AVVENTURIERI E INIZIATI

ANNA GIACOMINI

 

Premessa metodologica
Nell’ambito di un corretto studio degli usi templari merita una digressione il metodo con cui questi studi vengono condotti. Da una parte una storiografia che si potrebbe definire minimalista fa il buono e cattivo tempo negli ambienti accademici, dove ad ogni affermazione corrisponde per principio una smentita della parte avversa, rivelando così una sorta di match tra certi studiosi, con un ricco uso dell’invettiva e del sarcasmo contro i colleghi. Costoro badano solo al documento cartaceo o membranaceo (che sia comunque d’archivio) ai numeri, alle date, ai nomi, evitando ogni interpretazione che esporrebbe troppo al contraddittorio o attestandosi su quei minimi comuni denominatori di marca materialista che “vanno sempre”.
Dall’altra parte fiorisce una letteratura fatta di deliri, di sogni, di presunte rivelazioni da documenti mai rintracciabili, di misteriosi complotti tendenti a nascondere la verità della storia, ma scoperti da astuti Indiana Jones.
Due poli inconciliabili, due metodi di approccio alla storia che però sotto l’aspetto del profit parrebbero avere molti vantaggi.
L’angusto limite posto dal minimalismo tarpa innegabilmente le ali all’intuizione che, sorella della fantasia, può egregiamente lavorare sui documenti nella ricerca delle verità seppellite in angoli oscuri della storia. Chi scrive dunque, pur amando le prove provate, userà dei segni minori, purché autentici, come di documenti attendibili e non trascurerà il lascito ideale che, nei fenomeni culturali del Medioevo, ha quasi sempre un ruolo fondamentale. I segni minori costituiscono un patrimonio trascurato dalla storiografia, ma al contempo sono l’espressione spontanea e genuina dei veri protagonisti della storia: i cavalieri che morivano in Terrasanta, i pellegrini che consumavano scarpe e vite sulla rotta della salvezza, i ricercatori di sante reliquie, i mercanti, i monaci, e tutta quell’umanità che sta alle nostre spalle e che ha impresso il suo passaggio nel nostro DNA.
Ma, sempre chi scrive, rifuggirà dalla peste delle affermazioni senza radici storiche, dai deliri da fumettone, e dal mistero a tutti i costi.
 
Criptografie
L’esame dei segni minori parte dall’analisi dei graffiti che si ritrovano abbondanti sulle pietre medievali e soprattutto di quelle tipologie che si ritrovano costantemente in luoghi di accertata pertinenza templare, consegnati agli edifici sacri o ai muri delle prigioni da uomini disperati che chiedevano ascolto alla posterità.
L’uso di celare in segni, non accessibili a tutti gli osservatori, credenze o notizie che non potevano divenire patrimonio comune è antico quanto l’uomo. Già nelle Storie di Erodoto (V sec. a.C.) si parla di una scrittura segreta che salvò la Grecia dalle mire espansionistiche del persiano Serse (480 a.C.). La tecnica della scrittura segreta basata sull’occultamento del messaggio, chiamata steganografia, è testimoniata da molte fonti. Tra vari misteri ne parla l’abate Tritemio (XVI sec.)nella sua opera chiamata appunto Steganografia. Coloro che eccelsero nell’invenzione delle scritture cifrate e delle criptografie furono gli Arabi. L’opera intitolata Il manuale del segretario (Adab al-Kutab) risalente al X secolo, riserva un intero capitolo appunto alla criptografia, impiegata comunemente nella documentazione fiscale. I seguaci del Profeta erano talmente abili in questa tecnica che a loro va attribuita l’invenzione della criptoanalisi, vera e propria scienza dell’interpretazione di un messaggio di cui si ignora la chiave. La profonda conoscenza della matematica, della statistica e della linguistica erano la necessaria base per impostare la complicata metodologia. Maestro in tale disciplina fu Abu Yusuf ibn Ishaq al-Kindi, filosofo ed erudito del IX secolo. In una sua opera, ritrovata soltanto nel 1987 ad Istanbul e conservata nell’Archivio ottomano Sulaimaniyyah, egli spiega come svelare un messaggio criptato all’interno di un diverso testo.
In Europa, nella stessa epoca, il concetto di criptografia cominciava ad essere in qualche modo intuito. Esso era applicato soprattutto ai testi sacri che venivano letti non soltanto nel loro significato letterale, ma anche ricercandovi quello anagogico, ossia il senso riposto. “Videmus nunc per speculum et in enigmate” aveva detto San Paolo nella II Lettera ai Corinzi e l’uomo occidentale alla ricerca di Dio non dimenticava mai che ogni aspetto della realtà poteva essere letto nella sua accezione di immagine del divino, di un’idea superiore da decifrare. Così tutto poteva essere trattato come un enigma del quale scoprire il senso riposto.
Non stupisce dunque che i Milites Templi, uomini del Medioevo a metà strada tra la civiltà islamica e quella franco-latina, conoscessero ed usassero glifi segreti per trasmettere i propri messaggi. La lunga consuetudine con gli Arabi poteva aver loro insegnato l’arte della comunicazione occultata e la cosa appare ancor più convincente quando si ricordi che ogni gran maestro aveva al suo servizio uno scrivano arabo, come si evince dall’articolo 77 degli Statuti Gerarchici (1). La Regola templare, approvata nel 1128 nel corso del concilio di Troyes, parlava inoltre dell’esistenza di un linguaggio dei gesti, con il quale i confratelli comunicavano durante i pasti (2). Il silenzio, pratica cenobitica comune nel Medioevo, era motivato dal precetto apostolico “Manduca panem tuum cum silentio”. Nella vita delle commanderies trovava posto l’uso di una gestualità sostitutiva della parola che poteva essere compresa da chiunque ne conoscesse il significato, in testimonianza dell’abitudine di sostituire il linguaggio delle parole con altri mezzi espressivi.
Appare dunque degno della massima attenzione, tutto quel patrimonio trascurato di piccole incisioni che si rilevano ancora nitide e numerose sulle bozze di pietra delle murature medievali, là dove il passaggio o lo stanziamento templare sono fatto sicuro. I loro stilemi si ritrovano identici in tutta Europa ed in Siria e paiono affondare le origini nelle iconografie remote, legate alla Tradizione e ben studiate da René Guénon.
Accanto dunque al palindromo del SATOR, ripetuto in vari schemi geometrici, sulle antiche murature occhieggia una folla di quadrati più o meno variamente concepiti, sorta di labirinti che sembrano indicare un percorso, e che nel novero delle altre varie tipologie colpiscono l’osservatore. In particolare una griglia costituita dallo schema del “filetto”, riappare con frequenza in siti templari. Anzi si può quasi dire che l’accostamento templari- filetto è una regola. Nelle loro prigioni riappare con ribadita insistenza; nei resti delle magioni o sulle pietre delle cappelle, sembra che i Milites Templi sentissero il bisogno comune di segnalare qualcosa di preciso e di significativo alla posterità. Il filetto, già usato dagli antichi druidi, è composto da tre quadrati concentrici tagliati da quattro segmenti e non è difficile ritrovare in essi il concetto di tre diversi stadi sempre più selettivi e ristretti corrispondenti a tre livelli iniziatici, visto che il loro centro spesso è occupato da una croce. I quattro segmenti richiamano il concetto di quaternario, ossia gli elementi terra, aria, acqua, fuoco, che rappresentano, come l’iniziazione massonica insegna, le quattro vie della conoscenza.
E quando questo glifo appare è bene cercare documenti, toponimi, altre tracce, perché si troverà che una qualche connessione con l’Ordine del Tempio emergerà dalle nebbie dei secoli trascorsi.
Ci si chiede dunque: perché l’uso di tale grafema?
La risposta può essere la stessa che il SATOR suggerisce e cioè che il variegato ordine internazionale dei Milites Templi, non era solo un gruppo di avventurieri alla caccia di terre, soldi, gloria militare in Oriente, ma anche una comunione iniziatica che faceva uso di simboli legati alla Tradizione.
La ricerca continua.

 

Note:

(1) I Templari la Regola e gli Statuti dell’Ordine, a cura di J.V.Molle, Genova 1995, p. 47.

(2) Ibid., p. 26.