La ricerca del SETI
Da 30anni
alla ricerca della vita
La scoperta di nuovi
pianeti al di fuori del nostro sistema solare e di molecole prebiotiche nelle
nubi interstellari ci può permettere di pensare che la vita non possa essere un
fenomeno isolato unicamente al pianeta Terra ma che possano esistere, nello
sconfinato universo, altri pianeti che possano ospitare forme di vita. Da oltre
30anni ricercatori di tutto il mondo sondano le immensità del cosmo per riuscire
a captare segnali di possibile origine aliena. La ricerca di intelligenze
extraterrestri (ETI) si basa sugli sforzi collettivi di centinaia di ricercatori
sparsi in tutto il mondo, tale progetto è oggi conosciuto come “Ricerca di
Intelligenze Extraterrestri”, in sigla SETI.
Le speculazioni sulla possibile vita in altri pianeti possono essere fatte
risalire al periodo greco classico e alla rivoluzione copernicana, che decentrò
la Terra dal centro dell'universo e si pose come ulteriore tappa fondamentale
per il progredire del pensiero umano. Lo scopo che i ricercatori di tutto il
mondo si sono preposti con il progetto SETI è quello di cercare o di
intercettare comunicazioni di natura elettromagnetica artificiale, emesse quindi
da una volontà coscienti ed estranee alla Terra. Nel 1959 Giuseppe Cocconi e
Philip Morrison osservando la grande potenza dei radiotelescopi proposero di
utilizzarli per ricerche mirate nell'universo. La prima frequenza di riferimento
che venne utilizzata per ricercare forme di vita extraterrestri fu quella
dell'idrogeno (21 centimetri), le frequenze collegate a tale elemento vennero
utilizzate per scandagliare varie zone dell'universo.
Nel 1960 Frank Drake, radioastronomo americano, indipendentemente iniziò a
ricercare segnali usando radio telescopi. Da allora fino ad i nostri giorni il
progetto SETI si è ampliato enormemente vedendo compartecipi oltre sessanta
ricercatori di tutto il globo che ricercano costantemente segnali ETI
nell'universo. All'interno dello spettro radio esiste una regione conosciuta
come la “finestra delle microonde libere” (free space microwave window), che è
dislocata tra 1 gigahertz e 60 gigahertz. Questa è la regione più calma dello
spettro radio ed è, al contempo, la regione in cui è più facile identificare
segnali inviati da altre civiltà contro il normale rumore di fondo. La banda dei
21 centimetri dell'idrogeno è la più bassa frequenza di questa finestra nello
spettro delle onde radio.
L'avanzamento dei mezzi scientifici e tecnologici ha permesso negli ultimi
decenni una crescita esponenziale per la ricerca di vita nel cosmo, ma la base
fondamentale del progetto SETI rimane l'ascolto. Altre strategie sono state
proposte per la comunicazione con altre civiltà extraterrestri. Per molto tempo
si è parlato di inviare un segnale nel cosmo tale da poter essere facilmente
captato e a cui sarebbe potuto seguire un contatto (tale progetto venne
conosciuto come CETI, ovvero Contact with Extraterrestrial Intelligence, ma la
preoccupazione di molti ricercatori si concentrò soprattutto su quale specie
avrebbe potuto stabilire il primo contatto con la popolazione terrestre.
Da tale progetto quindi nacque il SETI il cui scopo fu fin dall'inizio quello di
ascoltare eventuali messaggi artificiali presenti e inviati nel cosmo. Le
speculazioni, in ambito scientifico, se la Terra sia l'unico pianeta
dell'universo ad ospitare la vita o se migliaia di pianeti possano ospitare
civiltà più o meno progredite ha risvegliato nei ricercatori di tutto il pianeta
la paura del contatto. Nel caso in cui la razza che ricevesse il nostro
messaggio non fosse mossa da intenti prettamente “umanitari”, ma altresì avesse
mire egemoni potrebbe condurre la Terra in scenari simili a quelli prospettati
nel famoso film “Indipendence Day”.
Con tali motivazioni i ricercatori coinvolti in tali progetti hanno convenuto
che la formula del “to listen”, (ascoltare), dovesse essere ritenuta la migliore
per evitare spiacevoli inconvenienti a seguito di un contatto. Il messaggio che
i ricercatori si aspettano di poter captare potrebbe ssere costituito da
semplici informazioni o da una vasta gamma di dati. Nel caso che dovesse venire
intercettata una comunicazione extraterrestre, il suo valore per gli abitanti
della Terra sarebbe enorme, costituirebbe la prima prova tangibile
dell'esistenza di altre razze intelligenti e tecnologicamente avanzate nel
cosmo.
SETI post detection Protocol
Dieci anni fa l'Accademia Internazionale Astronautica (IAA) iniziò a dibattere
le procedure che si sarebbero dovute seguire a seguito dell'intercettazione di
tale segnale. Da ciò nacque quello che oggi è conosciuto come il “SETI Post
Detection Protocol”. Le discussioni continuarono anche sulla formulazione di una
"Dichiarazione dei Principi Concernenti le Attività Seguenti al Rilevamento di
Entità Extraterrestri", tale documento venne stilato da ricercatori di tutto il
mondo e vide coinvolte sei tra le più importanti organizzazioni astronomiche del
mondo. Mentre molte parti della Dichiarazione trattano su come rendere partecipi
le masse della scoperta, un principio pone la domanda se dovrà essere inviato un
segnale di risposta al segnale intercettato.
Il quesito che tale principio sottendente è se la razza umana dovrà inviare un
segnale di risposta e se saremo pronti ad accettare di non essere soli
nell'universo. Esistono due linee di pensiero che sono state proposte per tale
eventualità, la prima afferma che l'umanità dovrà essere avvertita poco tempo
dopo la scoperta di tale segnale, la seconda propone una acculturazione lenta
delle masse per non insorgere in problemi di isterismi o crisi di masse a
seguito di tale rivelazione. Dobbiamo ricordare come reagì nel 1939 la
popolazione americana a seguito della trasmissione radiofonica di Orson Wells,
anche se molti sono gli anni che ci dividono sappiamo, in base a ricerche
sociologiche recenti, che la reazione attuale delle masse non sarebbe molto
dissimile.
L'ottavo principio della “Dichiarazione dei Principi Concernenti le Attività
Successive al Rilevamento di Intelligenze Extraterrestri” recita testualmente
che “nessuna risposta al segnale captato o evidenze di intelligenze
extraterrestri dovranno essere divulgate fino a quando non sia avvenuta una
consultazione internazionale”. Il problema fondamentale che molti ricercatori si
pongono è se valga realmente la spesa di centinaia di migliaia di dollari
affrontata fino ad oggi per la ricerca di un segnale di possibile origine
aliena. Potranno passare decenni se non secoli, secondo i ricercatori, prima che
qualche prova tangibile possa essere disponibile. Così non la pensa l'altro
versante dei ricercatori impiegati a pieno regime all'interno dei progetti di
ricerca come il SETI.
Le attuali conoscenze ci permettono di essere sicuri riguardo la presenza nella
nostra galassia di altre civiltà, i dati e le scoperte scientifiche operate
negli ultimi anni hanno sfatato la credenza che la Terra sia l'unico pianeta
abitabile all'interno dell'universo, il problema che si interpone tra la scienza
ed un possibile contatto è il grado di evoluzione che tali civiltà aliene
potrebbero avere. Avvicinandoci alla nota formula di Drake, vediamo che le
percentuali più pessimistiche per la presenza di vita nel cosmo ci danno un
risultato veramente scioccante, centinaia di migliaia sarebbero i pianeti che
ospiterebbero o avrebbero ospitato forme di vita evolute. L'unico problema è
sapere a che grado di evoluzione si trovi una data civiltà. Affidandoci alle
stime precedentemente citate possiamo affermare con sicurezza che oggi
esisteranno nell'universo sicuramente civiltà meno evolute della nostra, come
allo stesso tempo potranno esistere quasi sicuramente civiltà che posseggono un
livello tecnologico superiore al nostro.
Le questioni a carattere istituzionale sollevate da vari ricercatori impongono
alla ricerca SETI alcuni veti possibilmente vincolanti. Il contatto con una
civiltà extraterrestre è più che una semplice ricerca scientifica, diventerebbe
una vera e propria questione politica che dovrebbe essere trattata ed
indirizzata ad organi politici di competenza. A tale scopo l'ONU è stato
nominato come “gestore e interlocutore” nel caso stabilissimo un contato con una
civiltà aliena. A seguito della ricezione di un segnale esterno e della sua
verifica solo l'ONU potrebbe diramare la notizia ai grandi media.
Il SETI oggi
Se da un lato, come abbiamo visto, le questioni burocratiche tendono a
rallentare il progetto SETI la voglia e la passione per tale ricerca porta
attualmente miriadi di ricercatori a dare il loro appoggio nella ricerca. Alcuni
anni fa l'università di Berkeley, promotrice del SETI, compì un ulteriore passo
verso il potenziamento dei sistemi di ricerca nel cosmo. Con l'iniziativa “SETI
@t Home” migliaia di persone nel mondo avrebbero potuto dare il loro piccolo
apporto alla ricerca. Attraverso un piccolo programma, scaricabile da Internet,
ed utilizzato come screensaver (sistema che si attiva dopo un determinato tempo
di latenza del computer per non rovinare la matrice degli schermi), una persona
poteva mettere a disposizione il proprio computer per aiutare i ricercatori
nello studio dei dati raccolti. Tale iniziativa trovò subito milioni di persone
pronte e suscitò molto clamore negli ambienti accademici.
Dopo alcuni anni di stenti dovuti alla mancanza di finanziamenti, ed un periodo
in cui si credeva dovesse chiudere, oggi il progetto SETI è ritornato al suo
vecchio fervore potendo disporre di maggiori fondi e mezzi per la ricerca. Come
è buon uso nel mondo economico moderno i finanziamenti privati hanno permesso al
progetto di rinascere in grande stile e di disporre di maggiori fondi, nonché
opportunità, per condurre la propria ricerca.
Al recente Simposio Mondiale di San Marino il Professor Drake ha fatto una stima
dei decenni di ricerche che lo hanno coinvolto ed ha presentato al pubblico le
nuove mete che il progetto si è posto. Iniziando il proprio intervento Drake ha
voluto sottolineare come il problema attuale dell'umanità sia quello di non
riuscire a rapportarsi con i tempi cosmici. L'uomo vuole avere tutto e subito,
non sa aspettare ciò che gli interessa. Le bande attuali nelle quali operano i
nostri sistemi di trasmissione arrivano fino a 1Ghz, quindi una eventuale altra
razza che ricercasse segnali verso il nostro pianeta non potrebbe superare tale
limite. Nel caso che scandagliasse bande superiori non riuscirebbe mai a
trovarci. Lo stesso problema è posto all'uomo, non sappiamo su quale banda
ricercare precisamente eventuali segnali ETI.
Drake ha postulato tre punti fondamentali che potrebbero permetter al SETI,
nell'immediato futuro, di accelerare le proprie ricerche così da poter ottenere
in minor tempo risultati soddisfacenti.
1- Il primo punto è la costruzione di uno o più radiotelescopi in grado di
scandagliare qualsiasi frequenza e in tutta la volta celeste. Tale progetto è, a
detta dello stesso Drake, avveniristico ed irrealizzabile oggi. Un sistema così
fatto dovrebbe poter calcolare 1020 operazioni al secondo, una quantità di dati
oggi non realizzabile.
2- La costruzione di un radiotelescopio interamente dedicato al SETI. La sua
costruzione è già iniziata ed ha richiesto uno stanziamento iniziale di
25milioni di dollari. Tale sistema sarà implementato da una serie di piccole
parabole (come quelle di tipo casalingo ma grandi tra i 4 e i 6 metri) il cui
scopo sarà quello di moltiplicare il segnale ricevuto per migliorare le
prestazioni della ricerca. Le piccole parabole, che già sono in costruzione e
alcune delle quali sono già attive, permetteranno una risparmio notevole dei
soldi che verranno investiti per mantenere il progetto. Drake ha presentato
varie foto nelle quali era possibile vedere lo stadio attuale di tale progetto.
Sette antenne, con un diametro compreso tra i quattro e i sei metri, sono già
operative a San Francisco e si stima che nel 2005 ben 350 mini antenne saranno
operative presso l'Università della California.
3- Ultimo punto presentato da Drake è lo studio di segnali ottici che utilizzino
laser superpotenti come sistema di trasmissione. Tale ricerca sarà finalizzata
alla ricerca nel cosmo di eventuali segnali ottici che portino con loro
informazioni. Questo presuppone che l'ipotetica civiltà che lanciasse tale
segnale nel cosmo, debba avere una padronanza tecnologica non indifferente,
mediamente uguale o superiore alla nostra.
L'attuale tecnologia ci permette limitatamente di indagare eventuali segnali che
fossero presenti nello spazio. Una ipotetica civiltà extraterrestre che si
trovasse ad appena 100 anni luce (AL) e decidesse di inviare un segnale radio in
tutte le direzioni per farsi trovare dovrebbe poter trasmette con una potenza di
6,6x1010 watt per rendere possibile la ricezione del segnale sulla Terra. Noi
per poterla captare dovremmo poter disporre di un'antenna di 300 metri di
diametro collegata ad un sensibilissimo ricevitore che analizzi lo spettro. Se
l'ipotetica civiltà fosse a conoscenza della nostra civiltà e volesse inviare un
segnale sul nostro pianeta lo potrebbe fare utilizzando sempre un'antenna di 300
metri di diametro ma utilizzando quantitativi di energia molto minori, pari a
3.300 watt per farsi rivelare. Come possiamo vedere non è semplice disporre
delle tecnologie necessarie per ricercare nelle immensità del cosmo tracce di
vita intelligente.
Se dovessimo ricercare un segnale radio facile da individuare, potremmo trovarlo
in un segnale monocromatico per il fatto che è estremamente efficiente per chi
lo trasmette (tutta la potenza a disposizione si concentra sulla sola portante
radio) e si tratta di un segnale estremamente facile da rilevare perché non
esistono segnali monocromatici in natura. La ricerca SETI è ostacolata però dal
disturbo di fondo causato dalle attività umane. Apparecchi di utilizzo comune
come trasmissioni via satellite, cellulari etc. causano nello spazio circostante
a noi un continuo circolare di onde e segnali che disturbano il normale rumore
di fondo. Per ovviare a tale problema i ricercatori italiani del progetto SETI
dispongono di un apparecchio estremamente efficiente, il SERENDIP IV ( che
funziona a 15Mhz BW a 24.000.000 di canali) che cerca, nelle condizioni
osservative in cui stà operando l'antenna, segnali di origine artificiale e allo
stesso tempo monitora e fornisce informazioni preziose sulla situazione delle
interferenze radio.
L'Italia ed il SETI
L'italia è coinvolta attivamente all'interno del progetto SETI con una serie di
radiotelescopi dislocati a Medicina, Bologna che monitorano costantemente il
cielo alla ricerca di segnali di possibile origine artificiale. Come abbiamo
spiegato nel paragrafo precedente, gli strumenti utilizzati presso Medicina
permettono ai ricercatori di vagliare costantemente quelle che sono le normali
interferenze terrestri, estremamente dannose per la ricerca SETI/ETI, da quei
segnali artificiali che non fossero originari della Terra. Stelio Montebugnoli è
il responsabile italiano del progetto e da ormai svariati anni affianca alle sue
ricerche attraverso i radiotelescopi quella più affascinante della ricerca di
segnali extraterrestri. Il Prof. Montebugnoli così ci spiega l'attività SETI
italiana: “Alla stazione radioastronomia di Medicina le attività osservative
SETI, con il sistema Serendip IV, sono iniziate nella primavera del 1998. Fino a
questo momento non si è rilevato nessun tipo di segnale sospetto, solo
interferenze radio terrestri”.
“Anche se nei prossimi 20 anni il progetto SETI dovesse dare risultati negativi,
varrà comunque la pena continuare le osservazioni cercando modalità osservative
nuove perché questi potrebbero essere dovuti solo al fatto che si è osservato in
modo sbagliato, nei punti sbagliati e nei momenti sbagliati”.
Da quanto abbiamo potuto constatare in queste pagine la ricerca e lo studio di
forme di vita nel cosmo non viene compiuta solo da ricercatori ufologici ma
anche dalla scienza ufficiale, che anche se con qualche intoppo ha permesso al
Progetti SETI di operare sino ad oggi per rispondere ad una delle domande più
vecchie dell'uomo, siamo soli nell'universo?