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Premessa metodologica
Nell’ambito di un corretto
studio degli usi templari
merita una digressione il
metodo con cui questi studi
vengono condotti. Da una
parte una storiografia che
si potrebbe definire
minimalista fa il buono e
cattivo tempo negli ambienti
accademici, dove ad ogni
affermazione corrisponde per
principio una smentita della
parte avversa, rivelando
così una sorta di match
tra certi studiosi, con un
ricco uso dell’invettiva e
del sarcasmo contro i
colleghi. Costoro badano
solo al documento cartaceo o
membranaceo (che sia
comunque d’archivio) ai
numeri, alle date, ai nomi,
evitando ogni
interpretazione che
esporrebbe troppo al
contraddittorio o
attestandosi su quei minimi
comuni denominatori di marca
materialista che “vanno
sempre”.
Dall’altra parte fiorisce
una letteratura fatta di
deliri, di sogni, di
presunte rivelazioni da
documenti mai
rintracciabili, di
misteriosi complotti
tendenti a nascondere la
verità della storia, ma
scoperti da astuti Indiana
Jones.
Due poli inconciliabili, due
metodi di approccio alla
storia che però sotto
l’aspetto del profit
parrebbero avere molti
vantaggi.
L’angusto limite posto dal
minimalismo tarpa
innegabilmente le ali
all’intuizione che, sorella
della fantasia, può
egregiamente lavorare sui
documenti nella ricerca
delle verità seppellite in
angoli oscuri della storia.
Chi scrive dunque, pur
amando le prove provate,
userà dei segni minori,
purché autentici, come di
documenti attendibili e non
trascurerà il lascito ideale
che, nei fenomeni culturali
del Medioevo, ha quasi
sempre un ruolo
fondamentale. I segni minori
costituiscono un patrimonio
trascurato dalla
storiografia, ma al contempo
sono l’espressione spontanea
e genuina dei veri
protagonisti della storia: i
cavalieri che morivano in
Terrasanta, i pellegrini che
consumavano scarpe e vite
sulla rotta della salvezza,
i ricercatori di sante
reliquie, i mercanti, i
monaci, e tutta quell’umanità
che sta alle nostre spalle e
che ha impresso il suo
passaggio nel nostro DNA.
Ma, sempre chi scrive,
rifuggirà dalla peste delle
affermazioni senza radici
storiche, dai deliri da
fumettone, e dal mistero a
tutti i costi.
Criptografie
L’esame dei segni minori
parte dall’analisi dei
graffiti che si ritrovano
abbondanti sulle pietre
medievali e soprattutto di
quelle tipologie che si
ritrovano costantemente in
luoghi di accertata
pertinenza templare,
consegnati agli edifici
sacri o ai muri delle
prigioni da uomini disperati
che chiedevano ascolto alla
posterità.
L’uso di celare in segni,
non accessibili a tutti gli
osservatori, credenze o
notizie che non potevano
divenire patrimonio comune è
antico quanto l’uomo. Già
nelle Storie di Erodoto (V
sec. a.C.) si parla di una
scrittura segreta che salvò
la Grecia dalle mire
espansionistiche del
persiano Serse (480 a.C.).
La tecnica della scrittura
segreta basata
sull’occultamento del
messaggio, chiamata
steganografia, è
testimoniata da molte fonti.
Tra vari misteri ne parla
l’abate Tritemio (XVI
sec.)nella sua opera
chiamata appunto
Steganografia. Coloro
che eccelsero
nell’invenzione delle
scritture cifrate e delle
criptografie furono gli
Arabi. L’opera intitolata
Il manuale del segretario
(Adab al-Kutab)
risalente al X secolo,
riserva un intero capitolo
appunto alla criptografia,
impiegata comunemente nella
documentazione fiscale. I
seguaci del Profeta erano
talmente abili in questa
tecnica che a loro va
attribuita l’invenzione
della criptoanalisi, vera e
propria scienza
dell’interpretazione di un
messaggio di cui si ignora
la chiave. La profonda
conoscenza della matematica,
della statistica e della
linguistica erano la
necessaria base per
impostare la complicata
metodologia. Maestro in tale
disciplina fu Abu Yusuf ibn
Ishaq al-Kindi, filosofo ed
erudito del IX secolo. In
una sua opera, ritrovata
soltanto nel 1987 ad
Istanbul e conservata
nell’Archivio ottomano
Sulaimaniyyah, egli spiega
come svelare un messaggio
criptato all’interno di un
diverso testo.
In Europa, nella stessa
epoca, il concetto di
criptografia cominciava ad
essere in qualche modo
intuito. Esso era applicato
soprattutto ai testi sacri
che venivano letti non
soltanto nel loro
significato letterale, ma
anche ricercandovi quello
anagogico, ossia il senso
riposto. “Videmus nunc
per speculum et in enigmate”
aveva detto San Paolo nella
II Lettera ai Corinzi e
l’uomo occidentale alla
ricerca di Dio non
dimenticava mai che ogni
aspetto della realtà poteva
essere letto nella sua
accezione di immagine del
divino, di un’idea superiore
da decifrare. Così tutto
poteva essere trattato come
un enigma del quale scoprire
il senso riposto.
Non stupisce dunque che i
Milites Templi, uomini
del Medioevo a metà strada
tra la civiltà islamica e
quella franco-latina,
conoscessero ed usassero
glifi segreti per
trasmettere i propri
messaggi. La lunga
consuetudine con gli Arabi
poteva aver loro insegnato
l’arte della comunicazione
occultata e la cosa appare
ancor più convincente quando
si ricordi che ogni gran
maestro aveva al suo
servizio uno scrivano arabo,
come si evince dall’articolo
77 degli Statuti Gerarchici
(1). La Regola templare,
approvata nel 1128 nel corso
del concilio di Troyes,
parlava inoltre
dell’esistenza di un
linguaggio dei gesti, con il
quale i confratelli
comunicavano durante i pasti
(2). Il silenzio, pratica
cenobitica comune nel
Medioevo, era motivato dal
precetto apostolico “Manduca
panem tuum cum silentio”.
Nella vita delle
commanderies trovava
posto l’uso di una
gestualità sostitutiva della
parola che poteva essere
compresa da chiunque ne
conoscesse il significato,
in testimonianza
dell’abitudine di sostituire
il linguaggio delle parole
con altri mezzi espressivi.
Appare dunque degno della
massima attenzione, tutto
quel patrimonio trascurato
di piccole incisioni che si
rilevano ancora nitide e
numerose sulle bozze di
pietra delle murature
medievali, là dove il
passaggio o lo stanziamento
templare sono fatto sicuro.
I loro stilemi si ritrovano
identici in tutta Europa ed
in Siria e paiono affondare
le origini nelle iconografie
remote, legate alla
Tradizione e ben studiate da
René Guénon.
Accanto dunque al palindromo
del SATOR, ripetuto in vari
schemi geometrici, sulle
antiche murature occhieggia
una folla di quadrati più o
meno variamente concepiti,
sorta di labirinti che
sembrano indicare un
percorso, e che nel novero
delle altre varie tipologie
colpiscono l’osservatore. In
particolare una griglia
costituita dallo schema del
“filetto”, riappare con
frequenza in siti templari.
Anzi si può quasi dire che
l’accostamento templari-
filetto è una regola. Nelle
loro prigioni riappare con
ribadita insistenza; nei
resti delle magioni o sulle
pietre delle cappelle,
sembra che i Milites
Templi sentissero il
bisogno comune di segnalare
qualcosa di preciso e di
significativo alla
posterità. Il filetto, già
usato dagli antichi druidi,
è composto da tre quadrati
concentrici tagliati da
quattro segmenti e non è
difficile ritrovare in essi
il concetto di tre diversi
stadi sempre più selettivi e
ristretti corrispondenti a
tre livelli iniziatici,
visto che il loro centro
spesso è occupato da una
croce. I quattro segmenti
richiamano il concetto di
quaternario, ossia gli
elementi terra, aria, acqua,
fuoco, che rappresentano,
come l’iniziazione massonica
insegna, le quattro vie
della conoscenza.
E quando questo glifo appare
è bene cercare documenti,
toponimi, altre tracce,
perché si troverà che una
qualche connessione con
l’Ordine del Tempio emergerà
dalle nebbie dei secoli
trascorsi.
Ci si chiede dunque: perché
l’uso di tale grafema?
La risposta può essere la
stessa che il SATOR
suggerisce e cioè che il
variegato ordine
internazionale dei
Milites Templi, non era
solo un gruppo di
avventurieri alla caccia di
terre, soldi, gloria
militare in Oriente, ma
anche una comunione
iniziatica che faceva uso di
simboli legati alla
Tradizione.
La ricerca continua.
Note:
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