La scrittura Harappa e l’Isola di Pasqua, un enigma senza tempo!

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L’oscurità più completa regna sulla scrittura della civiltà Harappa. Indecifrata e indecifrabile da oltre 5000 anni è stata rinvenuta su sigilli e lamine di rame in tutto il bacino della Valle dell’Indo, giungendo fino in Mesopotamia e in Egitto, evidentemente attraverso attività commerciali durante la prima metà del III millennio a.C.

Questa lingua è stata riconosciuta come parte integrante e probabile capostipite del sanscrito, un proto-brahmi, ma la brevità delle iscrizioni rappresenta uno dei più grandi ostacoli per la sua decifrazione.

A distanza di quasi un secolo dalla sua scoperta non esiste accordo tra gli studiosi nemmeno sul numero dei segni da cui sarebbe composta; taluni ne contano 400 altri soltanto 150[1].

Per lo più, si suppone, che siano costituiti da una combinazione di ideogrammi e segni fonetici, propriamente dei segni sillabici. Gli scritti più antichi risalgono a 5500 anni[2] fa e sono stati effettuati tentativi per stabilire una relazione fra la scrittura di Harappa e quella delle civiltà minoica, cananea e ittita. Nel difficile compito di decifrazione si cimentarono luminari come Piero Meriggi e ‪Bedrich Hrozny ottenendo scarsi risultati.


Lo studioso ungherese Guillaume De Hevesy, nel 1932, identificò[3] invece una curiosa coincidenza, una convergenza che sembrava legare la scrittura Harappa con quella di una civiltà distante ben 20.000 km e separata da quasi 3500 anni di storia. Era il Rongorongo dell’Isola di Pasqua, situata nell’estrema parte orientale dell’arcipelago polinesiano, che dimostrò possedere una somiglianza impressionante con la scrittura della Valle dell’Indo. Anche in questo caso tale scrittura risulta, ad oggi, indecifrata e, per quanto siano stati compiuti numerosi sforzi per rompere il suo silenzio, ogni tentativo, come nel caso dell’Indo, è stato vano.

La scrittura rongorongo fu incisa su tavolette di legno che si iniziò a rinvenire dal 1870 ma, già a quell’epoca, nessuno degli indigeni era più in grado di leggerle. In questo caso sono stati contati circa 500 segni.

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Per quanto molti luminari dell’epoca fossero stati estremamente cauti nel validare gli studi di De Hevesy, e fossero nate molte polemiche e critiche contro le sue analisi, studiosi come Alfred Metraux[4] cautamente presero in considerazione la relazione tra le due scritture ma demandando al futuro e alla loro decifrazione la risoluzione dell’arcano.
 Ancora oggi nessuno è riuscito nell’arduo compito di scoprire i significati nascosti sotto i simboli di queste due civiltà.

Il punto più problematico dell’intero impianto di studi non fu però solo comprendere la somiglianza, se non vera e propria identità, o capire il legame di scritture così distanti quanto cogliere, nel caso di una loro correlazione, come potessero essere arrivate dal Pakistan/India all’Isola di Pasqua.


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Per tentare di svelare questa migrazione di scritture dobbiamo considerare come l’India abbia da sempre esercitato una notevole influenza sull’intero bacino dell’Asia sudorientale, non solo in tempi storici a noi vicini ma anche in epoche estremamente antiche.

La stessa terra d’origine delle lingue austronesiane[5] è identificata con la ‘regione agricola’ dell’Asia sudorientale, e non dovrebbe sorprendere che un elemento appartenente alla cultura dell’India antica possa essersi spinto così lontano dalla sua terra d’origine.

Gli austronesiani, per cui anche gli antichi indiani, furono poi marinai abilissimi. La loro dispersione nell’oceano Pacifico conobbe diverse fasi, Formosa (4000 a.C.), le Filippine (3000 a.C.), Timor (2500 a.C.), Sumatra e le Marianne attraverso la Micronesia e la Polinesia occidentale (1200 a.C.), la Polinesia centrale (200 a.C.), le Hawaii e l’isola di Pasqua (300-400 a.C.).
Una civiltà marittima che navigò nel mondo e insegnò alcune delle proprie arti e conoscenze ai popoli indigeni con cui entrò in contatto. Questa è l’ipotesi che è stata avanzata nel corso degli ultimi decenni da numerosi studiosi, una teoria che potrebbe illuminare l’intera storia delle civiltà vissute nell’Oceania e potrebbe altresì cambiare radicalmente la comprensione del nostro passato.

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L’importanza di questo collegamento tra la Civiltà dell’Indo e l’Isola di Pasqua non risiede solo nell’eccezionalità di un possibile contatto avvenuto in tempi estremamente remoti ma forse ancor più nella consapevolezza che le nostre concezioni su queste epoche, e su gli uomini che le vissero, sembrano ancora oggi oltremodo riduttive e limitanti, circoscritte ad un recinto in cui l’uomo ‘doveva’ vivere solo di agricoltura e pastorizia, di guerre e conquiste.

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La possibilità di poter anche solo ipotizzare scenari diversi da quelli stabiliti ha indotto, fino ad oggi, la comunità scientifica internazionale a chiudersi entro una cortina di silenzi sempre più grotteschi e anacronistici.

L’eventualità di poter accettare l’esistenza di una cultura, di una civiltà progredita, in tempi ed epoche diverse da quelle generalmente note dovrebbe spingerci ad approfondire il nostro passato e riscoprire quale civiltà, quali uomini, furono in grado di spingersi nel cuore più estremo dell’Oceano Pacifico o di costruire macchine volanti in grado di solcare i cieli e spingersi oltre i confini stabiliti dagli dei.


NOTE:

[1] Steve Farmer, Richard Sproat, Michael Witzel, The collapse of Hindus-script thesis: the mythof a literate Harappan civilization, Electronic Journal of Vedic Studies (EJVS), 11-2, 2004, pp. 19-57.

[2] N.S. Rajaram e David Frawley, Vedic Aryans and the Origins of Civilization, a Literary and Scientific Perspective, Edition. Voice of India, New Delhi 1997.

[3] Guillaume de Hevesy (1935), riprodotta in Gregory L. Possehl, Indus Age: The Writing System, op. cit., New Delhi, Oxford & IBH, 1996, p. 94-95.

[4] Alfred Metraux, Mysteries of Easter Island, in PTO (October 1939), pp. 33-47 si veda anche la The Yale Review (1939).

[5] Le lingue austronesiane sono una famiglia linguistica composta da oltre 1.200 lingue parlate in una vasta area geografica compresa fra il Madagascar, il Sud-est asiatico, Formosa e l’Oceania, da una serie di popolazioni imparentate tra loro e note collettivamente come Austronesiani (Fonte Wikipedia).


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