un ottimo punto, perché nelle varie legislazioni
si procede a diversi periodi di apertura, a seconda della
tipologia dei documenti. Generalmente si va da un minimo di 50
anni, andando a ritroso, fino a un massimo di 100 anni per i
documenti più delicati o riservati. L’Italia apre i suoi archivi
relativi alla politica estera o interna 50 anni dopo la loro
data, ma quelli riservati relativi a situazioni private di
persone, o i documenti dei processi penali, dopo 70 anni. Fra un
anno gli archivi vaticani saranno aperti fino al 1939. La
successiva apertura, quella del pontificato di Pio XII, ci
porterà al 1958. Il personale limitato e il lungo lavoro non
consentono di pensare come vicina l’apertura dei documenti di
Pio XII, per i quali, come per tutti gli altri già aperti, non
si ha alcun timore di rovesciamenti storiografici, assoluzioni o
condanne (che poi non spettano agli storici). Aggiungo che per
rendere possibile tra un anno l’apertura del pontificato di Pio
XI un gruppo di venti persone, fra addetti e archivisti, sta
lavorando da circa quattro anni e la Santa Sede per questo ha
aumentato l’organico dell’archivio di ben undici unità. Una
volta aperto il pontificato di Pio XI, si passerà a preparare
quello di Pio XII”.
D. – Ci sono state aperture parziali per il pontificato di
Pio XII?
R. – “Da diversi mesi è aperto il fondo ‘Ufficio Informazioni
Vaticano per i prigionieri di guerra’, che comprende documenti
dal 1939 al 1947. Ben oltre, dunque, il limite del 1922. Si
tratta infatti di un fondo omogeneo e in certo modo slegato da
altri. Per ordinare le oltre 2.500 scatole che compongono il
fondo e per trasferire su dvd il suo schedario (circa 3 milioni
di schede) sette persone hanno lavorato per tre anni. Così, dal
maggio 2004 questo fondo è aperto, ma fino a oggi soltanto dieci
ricercatori in tutta Europa ne hanno approfittato. A volte si ha
l’impressione che certi studiosi, le cui voci sono forse troppo
amplificate dalla stampa, gridino all’apertura degli archivi
vaticani quasi per entrare in una fortezza segreta vincendo
immaginarie resistenze; ma quando la porta si apre e i documenti
sono consultabili, quelli che sembravano andare all’arrembaggio
non si presentano o fanno una visita quasi turistica. Da più di
un anno poi sono aperti gli archivi delle nunziature di Monaco e
di Berlino fino al 1939; dopo un primo afflusso da parte di un
discreto numero di ricercatori, sono rimasti sul campo i più
seri e metodici, ben pochi. La maggioranza dei curiosi si è
dileguata. Strano. Come se, non potendo trovare conferma a tesi
precostituite ma non documentabili, gli archivi potessero essere
dimenticati. John Cornwell, per esempio, che tanto acremente ha
giudicato Pio XII, non ha mai messo piede nell’Archivio Segreto
Vaticano (se non altro per studiare il periodo del nunzio
Pacelli); lo stesso potrei dire di storici anche italiani”.
D. – Perché occorre tanto tempo per procedere all’apertura
dei documenti di un papa?
R. – “Per sistemare, verificare, inventariare e numerare le
carte. L’archivio vaticano, infatti, riceve i versamenti dai
vari dicasteri della curia romana nell’ordine e nella
sistemazione materiale che i documenti hanno all’origine. Ma in
archivio va poi fatto, in vista dell’apertura, il riscontro fra
la documentazione – contenuta in buste, faldoni, fascicoli,
volumi, raccoglitori vari – e i relativi schedari o indici
contestualmente versati. Quindi il materiale va preparato,
qualche volta spolverato, e diviso in fascicoli maneggevoli; in
questa fase si verificano le sequenze delle pratiche e la
corrispondenza dei titoli e dei protocolli. Si passa poi alla
legatura, o alla sistemazione in buste, delle carte e quindi
alla loro numerazione. Tutte queste operazioni, compiute su
migliaia e migliaia di unità, spiegano il protrarsi del lavoro
negli anni. A ciò si aggiunga che diversi archivi di
rappresentanze pontificie, per vicissitudini storiche, giungono
in completo disordine. È il caso, per esempio, delle
rappresentanze nei paesi occupati in guerra (Polonia, Lettonia,
Lituania, Estonia) o di quelle sedi dell’Europa orientale e
centrale che durante la guerra fredda non ebbero certo vita
facile: i rappresentanti del papa vennero cacciati dai governi
comunisti da un giorno all’altro e costretti a scappare,
portando con sé, stipate alla meglio in valigie, le carte dei
loro archivi (come in Bulgaria, Cecoslovacchia, Iugoslavia,
Romania, e in altri paesi). Tutto questo materiale va
pazientemente rivisto, ordinato e inventariato. Nessuno studioso,
infatti, senza questo lavoro preliminare, potrebbe poi compiervi
ricerche”.
D. – Ma quanto è grande l’Archivio Segreto Vaticano?
R. – “Abbiamo più di 80 chilometri lineari di documentazione –
proprio di recente si è provveduto a misurare i singoli
palchetti e gli scaffali – che va dall’XI secolo (rari sono i
documenti precedenti) fino al brevissimo pontificato di Giovanni
Paolo I nel 1978. Insomma, circa 40.000 pergamene, una cospicua
documentazione dei secoli XII-XIV, una assai più consistente tra
Quattrocento e Settecento, e poi la smisurata mole di
documentazione dell’Ottocento e del Novecento. Un totale di
oltre due milioni di unità”.
D. – Quali documenti sono più studiati oggi?
R. – “Con buona pace degli storici contemporanei, la maggioranza
degli studiosi che frequentano l’archivio si occupa di storia
medievale e moderna. E lo testimoniano importanti collane di
pubblicazioni di vari paesi europei (Germania, Francia, Austria,
Italia, Spagna, Polonia, Belgio, Svizzera, Portogallo, Olanda,
Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda, Danimarca, Croazia,
Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e altri). Anche questi
studiosi hanno tutto il diritto di godere di strumenti adatti
alle loro ricerche, e ciò impone che un certo numero di
officiali dell’archivio lavori per anni su documenti medievali e
moderni. Si pensi che alcuni fondi diplomatici dei secoli
XIV-XVI non hanno ancora un inventario”.
D. – Quanti studiosi frequentano l’archivio?
R. – “Dai 27 studiosi ammessi nel 1882, subito dopo l’apertura
voluta da Leone XIII, si è passati ai 400-500 studiosi annui nel
periodo 1958-1967; nei tre ultimi decenni del Novecento si è
giunti a una media di 1300 studiosi all’anno, con 40-50 presenze
al giorno e picchi di 60-80 in alcuni mesi. La punta massima si
ebbe nel 1999, quando si raggiuse il numero di 1444 ricercatori”.
D. – Vi sono accessi privilegiati?
R. – “Bisogna di nuovo chiarire questo punto. Posso attestare in
coscienza, da quando sono prefetto, cioè dal 1997 – ma questo
valeva naturalmente anche prima – che nessun privilegio,
riguardo o favoritismo viene riservato ad alcuno studioso,
ecclesiastico o laico: tutti sono soggetti alle medesime regole.
Nessuno potrà mai dire di avere avuto da me alcun permesso
speciale (del resto questo spetterebbe alla Segreteria di Stato).
Soltanto i postulatori per le cause dei santi, com’è ovvio,
hanno il permesso di consultare documenti del periodo chiuso,
previo consenso della Segreteria di Stato, e devono mantenere il
segreto sui documenti loro concessi, sia durante i processi
canonici sia dopo”.
D. – Cosa porterà di nuovo la prossima apertura del
pontificato di Pio XI?
R. – “L’intero pontificato di Pio XI (1922-1939) si aprirà nei
primi mesi del 2006 e con questo un vasto campo d’indagine
storica. Fra le rovine del primo conflitto mondiale e le minacce
del secondo, papa Ratti dovette assistere all’avvento al potere
di quattro dittatori (Mussolini, Hitler, Stalin e Franco), alla
grande crisi del 1929, alle guerre coloniali, a quelle del
Messico e della Spagna, alla promulgazione delle terribili leggi
razziali tedesche e italiane e ai prodromi della seconda guerra
mondiale. Pio XI risolse la questione romana con i Patti
Lateranensi (1929), protesse e incrementò l’Azione Cattolica,
celebrò il giubileo del 1925 e quello straordinario nel
1933-1934, disegnò un vasto progetto missionario che giunse fino
alla Cina, volse la sua azione verso l’Oriente (con speciale
attenzione alla Russia), guardò con occhio nuovo alla scienza,
stabilì relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e diversi paesi
del mondo. Tutto questo e molto altro riflettono i documenti del
suo pontificato che saranno posti al libero vaglio degli storici”.
D. – E Pio XII?
R. – “Già nel 2002 è stato ufficialmente comunicato che dopo
l’apertura del pontificato di Pio XI si lavorerà per rendere
accessibili, con precedenza, le fonti documentarie
vaticano-tedesche relative al pontificato di Pio XII
(1939-1958), in parte già pubblicate per volontà di Paolo VI nei
12 volumi (1965-1981) degli ‘Actes et documents du Saint-Siège
relatifs à la seconde guerre mondiale’. Ma è già aperto, come ho
detto, tutto il fondo ‘Ufficio Informazioni Vaticano per i
prigionieri di guerra’, che ha documenti dal 1939 al 1947”.
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