VOI CHE SERVITE IL RE SUPREMO

CON CAVALLI ED ARMI...

ANNA GIACOMINI

 

La dualità

Scorrendo la Regola Templare (qui viene consultata quella a cura di V.J. Molle, Genova 1995) ci troviamo di fronte ad un testo che parrebbe proporre una realtà ed una precettistica ad essa relativa di doppia natura. Non stupisce affatto che così sia, vista la reiterata allusione ad una dualità nell’ordine espressa sinteticamente dal sigillo con i due cavalieri su un solo cavallo.

Come è noto l’icona può avere solo un significato simbolico, perché se consideriamo che un cavaliere in assetto di guerra indossava una pesantissima corazza ed impugnava le armi, pensare che un cavallo potesse mantenere la sua necessaria mobilità con tanta doppia zavorra è ingenua fantasia. L’uso era poi espressamente vietato dalla regola stessa (art. 379 p. 139 e art. 315 p. 120) e dunque, va da sé, che si tratti di un emblema cavalleresco e non di un’abitudine reale. L’emblema è una sintesi che ha il compito di segnalare a chi lo osservi un preciso concetto morale e dunque i due cavalieri su un solo cavallo parrebbero alludere alla doppia natura dell’ordine, quella monastica e quella cavalleresca, ma forse anche a quella iniziatica e a quella essoterica.

Che questa seconda ipotesi scavalchi la prima non sembrerebbe sostenibile, perché gli ordini monastico-cavallereschi costituirono una singolare novità nel mondo istituzionale medievale. San Bernardo stesso aveva posto fortemente l’accento sull’originalità e la novità di questo tipo di cavalleria nata per  combattere il male materiale e spirituale e non l’uomo, creatura di Dio anche se nell’errore.

Ma che le due ipotesi si possano affiancare in una seconda, più sottile e segreta ambivalenza questo parrebbe in sintonia con tutto il dualismo che emerge dal documento. Intanto una nota assai interessante è la frequente allusione ai segreti dell’ordine. Non si specifica che si tratti di segreti militari, anche se certamente esistevano (art. 310 p. 119).

 

Il segreto

Un articolo (n° 223 p. 91) raccomanda l’uso di tenere rigorosamente nascosto tutto ciò che si verificava nell’ambito dell’elezione del Maestro e le cose dette nel capitolo. Il segreto vigeva anche all’interno dell’ordine tra gli stessi fratelli, non tutti dovevano conoscere tutto, non tutti potevano essere messi al corrente delle norme e degli usi invalsi  nella casa templare. L’art. 532 (p. 190) prescrive che il maestro o colui che tiene il capitolo debba istruire i fratelli nel giusto modo di vivere, ed esporre e spiegare loro solo una parte delle regole e delle consuetudini della casa. Perché tali reticenze? Quali erano le cose che non potevano essere comunicate a tutti i templari?

Assai pericoloso era considerato il portare con sé il testo degli statuti che non doveva uscire mai dalla commenda ed era conservato gelosamente. Non solo ma non poteva neppure essere letto da tutti i fratelli. Se fosse caduto in mani nemiche poteva costituire un grave pericolo per l’ordine.

Art. 326: Nessun fratello deve portare con sé gli statuti o la regola senza permesso dei superiori; infatti il convento prescrive che non li abbiano con sé, poiché è accaduto che siano finiti nelle mani degli scudieri che li hanno letti e rivelati ai laici esponendo l’ordine a gravi rischi. Affinché non possa avvenire niente di simile, il convento ha stabilito che nessun fratello debba portarli con sé, ad eccezione del balivo che li adopera per svolgere il proprio ufficio di baliato.

Certo pensare che la divulgazione di una serie di innocenti norme, formulate con il solo scopo di regolamentare la vita in comune, potesse costituire un rischio, sembra piuttosto improbabile. Parrebbe invece più plausibile pensare che alcuni articoli alludessero ad usi riservatissimi, a qualche credenza che sarebbe stato pericoloso rendere nota.

 

Gli statuti di Maitre Roncelin

La faccenda degli statuti segreti di Maitre Roncelin, così fascinosamente proposta da Gerad de Sède (Les templiers sont parmi nous, Paris 1968), si fa strada in mezzo alle ipotesi. Durante gli interrogatori nei processi, alcuni templari e più precisamente Gervais de Beauvais precettore di Laon, Raoul de Presle, Nicolas Simon e Guichard de Margiac avevano parlato di certi statuti segreti,  che potrebbero corrispondere ad un ritrovamento fatto negli Archivi Vaticani, nel 1794. Si trattava di una pergamena in quarto con il sigillo templare, copiata nel 1205. Una parte di essa era intitolata Ici commence la liste des signes secrets que maitre Roncelinus a reunis, il testo conteneva i simboli criptografici in uso nell’ordine.  Questa parte scomparve misteriosamente ed il prezioso elenco, nonostante che altre pagine del manoscritto siano ricomparse, non è più stato ritrovato. Ma se la storia è vera, è già significativo sapere che queste criptografie esistevano e che alcuni templari, quelli che avevano accesso agli statuti segreti, ne facevano uso. Non è possibile sostenere che sia necessario usare una criptografia per comunicare notizie banali. Se questa esisteva doveva servire a rendere i messaggi comprensibili solo a coloro che ne avessero la chiave, evidentemente perché i contenuti erano altamente pericolosi e non destinati a tutti.

 

Regola ufficiale e manoscritto vaticano

Dunque a questo punto potremmo affermare che una comunione iniziatica all’interno del Tempio doveva avere un suo spazio non secondario. Forse si trattava di un gruppo di cavalieri-monaci particolarmente acculturati, vicini al mondo càtaro, sensibili alle dottrine dei Sufi, internazionali e liberi. Oggi diremmo un’élite di intellettuali, allora la forte impronta di misticismo, che quella conoscenza comportava, rendeva il gruppo più simile ad una comunione iniziatica. Il segreto, in una società di simile impostazione, è un fatto necessario che serve a coprire l’ineffabile, ossia a riconoscere che non si può rendere parola un percorso spirituale dove ogni dogma può nell’illuminazione trovare una sua spiegazione. Certo la via era particolare, non è possibile condurre chiunque sul sentiero della gnosi senza rischiare che di essa si faccia scempio. Questo poteva essere il segreto adombrato nella regola ufficiale dell’ordine. Ma come si poteva accedere al gruppo segreto?

 

La domanda iniziatica

C’è un articolo, per la precisione il n° 686 della regola ed è quello che la chiude, che recita: “Ora vi abbiamo detto le cose che dovete fare e quelle da cui vi dovete guardare... ma non vi abbiamo detto tutto ciò che avremmo dovuto, poiché dovrete essere voi a chiederlo...”.

Con tali parole si direbbe che non era per tutti l’insegnamento completo che l’ordine del Tempio poteva dare, e che la cerca offerta ai cavalieri non era un fatto generalizzato. Solo colui che ne avesse intuito la necessità poteva affrontarla, e tale necessità si esplicitava nella richiesta di nuove informazioni, nella domanda iniziatica, nel richiedere al maestro ciò che apre la mente a nuovi approdi. La selezione veniva effettuata con la domanda. Quindi dare prova di predisposizione e di intelligente interesse era evidentemente ciò che occorreva perché la trasmissione del sapere occulto si verificasse.