
La
trilogia di Oolon Colluphid dei bestseller filosofici comprende: "Dove ha
sbagliato Dio?", "Alcuni dei più grandi errori di Dio" e "Ma chi è Dio, in
definitiva?"
(Douglas Adams, La guida galattica per autostoppisti)
La cosiddetta "neuroteologia" solleva due problemi. Il primo, è che non si tratta affatto di teologia. La teologia è lo studio degli attributi di Dio, una disciplina da alcuni considerata la vocazione più elevata per l'essere umano, da altri ritenuta una completa perdita di tempo. Regardless, lo studio neurologico di quanto accade al cervello durante le esperienze mistiche non può dirci nulla su Dio perché siamo in grado soltanto di misurare schemi neurali e concludere che sta succedendo qualcosa all'interno dei cervelli dei soggetti analizzati; questo, sfortunatamente, non implica alcuna correlazione (né la esclude) tra questi schemi e una qualsiasi realtà esterna. Dunque la neuroteologia non ha nulla a che fare con lo studio di Dio.
Il secondo problema, collegato al primo, è che alcuni autori in questo campo sono insolitamente propensi a violare una delle leggi euristiche fondamentali del metodo scientifico: il rasoio di Ockam. Secondo Guglielmo d'Ockam (1285-1349), "la mente non deve moltiplicare le entità senza necessità. Ciò che si può fare con qualcosa in meno [...] è vano farlo con qualcosa in più", ovvero, quando ci sono più ipotesi in grado di spiegare un dato insieme di dati, è saggio cominciare a considerare quelle più semplici, quelle che fanno a meno di assunzioni non necessarie. C'è da notare che non è la stessa cosa che dire che le ipotesi più semplici sono sempre (o almeno, spesso) le migliori, ma semplicemente che qualsiasi costrutto ipotetico aggiuntivo dev'essere giustificato dai dati prima di essere introdotto in una qualche teoria. La ragione per cui questo vale è che ci saranno sempre un'infinità di costrutti alternativi, e se dovessimo analizzare tutte le possibili ipotesi - anche le più lontane dai dati reali - trasformeremmo la ricerca in un'inutile caccia ai fantasmi. Gli scienziati moderni hanno un buon motivo per usare il rasoio di Ockam come metodo: ha dato splendidi risultati in passato. Fatemi spiegare ora perché la neuroteologia spesso viola il principio di Ockam facendo una breve considerazione del libro di Newberg e D'Aquili, "Why God Won’t Go Away".
Il libro si apre con il capitolo più ricco di informazioni: è la storia di un esperimento condotto dagli autori su un buddista immerso in una meditazione tibetana (ma anche di esperimenti simili su suore in preghiera). L'uomo che medita ovviamente pensa che questa esperienza lo metta in contatto con il sé più profondo, "la parte più autentica di sé", e allo stesso tempo pensa di essere "inestricabilmente connesso con l'intera Creazione". Quello che mostra la tomografia computerizzata ad emissione di un singolo protone è un po' diverso. Le immagini prodotte mostrano un livello di attività inusuale in un'area del cervello chiamata "lobo parietale supero-posteriore". La funzione primaria che si conosce di ques'area è di orientare l'individuo nello spazio; si tratta ovvero di un dispositivo neuronale che tiene traccia di ciò che è alto o basso, giudica le distanze e le posizioni relative, e in generale ci permette di muoverci di qua e di là. Quando quest'area viene danneggiata, il soggetto non riesce più a deambulare nel suo ambiente, e il cervello sembra incapace di compiere tutti i calcoli necessari per valutare distanze, angoli, profondità, ecc. Il lobo parietale supero-posteriore compie questi compiti tracciando prima di tutto una netta distinzione tra l'individuo e il resto, separando letteralmente il sé fisico dal resto del mondo. Questo è reso possibile a sua volta dal continuo flusso informazione che gli proviene dai sensi - mediato ovviamente dalle corrispondenti aree del cervello.
Sotto condizioni normali, non c'è da sorprendersi del fatto che il lobo parietale supero-posteriore mostri un alto livello di attività: dopotutto, abbiamo costantemente bisogno di sapere dove siamo e cosa stiamo facendo. Tuttavia, e qui viene la cosa interessante, durante la meditazione (e - secondo gli autori - in molti altri stati simili, compresa la preghiera e le esperienze mistiche prodotte dalla droga) quest'area è praticamente inattiva. Secondo Newberg e D'Aquili il cervello interpreta il basso livello di input sensoriali come un fallimento ad individuare un confine tra il sé e il resto del mondo, il che spiega molto bene la sensazione di "essere uno col cosmo" sperimentata da questi soggetti.
Newberg e D’Aquili proseguono (sempre nel primo capitolo del loro libro) concludendo correttamente che le esperienze mistiche sono "reali" nel senso che hanno una controparte neurologica. Tuttavia, essi distinguono in qualche modo questa realtà da un'altra indotta da epilessia, schizofrenia, allucinazioni, ecc. Perché questo? Non sono forse tutti questi fenomeni "reali" nella stessa accezione del termine? Infatti, considerato che noi facciamo esperienza del mondo grazie ad un complesso sistema di simulazione virtuale del mondo reale creato dal nostro sistema nervoso, come potrebbe un qualsiasi stato psicologico non essere reale nel senso di avere una controparte neurale?
Invece di portare la loro ricerca alla conseguenza che mi sembra più logica - ovvero che le esperienze mistiche non sono diverse dalle allucinazioni e dagli stati indotti dalla droga perché tutti alterano il funzionamento del lobo parietale supero-posteriore - gli autori fanno una sorprendente virata. "Gene ed io crediamo di aver visto la prova dell'esistenza di un processo neurologico che si è evoluto per consentire agli esseri umani di trascendere l'esistenza materiale e conoscere e collegarsi con una più profonda e spirituale parte di noi, percepita come una realtà assoluta e universale che ci collega reciprocamente.
In altre parole, gli autori credono che quello che evidentemente appare un malfunzionamento del cervello dovuto ad una inusuale deprivazione sensoriale, sia invece evoluto come adattamento mirato a farci entrare in contatto con un livello più alto di realtà. In accordo a questa teoria, il resto del libri presenta una serie di storie in cui vengono presentati scenari interessanti - ma impossibili da verificare - riguardanti il modo in cui i nostri antenati preistorici pensavano e how they were coping with the realization of their mortality. E' davvero un peccato che i cervelli e le emozioni non lascino una traccia fossile in modo da poter verificare queste storie. Come scrisse in un simile contesto il genetista Richard Lewontin, “Devo dire che la miglior lezione che i nostri lettori possono imparare è quella di lasciar perdere l'infantile idea che tutto ciò che è interessante sulla natura possa essere conosciuto. [...] Sarebbe interessante sapere come [inserisci qui il tuo fenomeno biologico preferito per cui non c'è traccia fossile] sia nato, cresciuto e trasformato, ma non possiamo saperlo. Peccato". Non ci sentiremmo tutti meglio se si scoprisse che l'intuito dei mistici orientali è stato in grado di anticipare la moderna meccanica quantistica, se davvero esistesse un Tao della fisica o della biologia? Purtroppo questi paralleli sono più che altro una serie di hindsight supportati da grandi dosi di pio desiderio, ma uno scienziato dovrebbe essere in grado di tracciare una linea di distinzione.
L'ultima parte del libro di Newberg e D'Aquili è ancor più problematica da un punto di vista scientifico e filosofico. Leggiamo frasi del tipo "Le connessioni neurologiche e filosofiche (qualsiasi cosa significhi "connessione filosofica") rivelano che l'Essere Assoluto Unitario consisterebbe in uno stato finale di totale e indifferenziata unità" o "Nell'Essere Assoluto Unitario, nulla si sperimenta al di fuori di una pura e completa unità di tutte le cose, o di nulla". Non so bene cosa significhino queste frasi, ma certamente non hanno nulla a che fare con la scienza. La conclusione sorprendente tracciata dagli autori sembra consistere nel fatto che il sé e il mondo sono in effetti contenute in - e forse create da - un Essere Assoluto Unitario, termine che gli autori utilizzano per chiamare Dio. Mi sembra che a questo punto abbiano del tutto abbandonato sia i confini della scienza che quelli della filosofia per cadere in una pura speculazione metafisica.
Questo ed altri lavori simili non possono né potranno dimostrare l'esistenza o la non esistenza di Dio. Nulla può farlo. Ma se ci rendiamo conto che le esperienze mistiche vengono originate dallo stesso meccanismo neurologico che sottende le allucinazioni dovute a deprivazione sensoriale o le visioni indotte dalla droga, c'è da scommettere che l'esperienza della realtà sperimentata da buddisti in meditazione e suore in preghiera sia interamente chiusa nella loro mente e non consista nella sbirciata di un mondo "superiore", per quanto l'idea possa essere eccitante.
Questa scommessa è in linea con un approccio molto fecondo nell'investigazione scientifica che va sotto il nome di analisi Bayesiana. Il metodo Bayesiano fornisce una tale serie di potenti strumenti statistici ed inferenziali, che molti filosofi della scienza lo considerano un buon modello di come la scienza progredisca nella realtà. Per un Bayesiano, si formulano ipotesi alternative e si assegnano dei valori probabilistici basati sulla conoscenza dei problemi sollevati sinora (i valori a volte possono essere definiti "oggettivamente", altre volte "soggettivamente", ma anche in quest'ultimo caso è possibile mostrare come i risultati finali convergano se i dati sono molto ricchi di informazioni). Si raccolgono poi i dati e ci si chiede quale verosimiglianza abbiano le varie ipotesi con i dati disponibili. Se questa verosimiglianza (chiamata "probabilità a posteriori") per una data ipotesi è cresciuta rispetto a quella fornita all'inizio, i dati erano ricchi di informazione e favorivano questa ipotesi. La probabilità potrebbe restare invariata (in questo caso i dati conterrebbero poca informazione per questa ipotesi) o scendere (i dati rendono meno probabile l'ipotesi). Si prosegue con una serie di altre iterazioni (esperimenti, osservazioni), ed ogni volta i risultati di un'iterazione vengono utilizzati come probabilità iniziale per il passo successivo. La cosa interessante è che per un Bayesiano un'ipotesi non può mai essere completamente confermata (ovvero dare un risultato finale di uno) o esclusa (un risultato di zero), e questo è ciò che il filosofo della scienza afferma essere tipico dell'investigazione scientifica: la scienza ha a che fare con la verosimiglianza relativa di ipotesi diverse, non con la verità assoluta.
Ora, nessuno ha ancora applicato quantitativamente uno schema Bayesiano alla neuroteologia, ma possiamo tracciare uno scenario qualitativo. Prima di tutto, le due ipotesi contendenti sono che i dati neurologici siano indicativi di una realtà alternativa oppure che ci dicano soltanto che il cervello funziona male in risposta a stimoli sensoriali anomali. Se consideriamo tutto quel che sappiamo del cervello e le (quasi nulle) evidenze che abbiamo dell'esistenza di una realtà alternativa, mi sembra saggio attribuire un valore iniziale maggiore alla seconda ipotesi piuttosto che alla prima. I dati nuovi, ad esempio quelli di Newberg e D'Aquili, mi sembrano aumentare la verosimiglianza dell'ipotesi della deprivazione sensoriale, mentre lasciano del tutto invariata la probabilità che l'ipotesi della realtà alternativa sia corretta (perché i dati verrebbero osservati indipendentemente dall'esistenza o meno di una realtà alternativa). Questo aumenta le probabilità finali della spiegazione naturalistica, e lasciano inalterate le probabilità finali (già basse) della spiegazione trascendentale. Ergo, alla fine di questo round, sono giustificato a scommettere che la spiegazione naturalistica è il cavallo vincente. Ma come tutti i buoni Bayesiani, lascio aperta una porta ad ipotesi alternative e aspetto dati ulteriori per pensarci su.
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