MAGIA,
STREGONERIA E ASTROLOGIA
ALLA CORTE DEI MEDICI
di
Luigi Pruneti
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Tratto da ARCHEOMISTERI, I Quaderni di Atlantide - n°7 Gennaio/Febbraio 2003
La
principale scoperta fu quella del "Corpus ermeticum",
rintracciato da Leonardo da Pistoia, un monaco che
ricercava antichi codici per conto di Cosimo il Vecchio.
Immediatamente si percepì tutta l’importanza del
ritrovamento, Cosimo dei Medici, preso da vera e propria
frenesia, dette incarico a Marsilio Ficino di tradurre
il testo e, nel 1471, l’opera venne per la prima volta
editata.
Fu un vero e proprio successo, nel giro di pochi anni si
contarono altre sedici edizioni; il Galli volse il
"Corpus" in volgare, Lorenzo il Magnifico lo cantò in
versi, mentre l’oratoria ne venne influenzata
(1).
La fortuna del testo fu tale che sedicenti maghi,
presunte reincarnazioni di Ermete, vagavano per le vie e
le piazze d’Italia, in abiti esotici per diffondere la
filosofia dell’occulto, riemersa dopo secoli di
dimenticanza. Il mitico pensatore, simbolo di venerabile
sapienza, fu raffigurato da artisti come il Pinturicchio
e il Giorgione e la figura del saggio fu effigiata nelle
tarsie marmoree del pavimento della Cattedrale di Siena
(2).
La magia e l’astrologia ottennero una nuova dignità e
s’inquadrarono in una visione umanistica che poneva
l’uomo al centro dell’universo.
Scrive Eugenio Garin: "Magia era visione della vita e
del tutto e ritrovamento del linguaggio universale, dei
simboli e degli strumenti per dominare e indirizzare le
forze della natura. Astrologia era certezza dei legami
fra le cose, dominio dei corpi celesti, anch’essi vivi
con le loro anime, e dominanti uomini e cose"
(3).
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Nella concezione magica rinascimentale l’universo appare
come un’unità viva e pulsante con infinite, continue
corrispondenze: "...Ogni cosa, ogni ente, ogni forza è
quasi una voce non ancora intesa, una parola sospesa
nell’aria; ove ogni parola ha echi e risonanze
innumerevoli; dove gli astri accennano a noi e si
accennano fra loro, e si guardano e ci guardano, e si
ascoltano e ci ascoltano; dove tutto l’universo è un
immenso, molteplice, vario colloquio, ora sommesso, ora
alto, ora in toni segreti, ora in linguaggio scoperto e
in mezzo vi è l’uomo, mirabile essere cangiante, che può
dire ogni parola, riplasmare ogni cosa, disegnare ogni
carattere, rispondere ad ogni invocazione, invocare ogni
dio"
(4).
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L’uomo è dunque "faber", artefice e le sue conoscenze
gli permettono di agire sulle forze occulte, sui
rapporti di simpatia, per poter modificare quel sistema
di echi e di risonanze che è il creato.
Questa visione umanistica sembrava però contrastare con
la concezione fatalistica che l’astrologica imponeva.
Lorenzo Bonincontri da San Miniato, amico del Ficino e
lettore di astrologia allo studio fiorentino, cercò di
risolvere il problema ricorrendo alle potenze dei
Demoni, che, a suo avviso, influivano sugli uomini
costituendo "quasi gli intermediari fra le stelle e
l’umanità"
(5); in un
altro punto, l’astrologo, accostandosi al pensiero del
Ficino, fece ricorso a Giamblico: "Il platonico
Giamblico dice che nell’uomo vi sono due anime, di cui
una che chiama intellettiva, discende dal primo
intelligibile e rappresenta la virtù del suo creatore.
L’altra che viene attribuita ai corpi secondo la
rivoluzione diurna del cielo, è sensitiva e soggetta al
fato"
(6).
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L’uomo artefice, conoscitore delle leggi universali, non
si deve troppo preoccupare di ciò che indicano le
stelle, perché può contrapporre forze a forze, annullare
influssi, architettare, col suo genio, gli artifici atti
ad annullare gli influssi negativi.
Così il medico eviterà, quando saranno dominanti i segni
d’acqua che favoriscono la putrefazione, le operazioni
chirurgiche e opporrà amuleti e pentacoli alle forze
avverse di pianeti e stelle fisse. In ugual modo
l’astrologo di corte, consiglierà prudenza nei momenti
difficili, mentre spronerà all’azione nell’attimo in cui
le congiunzioni astrali saranno favorevoli al principe.
A Firenze, l’astrologia, che fin dal Medioevo aveva
goduto grande considerazione, rappresentava sempre un
importante aspetto della vita pubblica e Coluccio
Salutati, preoccupato per le mire espansionistiche di
Gian Galeazzo Visconti, dimostrava inquietudine per le
congiunzioni astrali sfavorevoli alla Repubblica. I
dubbi e le paure di questo intellettuale avevano ragione
d’esistere, in quanto di lì a poco la libertà doveva
cadere, non per un nemico esterno ma per Cosimo il
Vecchio: il fondatore della potenza medicea.
Di Cosimo abbiamo già sottolineato l’importanza che ebbe
nella traduzione e pubblicazione del "Corpus", ma, oltre
a questo importante risultato, il Medici dimostrò "una
sensibilità quasi misteriosa delle cose e degli eventi,
incline a tradursi in forme di credenza magica"
(7). Non a
caso fu amico del grande scienziato ed astrologo Paolo
dal Pozzo Toscanelli e nella villa di Cafaggiolo il
sapiente e il potente passarono insieme intere giornate
a discutere intorno alle costellazioni e ai loro
influssi.
Interessato e convinto assertore dell’astrologia e della
concezione magica dell’universo, cara all’umanesimo
(8), fu
anche Lorenzo il Magnifico che ebbe come medico
personale un celebre astrologo: Pier Leoni da Spoleto.
Lorenzo, seguace entusiasta della nuova filosofia e
cantore del "Corpus ermeticum", aveva una visione del
creato simile a quella del Ficino, tinta di
neoplatonismo e di religiosità gnostica: la conoscenza,
che permetteva di agire all’interno del cosmo, era per
lui frutto di un’illuminazione vicina alla tracimazione
plotiniana:
"La tua sublimità mi levi in su,
Quella sublimità che è eminente
Ed alta più che alcun ‘altra virtù.
Lo splendor tuo mirando e rilucente,
E di bontà mirabile e bellezza,
Penetra l’alme, i corpi e pria la mente.
Questa immensa bontà, questa vaghezza
M’alletta, scalda, incende e mi costringe
Sanza ch’io il sappia, o singular chiarezza!"
(9).
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A una concezione siffatta corrispondeva dunque
l’astrologia e una magia rituale, che s’incentrava sul
valore evocativo della parola, come il canto d’Orfeo che
vinse la potenza di Plutone, costringendolo a restituire
Euridice: "I’ son contento che sì dolce plettro/
s’inchini la potenza del mio scettro"
(10).
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Lorenzo e tutta la sua dotta corte invece condannavano,
considerandola superstizione ed imbroglio, la
stregoneria diffusissima presso gli strati sociali più
umili. Lo stesso Magnifico, infatti, scriveva:
"Seguon questa infelice in ogni parte
il sogno e l’augurio e la bugia;
E chiromanti, ed ogni fallace arte,
Sorte, indovini; e falsa profezia,
La vocale e la scritta in sciocche carte
Che dicon, quando è stato, quel che fia"
(11).
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Anche il fido Poliziano si scagliava contro le
superstizioni popolari che vedevano ovunque streghe e
malie: "A me quando ero piccino, la nonna raccontava di
certe streghe che stavano nei boschi a mangiare i
bambini che piangono Figuratevi che diavoleria che
spauracchio era per me, allora, la strega! Anche oggi a
Fonte Lucente, come si chiama, vicino alla mia villetta
di Fiesole, un ruscello che in quelle segrete ombre si
nasconde, le donnicciuole che vengono per l’acqua dicono
esserci il ritrovo delle streghe"
(12).
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Ma con la morte del Magnifico, la crisi che da allora
fino all’istituzione del principato travagliò Firenze,
cambiò l’atteggiamento nei confronti del mondo magico.
Se da una parte l’astrologia conobbe un lento declino,
si affermarono sempre di più e intrugli, pozioni,
fatture, divennero comuni anche nelle case dei potenti.
D’altra parte la lotta per il potere si era fatta
accanita.
Gli "incantamenti" sembravano, di conseguenza, armi
micidiali, per eliminare quei nemici difficilmente
raggiungibili dai sicari.
Inoltre la pratica erboristica e l’uso di alcuni
minerali permise d’individuare veleni che si rivelarono
più affidabili di fatture e malefici.
Se ne convinsero forse, alcuni esponenti di casa Medici,
dal duca Alessandro a Cosimo il Grande, accusati di
ricorrere a mortali pozioni per togliere di mezzo i
propri avversari
(13).
Negromanti, maghi, fattucchiere, seguirono in Francia le
regine di sangue mediceo, come quel "profumiere" Bianchi
o l’indovino Renato Ruggieri che furono fedeli servitori
di Caterina, mentre la favorita di Maria, Eleonora
Concini, finì sul rogo come fattucchiera
(14).
La diffusione della stregoneria ci è testimoniata da
numerose opere letterarie che, fra il faceto e il serio,
denunciavano, senza volerlo, una nuova realtà. Potremo
citare, fra gli altri, Malespini
(15),
Machiavelli o il senese Girolamo Bargagli
(16); ma
forse l’autore più indicativo fu Francesco Grazzini
detto il Lasca, autore di una commedia "La Strega" nella
quale raffigura una megiera fiorentina Madonna Sabatina
"che non fu mai negli incantesimi maggior donna da Circe
in qua"
(17).
Il Lasca poi, in un’altra opera, ci fornisce una
dettagliata descrizione del corredo di uno stregone: "Avea
dato opera all’alchimia; era ito dreto, e andava
tuttavia, alla balia delli incanti; avea sigilli,
caratteri, filattere, pentacoli, campane, bocce, e
fornelli di varie sorti da stillare erbe, terra,
metalli, pietre e legni; aveva ancora carta non nata,
occhi di lupo cervieri, bava di cane arrabbiato, spina
di pesce colombo, ossa di morti, capresti d’impiccati,
pugnali e spade che avevano ammazzati uomini, la
cravicola e il coltello di Salomone et erbe e semi colti
a vari tempi della luna e sotto varie costellazioni...
Attendeva all’astrologia, alla finosomia, alla
chiromanzia..."
(18).
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Anche i primi duchi di Firenze non furono immuni da
interesse e rispetto per queste pratiche, specie
Francesco dei Medici si segnalò per curiosità
esoteriche; egli, comunque, predilesse sopra ogni cosa
l’alchimia.
Per tutta la vita questo principe preferì alla cura
dello stato la "Fonderia", un complesso laboratorio,
ove, oltre a fondere statue e a lavorare metalli e
pietre preziose si facevano esperienze alchemiche.
La "Fonderia", che in origine si trovava in Palazzo
Vecchio, ebbe poi una sede definitiva nel Casino Mediceo
di San Marco. L’edificio, opera del Buontalenti,
l’architetto prediletto del Principe, ospita oggi la
Corte d’Appello, un tempo invece conteneva alambicchi,
mortai e fornelli, intorno ai quali si affaccendavano
maestri e apprendisti.
Dalle stanze di questo laboratorio uscivano prodotti che
sembravano miracolosi: "Da maestri peritissimi di
continuo si stillano acque di fiori odorati, et d’erbe,
et olii di drogheria, et spetierie, trahendone la
quintaessentia, et untioni, et compongono lattovari, et
confettioni a ristorare, liquori contra le maligne febri,
et la pestilenza, et li veleni, et polveri et medicine
di possenti virtù, et tostane, portandone in viaggio et
nella caccia del G.D. per se e per la corte, e dandone a
Prelati, Ambasciatori e Signori, et caritativamente in
pronti rimedi..."
(19).
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Lo studio dell’alchimista, così caro a Francesco fu
ritratto per suo volere dallo Stradano in un quadro
posto poi nello Studiolo di Palazzo Vecchio, uno
stanzino emblematico che attraverso il giuoco dei
simboli e delle corrispondenze raffigura l’universo
magicoalchemico del Principe.
Nell’opera dello Sradano fu immortalato lo stesso
Francesco, raffigurato come apprendista, intento a
seguire gli insegnamenti del maestro. In maniera così
esplicita il successore di Cosimo, volle sottolineare la
sua passione per quest’arte ermetica, volta a esplorare
i segreti più reconditi della natura, fino a poter
riplasmare la materia. Egli, signore di Toscana, monarca
ed iniziato, vedeva in sé stesso la reincarnazione del
mito salomonico, del re saggio e giusto e di infinita
sapienza, depositario di ogni segreto e di ogni
conoscenza. La sorte volle che egli morisse in modo
sospetto quasi contemporaneamente all’amata Bianca
Cappello ed alcuni, sommessamente, sussurrarono che, a
por fine ai suoi giorni, fosse stato un micidiale
tossico propinatogli dal fratello Ferdinando.
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Una tipica manifestazione dell’occultismo rinascimentale è data dai palesi riferimenti all’astrologia. Qui vediamo la "Cupolina astrologica" nella Sagrestia Vecchia della Basilica di San Lorenzo (a sinistra) e lo "Zodiaco" sul pavimento di San Miniato al Monte (a destra). |
"L’Alchimista" di David Teniers il Giovane (1610-1690). |
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BIBLIOGRAFIA
- M. Adriani, "Arti magiche nel Rinascimento a Firenze",
Firenze 1980.
- "Astrologia, magia e alchimia nel Rinascimento
Fiorentino e europeo", a. c. P. Zambelli, in "Firenze e
la Toscana dei Medici nell’Europa del Cinquecento: La
corte, il mare, i mercanti, la rinascita della scienza,
editoria e società, astrologia, magia e alchimia",
Firenze 1980
- P. Bargellini, "Storia di una grande famiglia: i
Medici", Firenze 1980.
- L. Berti, "Il Principe dello Studiolo, Francesco I dei
Medici e la fine del Rinascimento fiorentino", Firenze
1967.
- M. Calvesi, "La morte di bacio - saggio sull’ermetismo
di Giorgione", in "Storia dell’arte", 7/8, 1970.
- L. Dei Medici, detto Il Magnifico, "Orazione a Dio",
in "Poesie di Lorenzo de’ Medici", Milano, 1953.
- E. Garin, "Medioevo e Rinascimento", Bari 1966.
- E. Garin, "Storia della filosofia italiana", vol. I,
Torino 1966.
- O. Goggioli, "Lungo il Mugnone", Firenze 1990.
- Grazzini detto Il Lascia, "La Strega", in "Commedie
del ‘500", a.c. di A. Borlenghi, vol. I, Milano 1959.
- Grazzini detto Il Lascia, "Le cene", II Cena, IV
novella, Milano 1989
- Poliziano, "Fabula di Orfeo", v. 301, in A. Poliziano,
"Poesie italiane", a.c. di S. Orlando, Milano 1976
- L. Pruneti, "Firenze esoterica", parte II, "L’età
medicea (XV - XVI secolo) ", in "Officinae", a. V, Marzo
1993, n° 1
- L. Pruneti, "Note a margine sull’esoterismo nella
Firenze medicea", in "Il retaggio universale di Lorenzo
il Magnifico umanista integrale", Roma 1989
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Note:
1. L. Pruneti, "Note
a margine sull’esoterismo nella Firenze medicea", in "Il
retaggio universale di Lorenzo il Magnifico umanista
integrale", Roma 1989, p. 83 e sgg. L. PRUNETI, "Firenze
esoterica", parte II, "L’età medicea (XV - XVI secolo)",
in "Officinae", a. V, Marzo 1993, n° 1, pp. 12 - 16.
2. M. Calvesi, "La
morte di bacio", saggio sull’ermetismo di Giorgione, in
"Storia dell’arte", 7/8, 1970, p. 223; E. Garin,
Medioevo e Rinascimento, Bari 1966, p. 155.
3. E. Garin, "Storia
della filosofia italiana", vol. I, Torino 1966, p. 416.
4. E. Garin,
"Medioevo e Rinascimento..." op. cit., p. 417.
5. E. Garin, Storia
della filosofia ... op. cit., p. 417.
6. Riportato in E.
Garin, Storia della filosofia... op. cit., p. 417.
7. M. Adriani, "Arti
magiche nel Rinascimento a Firenze", Firenze 1980, p.
67.
8. Anche Poggio
Bracciolini, illustre umanista, aveva una visione magica
dell’universo. M. Adriani, "Arti...", op. cit., pp.
68-69.
9. Lorenzo Dei
Medici, detto Il Magnifico, "Orazione a Dio", in "Poesie
di Lorenzo de’ Medici", Milano, 1953, p. 157.
10. Angelo
Poliziano, "Fabula di Orfeo", v. 301, in A. Poliziano,
"Poesie italiane", a.c. di S. Orlando, Milano 1976, p.
123.
11. Lorenzo Dei
Medici detto Il Magnifico, "Selve d’amore", II, in
"Poesie di..." op. cit. p. 57.
12. Angelo
Poliziano, "Prelezione alla Priora di Aristotele",
riportata in O. Goggioli, "Lungo il Mugnone", Firenze
1990, p. 43.
13. Alessandro dei
Medici fu accusato di aver fatto avvelenare il Cardinale
Ippolito dei Medici, mentre Cosimo cercò di eliminare
con quest’arma i suoi nemici che avevano cercato rifugio
in Francia. P. Bargellini, "Storia di una grande
famiglia: i Medici", Firenze 1980, p. 183.
14. "Astrologia,
magia e alchimia nel Rinascimento Fiorentino e europeo",
a. c. P. Zambelli, in "Firenze e la Toscana dei Medici
nell’Europa del Cinquecento: La corte, il mare, i
mercanti, la rinascita della scienza, editoria e
società, astrologia, magia e alchimia", Firenze 1980, p.
313.
15. M. Adriani,
"Arti..." op. cit., p. 111 e segg.
16. Girolamo
Bargagli (1537-1587) scrisse nel 1564, per desiderio di
Ferdinando dei Medici, la commedia "La pellegrina".
17. A. Grazzini
detto Il Lascia, "La Strega", in "Commedie del ‘500",
a.c. di A. Borlenghi, vol. I, Milano 1959, atto I, scena
I.
18. A. Grazzini
detto Il Lascia "Le cene", II Cena, IV novella, Milano
1989, p. 240.
19. Così testimonia
il Pigafetta che fu ospite di Francesco e visitò la
"fonderia". Brano riportato da L. Berti, "Il Principe
dello Studiolo, Francesco I dei Medici e la fine del
Rinascimento fiorentino", Firenze 1967, p. 51.